Mikha'el

Mikha’el

di Tiziana Nuzzo (Avvocata)

Arrivò in studio da me, quindici anni fa.
Con sua madre e la sua fidanzata, rimasta incinta quasi subito, quando ancora i due giovani erano all’inizio di quella che sarebbe diventata una tormentata relazione.
Quando non si ha altro da fare si fa l’amore, dicono. O si consuma sesso, come se non ci fosse domani.
In queste famiglie, dove la povertà ha un eco che esplode come una fucilata in ogni stanza dei sottani, si mangia pane quando si ha fame perché danaro per comprare altro, spesso, non ce n’è.
Allora ci si arrangia. Farina e lenzuola, la vita scorre qui. Come un fiume bigio.
Erano grassi, erano gonfi. Tutti, in famiglia.
E mentre pane e farina non mancavano mai tutto il resto, invece, sì.
Il televisore era piccolo, quasi quanto l’arrabattata macchinetta del caffè.
In trionfo sul mobiletto di fortuna, in cucina, ricavato da una cassa di birra rovesciata.
Di notte ci si avvinghiava gli uni agli altri. Un po’ a casaccio. Odiandosi, amandosi.
Di notte, di giorno, nei meriggi caldi e assolati.
In quelli lunghi e bigi dei mesi più freddi, dove la tuta acetata scompariva nei maglioni di pile perché la lana, la lana pura, è per i ricchi.
O finiva arrotolata in fondo a quel materasso, che poi tanto materasso non è.
Era uno spacciatore, Michele.
Uno spacciatore stupido, come lo definivo io.
Lui, la droga non sapeva neanche cosa fosse.
Non la capiva neanche. “E’ un modo per far soldi avvoca’”.
Lui, la droga che scorre nelle vene e ti succhia il cervello, l’anima, la vita non l’aveva mai vista.
Aveva famiglia, Michele. Una grande, rumorosa, litigiosa famiglia.
Un basso, a Carbonara.
Un vicolo stretto, con le case che litigavano col sole.
Tre scalini e sei dentro. Buio. Una stanza lunga, un budello più che altro. Nessuna finestra.
Un perenne, soffocante puzzo di chiuso e di fritto.
Il sugo che schizzava sulle pareti e lì rimaneva. Per giorni.
Di estate, soprattutto di estate, le donne passavano le scope di saggina sul marciapiede, intrise di acqua e varichina.
E’ per le blatte, avvoca’, qua so’ quand l cavàdd”. Che tradotto sarebbe “Ne abbiamo di grandi almeno quanti cavalli”.
E infatti. Un piano, sopra. Finestre basse, tutte su un lato. Quattro letti matrimoniali, divisi da lenzuola di cotone dalle improbabili fantasie. Perché la biancheria di pessima fattura debba avere colori e disegni improbabili, non so. Ma la tinta unita proprio no, non ce la fanno a concepirla ma tant’è. Meglio le losanghe, i fiori grandi quanto un piatto fondo da minestra. Le righe così simili a quelle delle casacche dei carcerati.
Qui avvenivano i fattacci. In promiscuità.
E, come in carcere, della privacy neanche l’ombra.
Il bagno non ho mai osato chiedere dove fosse. Forse fuori.
Sul retro di quella scatoletta di tonno che chiamavano “casa”.
Aveva un collo lungo, Michele. Lungo, come quello dei dipinti di Modigliani. E le stesse orbite vuote, senza pupille. Quel collo mi ricordava tanto una tartaruga, che stretta nel suo guscio angusto cerca un po’ di aria e libertà. Allora si spinge, col capo. Fuori. Quel che vede intorno non colora i suoi occhi. Li lascia liquidi. Acquosi. Di quell’azzurro spento che ricorda il cielo di novembre. Novembre, il mese dei morti. Forse morto lo era davvero, Michele.
Guardava la sua creatura con distacco. Come fosse un oggetto qualsiasi, un pensiero affogato e galleggiante sul mare immobile e senza schiuma.
E le sue donne, ciondolanti, sfatte e sfaccendate, con la stessa, lunga smagliatura sulle calze velate nere, portate con disinvoltura da mezza coscia in giù.
Un giorno gli raccontai l’origine del suo nome. Mikha’el. Il grido degli arcangeli contro Lucifero e i suoi angeli ribelli.
“Chi è come Dio?”
Non lo so, avvoca’, non so manco chi è il tuo dio, quaggiù non è sceso mai.

Credits: lisa runnels da Pixabay

Di Tiziana Nuzzo, su Ora Legale News

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