Il carcere è un altro pianeta

Il carcere è un altro pianeta

di Tiziana Nuzzo (Avvocata in Bari)

RaiTre – “Sono innocente“.
Qualche tempo fa andò in onda la storia di Diego Olivieri.
Cruda, devastante ed ha senso, eccome, raccontarla di notte.
Gli incubi degli altri diventano i tuoi, giocano un po’ con te, steso comodamente tra le fresche lenzuola profumate di pulito.
Ha senso perché la mattina dopo, alzandoti con gli occhi più cerchiati di un panda braccato, inizierai a capire qualcosa in più di tutto ciò che non vedi e che non hai mai visto, ma c’è.

Diego, l’imprenditore di buona famiglia.
Il lavoro, il danaro, la bella casa, una vita felice. Tutto a gonfie vele.
Poi le vele spariscono e sei in balìa del mare, quello incazzato davvero e col petto gonfio.
Come quello del rappresentante della Pubblica Accusa che ti spara in faccia cose assurde, che non comprendi.
Le accuse, le manette, il buio all’improvviso.
L’umiliazione, la vergogna, la privazione di ogni forma di dignità.
La solitudine.

Costretto a fare amicizia con una cella di due metri per quattro, con i microfoni piantati dappertutto pure nel cesso sbilenco ai lati del letto, con lo sbattere sordo e perenne dei cancelli e delle porte di ferro, a vedere la sua roba buttata in un sacco nero della spazzatura, a rasarsi a zero i capelli per non prendere i pidocchi, a restare steso sulla branda quando il suo compagno di cella è in piedi perché in piedi tutti e due no, non ci stanno in quel buco, a mentire agli altri detenuti sulla sua innocenza, a parlare poco, ad avere paura di quell’ora d’aria dove gli occhi addosso sono coltelli, a crearsi amicizie con i BIG, a pararsi le spalle e non solo, ad adeguarsi al codice del carcere perché “altrimenti muori“.
Per “cause non ancora accertate“.
O ti impicchi. Ti privano di cinta e lacci ma ti impicchi lo stesso.
Oppure sopravvivi ma con le ossa spezzate.

Da uomo libero e riconosciuto finalmente innocente oggi ricorda la sensazione provata nel tragitto dal San Pio X di Vicenza a casa, percorso in auto col figlio.
Rallenta, ma a quanto stai andando?“.
Christian guidava a 50 km orari.
Mi resi conto subito che i ritmi di mio padre erano decisamente rallentati“, in carcere il rapporto col tempo e con lo spazio cambia completamente; il lento scorrere dei giorni e delle ore ti mangia ogni forma di vitalità e reazione.
Alla dignità ci pensa tutto il resto.

Se esci, persino il profumo della primavera ti disorienta. Non ci sei più abituato. Ti stordisce“.

Bacia la terra, Diego, come fanno molti uomini rimessi definitivamente in libertà.
Il carcere è un altro pianeta, “Terra” non lo si può chiamare.
E tu ora sei un alieno. Libero, ma alieno.
Devi imparare di nuovo a conoscere tutto.
A fare amicizia con tutto. A riconquistare la fiducia della gente. Farai paura, certo, perché sei stato “dentro“.
Se da innocente, poco conta.
Avrai sempre, per gli altri, appiccicata addosso la puzza del carcere e del piscio delle sue latrine.
Le guardie? Divise tra buoni e cattivi e se ti capita il cattivo sono cazzi, arrivi a desiderarla, la cella e le sue sbarre.

Con me sono stati buoni, passavano più che altro per controllare che non mi ammazzassi“.

Ricorda la sua amicizia con un ergastolano che gli salvò la vita con un corso accelerato sulle regole dei detenuti.
Le uniche che ti conviene rispettare davvero.
Angelo – per Diego di nome e di fatto – ha avuto il primo permesso dopo 26 anni di carcere. Ventisei.
Si rischia di impazzire.
Lui no, ha mantenuto qualche goccia di umanità, che gli ha permesso di non soccombere e di non inaridirsi fino a sgretolarsi del tutto.
Ma gli altri?… Già, gli altri…
Le porte si aprono ed Angelo è fuori, all’ uscita ad attenderlo c’è Diego, che ora fa parte della sua famiglia.
No, non lo avrebbe mai immaginato.
Abbracciare così forte un ergastolano non rientrava nei suoi sogni, non era ipotizzabile. Al carcere e ai detenuti del resto non si era mai interessato.
Poi la vita gli ha offerto una opportunità.

Piange ancora Diego, quando ricorda l’incubo in cui è sprofondato per troppo tempo, parla con tenerezza del momento del commiato, di quel corridoio che sembrava ancor più lungo, di quelle tazze, piatti, padelle battute sulle porte dai detenuti in segno di saluto e anche di protesta.
Li chiama “amici“, oggi. Se lo fa, è perché è stato uno di loro.
E non c’è storia, è sempre, drammaticamente, così.
Se davvero vuoi arrivare a comprendere i detenuti e la realtà della vita inframuraria in cella ci devi finire. Anche tu. Per molto, molto tempo.
Tu, che di fronte alle condanne esclami “È sempre troppo poco“.

Lui è innocente, gli altri probabilmente no.
Ma il carcere non conosce differenze.
È come un topo, e tu sei il formaggio.
Ti rosicchia dalla superficie alla polpa.
E puoi essere tenero o granitico ma quei denti aguzzi, stanne certo, restituiranno alla società solo le briciole di te.
Uomini migliori?
Alla fine là dentro diventi un animale.
Poi come spesso accade esci e fai quello che sai far meglio, quello che hai imparato in quei quattro metri per due: sbrani.

Pochi, pochissimi i detenuti che grazie allo studio, al lavoro, al teatro, all’attività trattamentale riescono a trovare una ragione di vita tra le sbarre, ad evitare lo stordimento del perenne ciondolare, il senso intollerabile di tedio, l’assenza di passione, quella sana, che ti gratifica, ti riempie e riconcilia con te stesso in un posto dove gridano tutti, di continuo, per dolore, per angoscia, per impartire un ordine, per farti rientrare in cella, per minaccia, per ricordarti chi sei.
E te lo ricordano talmente bene che alla fine magari ci credi davvero.
Lui no.
Guido ora sa.
E da innocente continua a non capire come si possa dire “Buttate via la chiave“.

Image credit: Ri Butov da Pixabay

di Tiziana Nuzzo, su Ora Legale News

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