Diritti ristretti
di Massimo Corrado Di Florio
Dove dimorano le cose? Qualcuno sostiene che esse dimorino nel linguaggio che le nomina. Per dirla con Heidegger “il linguaggio è la casa dell’essere e insieme la dimora dell’uomo”. ( Heidegger e il nuovo inizio: Il pensiero al tramonto dell’Occidente -Umberto Galimberti – Feltrinelli Ed. ).
Dove dimora, dunque, il Diritto, mi verrebbe da chiedere.
Considerato che il Diritto è un affare dell’uomo ed è un affare che l’uomo ha nominato attraverso il suo linguaggio, potrebbe affermarsi che il Diritto è la dimora dell’uomo. Operazione azzardatissima, non v’è dubbio alcuno.
Tuttavia, se il diritto fosse riducibile a mera tecnica e, per ciò stesso, fosse ugualmente riconducibile alla medesima tecnica, in tal caso ci si troverebbe di fronte ad un vero e proprio fallimento del diritto stesso poiché ridotto ad uno soltanto degli elementi della complessità umana. Meglio ancora, ad una delle infinite sfaccettature della complessità umana. In tal modo, infatti, si sarebbe giunti ad un risultato aberrante implicante l’esistenza di una dimora del Diritto (per tornare a quanto detto prima) frutto della esasperazione della c.d. tecnicalità normativa. Una semplificazione molto pericolosa. Insomma, un fallimento totale.
Oggi, va detto, l’insidia della semplificazione la si intravede appena, un po’ meno del niente ed esattamente come il mitologico mantello che assicurava l’invisibilità a chiunque lo indossasse, il fenomeno semplicemente appare, quasi si mimetizza -abilità indiscussa di chi penetra senza colpo ferire nei gangli del tessuto connettivo ordinamentale-. Così ben acconciata essa è soltanto una espressione di una tecnica (rectius, di una tecnicalità) che rende il diritto moribondo, quando non del tutto morto. Un diritto ristretto e, quindi, inutile.
Infatti, se è vero che la tecnica ha come scopo ultimo l’assenza di scopo (poiché ciò a cui tende è semplicemente il suo mero potenziamento), essa è diventata la condizione universalmente accettata per realizzare qualunque scopo. Una sorta di percorso abbreviato e facilitato in quanto deprivato da qualsivoglia sostanza. La comodità di tale percorso, manifestazione più che eloquente di una vera e propria pigrizia intellettuale (una non-intellettualità perciò), produce un unico risultato: tutti desiderano la tecnicalità perché è facile praticarla.
In tal modo, anche il diritto -degradato a mera espressione di tecnicalità- possiede un unico scopo: potenziare se stesso costruendo qualunque altro se stesso. L’omeomorfismo legislativo (https://www.oralegalenews.it/rubriche/pillole-massimo-corrado/la-prescrizione-rimedio-omeopatico/8304/2019/ ), attraverso la sua stessa partenogenesi, è la plastica rappresentazione di quanto detto. Il Diritto, quello con la D maiuscola, soffre.
Anche la politica soffre.
I diritti si sono ristretti poiché, per difendere i baluardi della esasperazione tecnica dell’apparato (il “sistema”, come lo definirebbe qualcuno), magari c’è chi ha rispolverato una sub specie di “logomachìa concettualistica”, madre degenere della “coazione a definire” (si cfr. S. Romano, Giurisprudenza scolastica, in ID., Frammenti di un dizionario giuridico, Milano, 1953). D’altronde, non è una novità che, massimamente nel diritto pubblico, si assiste da tempo alla c.d. “giuridizzazione della politica” (Orlando, Principii di diritto costituzionale – Diego Quaglioni, Ordine giuridico e ordine politico in Vittorio Emanuele Orlando, in Le Carte e la Storia).
Diritto e Politica a braccetto, anzi, diritto e politica impegnati in questo sabba mediatico e a-culturale. Trattasi di un evidentissimo legame a filo doppio che ha finito con il mortificare, all’interno di un indissolubile rapporto (perverso) tra i poteri dello Stato, lo stesso Diritto e la medesima Politica. Le dimore del diritto e della politica si sono definitivamente corrotte.
L’Uomo, che dimorava in un ambito di convinto affidamento, è la vittima suprema di questa corruzione. Il diritto dell’uomo, s’è ristretto; ridotto perfino. Un diritto ridotto, avviatosi verso una irreversibile agonia, è un diritto inesistente. La “zombificazione”, se posso permettermi questo pessimo neologismo, è in atto.
L’ossessione per la definizione, per sua stessa natura, definisce e dunque limita, rinchiude e, infatti, la perimetrazione del pensare e dell’agire, progressivamente, intorpidisce il pensiero stesso e, in pari tempo, autogiustifica se stessa finendo per sancire, come unica verità possibile, il dogma. Tutto ciò che gravita al di fuori del perimetro assume una dimensione negativa. I novelli sacerdoti del dogma sono chiamati a punire chi quel dogma intende abbattere.
Lo strumento cardine utilizzato per questa trasformazione in esseri sub-umani, falsi portatori di un sub-diritto, è rappresentato dalla compressione della libertà. Intendiamoci bene, non una qualunque libertà, che è davvero ben poca cosa, ma di quella libertà espressione della vivacità intellettuale di chi esercita una professione intellettuale. Una intellettualità calpestata per l’appunto. Come siamo arrivati a questo? Con distrazione, direi.
E così, valanghe di regole senza alcuna valenza prospettica si sono impossessate del nostro stesso tempo attraverso la complicità di quei sacerdoti del dogma chiamati a validare qualunque cosa pur di non compromettere il proprio ruolo. È quindi sostanzialmente vero che, in tempi come questi, un vero ordito dotato di senso s’è frantumato contro il muro della coazione a ripetere completamente votato ad esaltare una sorta di “rigore” afinalistico.
Nella dimensione di questa realtà priva di scopo, il diritto non riesce più ad offrire alcun fine che non sia quello -puntiforme e multiforme- affidato alla emergenza. Che genere di respiro è questo? È un respiro affannato, non v’è dubbio. Ed è tanto più sfiatato se, oggi, leggiamo dichiarazioni, frutto di tardive resipiscenze ad opera di ex teorici della “validazione-costi-quel-che-costi”, che mostrano i tanti corto circuiti del sistema («La magistratura è più potente della politica e può condizionare la riforma della politica». Lo ha detto l’ex presidente dell’Anm, Luca Palamara, intervenendo alla trasmissione Buongiorno Regione della TgR Calabria. –IL DUBBIO – 28 gennaio 2021- ).
A questo punto, rivendico un autentico ruolo di professionista intellettuale libero da lacci e lacciuoli; sì, un avvocato libero e senza alcuna voglia di scimmiottare questo o quel potere scendendo a patti con questo o quel potere. Rivendico un ruolo scomodo, per me stesso (perché deciso più che mai a essere solo un avvocato -libero!- ) e scomodo per chi, armato di specchietti per le allodole, offre finte formule di potere “onorario” (chi ha orecchie per intendere intenda) a quelli che interpretano la mia stessa professione tradendone il fine ultimo: la libertà. Sono solo un avvocato e tale resto. Così, posso ancora difendere il Diritto senza restrizioni.
Image credit: Kettly Noël with Michel Meyer, Zombification, 2017
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