Bipolarismo normativo
di Enrico Sbriglia (Penitenziarista)*
Credo che il Mondo Giuridico italiano debba riflettere sulla incongruenza della presenza, sul sito del ministero della Giustizia di un link, “https://whistleblowing.giustizia.it”, finalizzato sostanzialmente a contrastare, attraverso uno strumento che ricorda la “delazione”, tipica dei regimi illiberali, i fenomeni di disonestà, commessi anche da funzionari e/o dipendenti pubblici, ed essere costretti a rilevare, nello stesso momento, che si preveda, attraverso un decreto dell’ex ministro Bonafede, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica-Serie Generale n. 14 del 19 gennaio 2021, di individuare i dirigenti generali ed i dirigenti dell’amministrazione penitenziaria, della giustizia minorile e di comunità e del Corpo di polizia penitenziaria per i quali non dovranno essere pubblicati i dati di cui all’articolo 14 del decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33”, cioè quelli relativi ai compensi di qualsiasi natura connessi all’assunzione della carica.
Pur conscio che tale principio di non pubblicazione sia contemplato anche per le dirigenze di altre amministrazioni pubbliche, tale circostanza non riduce lo spazio per una obiettiva perplessità, nonostante che pure la stessa Corte Costituzionale abbia mostrato un suo autorevole diverso pronunciamento (Sentenza della Corte Costituzionale n.20 del 23 gennaio 2019 depositata il 21 febbraio 2019), assecondando una curiosa pratica della segretezza sui dati in questione, per cui mi esporrò inevitabilmente alle critiche per il fatto che possa apparire sacrilego a fronte di un orientamento di così elevato livello.
Come sarà certamente noto, l’elenco dei corrispettivi economici che fino a qualche tempo fa erano pubblicati, era vasto, riferendosi anche agli importi di viaggi di servizio e missioni pagati con fondi pubblici, a quelli derivanti dall’assunzione di altre cariche, presso enti pubblici o privati, ai compensi a qualsiasi titolo corrisposti, nonché alle somme percepite da altri eventuali incarichi con oneri a carico della finanza pubblica, etc.
Insomma, si trattava di una sorta di anagrafe patrimoniale, rivolta soprattutto ai “Grand Commis” di Stato, i quali, a meno che non siano proprio i vertici massimi per i quali viga il principio, in verità pure discutibile, dello spoil system, rappresentano di fatto l’imperturbabile stabilità delle organizzazioni pubbliche, indifferenti gli ottimati agli esiti del susseguirsi, non poche volte tormentato, di competizioni elettorali e della comparsa di nuovi decisori politici, molti dei quali destinati a fugaci e non più ripetibili apparizioni nell’universo della politica italiana.
Nel caso del Ministero della Giustizia, cioè di quel delicato dicastero, al cui apice c’è la figura non a caso del “Guardasigilli”, la spiegazione della non pubblicazione dei dati precitati è che ciò si prevedrebbe “in ragione del pregiudizio alla sicurezza nazionale interna ed esterna e all’ordine e sicurezza pubblica, nonché in rapporto ai compiti svolti per la tutela delle istituzioni democratiche e di difesa dell’ordine e della sicurezza interna ed esterna”. Boh !
Al contrario, invece, il poco noto Whistleblowing, cioè la delazione, che consente alla gola profonda di raccontare delle malefatte in ambito lavorativo di colleghi, superiori gerarchici, subordinati ed altri, assicurandone l’anonimato e tutelandola il più possibile (anche quando il “soffiatore”, a motivo del giuramento alla Repubblica, in caso di rapporto di lavoro di diritto pubblico, sarebbe già tenuto “in chiaro” a denunciare ogni fatto illecito, ove non porre in essere una condotta omissiva penalmente rilevante), troverebbe la sua ragione nell’interesse “inverso” dello Stato di proteggere le risorse pubbliche da possibili azioni predatorie e da distorsioni che derivino da condotte non cristalline degli amministratori pubblici e dai loro complici.
Ebbene, possibile che non si rilevi come tra le due discipline concorrenti vi sia una sorta di corto circuito, quasi una sorta di disturbo bipolare normativo?
L’indebitamento statuale progressivo che la collettività dovrà affrontare, a seguito del Covid-19, potrebbe infatti essere aggravato da possibili white-collar crime che malamente fossero commessi da quanti, attratti dai cospicui finanziamenti europei ai quali il Paese aspira, volessero allungare le proprie mani, per cui, al fine di rafforzare il sentiment positivo verso le istituzioni, piuttosto che incitare la squallida pratica delle delazioni a tutela dello Stato, sarebbe forse più utile e semplice mostrare, sistematicamente, ad ogni livello di responsabilità di gestione pubblica, la trasparenza nell’impiego del denaro pubblico, anche rendendo noti gli stati patrimoniali dei dirigenti e quelli dei loro congiunti conviventi, e tale delicatezza democratica dovrebbe essere assicurata a prescindere, senza che un tanto sia vissuto da alcuni come “lesa maestà”.
Per questo diventa davvero incomprensibile la decisione di escludere dall’obbligo di comunicazione dei compensi talune categorie di “Civil Servant” anche del Ministero della Giustizia, e tra questi i Capi Dipartimento, i vice Capi, i direttori generali del personale e delle risorse e quanti si interessino della gestione globale dei detenuti e del trattamento, nonché coloro che si occupino di attività ispettive e di controllo, idem per gli stessi direttori degli istituti penitenziari ed i capi dei diversi uffici locali e servizi, ivi compresi i novelli dirigenti della polizia penitenziaria.
Ugualmente per tutte le altre amministrazioni che conosco meno bene, e non perché tema che possano esserci dei malfattori tra i dirigenti penitenziari (per tanti anni sono stato Segretario Nazionale del maggiore sindacato rappresentativo dei direttori penitenziari e ne ho constatato di persona il rigore morale), ma semplicemente perché è un principio sano quello di dare sempre conto alla collettività, oltre che agli organi di controllo di rito, allorquando si parli di denaro pubblico, seppure sotto forma di compensi e/o rimborsi.
Ciò, inoltre, certamente contribuirebbe ad invertire la rotta del sentiment verso i responsabili a vario livello delle pubbliche amministrazioni, al fine di interrompere quel mantra che ha visto negli ultimi 20 anni la demonizzazione del pubblico impiego e la sua trasposizione, per colpa di pochi, nell’immagine dei “fannulloni”, mentre in realtà la generalità del personale opera, a qualunque livello di responsabilità, con spirito di sacrificio, disciplina ed onore.
Certamente, sul piano etico, sarà preferibile per un pubblico funzionario rendere nota la propria situazione patrimoniale che accettare di convivere con il singolare istituto giuridico del Whistleblowing, pur non sottacendo il ricordo di diversi scandali e criticità anche recenti, e probabilmente numerosi ancora sub iudice, che hanno riguardato pure il mondo delle carceri, ma proprio per questo occorre rendere il tutto sempre più cristallino.
Com’è noto, il Ministero della Giustizia manovra ingenti risorse pubbliche e amministra, direttamente e/o in accordo con il ministero delle infrastrutture, l’edilizia giudiziaria e quella penitenziaria, nonché si interessa di importanti tecnologie informatiche e nel campo delle telecomunicazioni, come di approvvigionamento con appalti cospicui di armamento, di veicoli speciali e ordinari, di sofisticate strumentazioni per la sorveglianza ed il controllo dei luoghi e delle persone detenute, così come fa appalti per le dotazioni di vestiario ordinario e speciale, di arredi, di beni e servizi in genere, dalle mense di servizio per il personale delle carceri e delle scuole di formazione, a quelle per la somministrazione di pasti alle persone detenute, procede inoltre all’assunzione di personale di diversi comparti e di numerose professionalità, e in specie di quelle della polizia penitenziaria.
Cionondimeno, però, non si comprende a quali pericoli e rischi si possa andare incontro e quali pregiudizi alla sicurezza nazionale interna ed esterna e all’ordine e sicurezza pubblica, nonché in rapporto ai compiti svolti per la tutela delle istituzioni democratiche e di difesa dell’ordine e della sicurezza interna ed esterna, deriverebbero nel rendere nota la situazione patrimoniale dei dirigenti penitenziari ai cittadini tutti i quali, non dimentichiamolo, vi contribuiscono obbligatoriamente attraverso la fiscalità.
Sarebbe al riguardo interessante conoscere cosa ne pensino il ministro della Funzione Pubblica, Prof. Renato Brunetta, e la Ministra della Giustizia, Prof. Marta Cartabia, sicuramente figure impegnate nel tutelare l’immagine ed il decoro delle pubbliche amministrazioni.
Allorquando Marco Pannella, insieme al suo manipolo di parlamentari, lanciò la battaglia perché fosse realizzata l’Anagrafe Pubblica degli eletti, credo nell’estate 2008, invocando una riforma in tema di trasparenza nelle istituzioni politiche italiane ed europee, la quale avrebbe avuto il pregio di rafforzare il rapporto di fiducia tra elettori ed eletti, rendendo per l’appunto noti non solo i risultati del lavoro politico, ma anche gli stipendi, gli emolumenti, le consulenze, i pagamenti di quanti coprissero un ruolo pubblico rappresentativo di rilievo, non voleva certamente essere un provocatore.
Quel principio, però, non può riguardare soltanto “i politici” e non deve essere estraneo anche a quanti, ai diversi e autorevoli livelli burocratici dello Stato, lo impersonifichino sia sul piano amministrativo che di alta amministrazione, talché l’anagrafe patrimoniale degli eletti e dei nominati (a qualunque titolo, anche se “di carriera”) rappresenta uno strumento necessario e pacifico di conoscenza da parte dei cittadini verso coloro che, a qualunque titolo, gestiscano il “tesoro” della Comunità, ancorché solo quote di esso, un tesoro, non dimentichiamolo, il quale serve pure per realizzare scuole, ospedali, sostenere la ricerca, garantire la sicurezza della collettività e per assicurare, come nei momenti difficili che viviamo, un’adeguata dotazione di paracaduti sociali ad una cittadinanza oggi soprattutto esausta dal Covid-19 e, non a torto, furente.
Pompea, ottimata moglie di Cesare, infatti, non solo doveva essere onesta, ma doveva anche mostrarsi tale e, in un sistema democratico e liberale, rendere nota la propria ricchezza o povertà ai cittadini, è un modo concreto per esserlo.
Se poi ritorniamo al mondo delle Carceri italiane, l’accennata anagrafe patrimoniale impoverirà le insinuazioni di quanti si lanciassero in sospettosi pensieri verso coloro che sono i direttori degli istituti penitenziari, categoria in estinzione di dirigenti dello Stato, perché celati in quei contesti malamente ritenuti chiusi, ove gira, però, tanto denaro pubblico, così spiegando le ragioni della precarietà sistemica che caratterizza tante realtà detentive, soprattutto ove ci si soffermi sulle condizioni di igiene e salubrità dei luoghi, sull’edilizia, sull’impiantistica, sulle manutenzioni ordinarie e straordinarie, sui beni e servizi e, non da ultimo, sul vitto somministrato sia ai detenuti che al personale, non sapendo che quei dirigenti sono spesso soltanto gli obbligati esecutori di una contrattualistica partorita, in verità, a Roma.
Sarebbe bello se la Sig.ra Ministra Cartabia volesse riflettere sulle suddette considerazioni, perché mai come adesso lo Stato, col sistema Giustizia, deve sapere dare il meglio ed il buono di sé.
Image credit: Daniel Dino-Slofer da Pixabay
* Former Dirigente Generale dell’Amministrazione Penitenziaria; Componente dell’Osservatorio Regionale Antimafia del Friuli Venezia Giulia; Componente del Consiglio Generale del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito
https://www.cesp-europa.org/2020/05/04/dr-enrico-sbriglia/
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