In carcere manca tutto
di Maria Brucale (Avvocata in Roma)
Ripubblichiamo l’articolo già comparso su Il Riformista
Occuparsi di carcere è pensare alla comunità penitenziaria tutta.
Strumentali sono le assurde contrapposizioni.
Caro dottor Capece, il carcere è un mondo difficile, di straordinaria complessità: quella che connota le innumerevoli sfaccettature dell’essere umano.
Non è un luogo all’interno del quale si contrappongono buoni e cattivi, diritti tutelabili e diritti da calpestare.
È, soprattutto, un luogo che appartiene alle istituzioni e le rappresenta, un pezzo dell’ingranaggio chiamato Stato, quello all’interno del quale le esigenze di sicurezza dei cittadini, tutti, anche quelli reclusi, devono essere curate affinché la società sia più garantita, ordinata, sicura.
È, ancora, il luogo dove le persone che hanno commesso reati espiano una pena che deve essere utile a reintrodurle produttivamente nel consesso civile, nel quale lo Stato deve fornire alla persona ristretta tutti gli strumenti che le consentano il ritorno in società.
Tale premessa indiscutibile importa che ci si doti di risorse umane e materiali all’interno e all’esterno delle carceri che consentano ad ogni persona detenuta che voglia riabilitarsi di poterlo fare senza subire la violenza di una punizione fine a sé stessa che impone la sottrazione della dignità, la privazione di ogni autonomia di pensiero e di azione, la lesione del decoro del vivere, l’annichilimento della perdita degli affetti, la negazione della speranza.
Non possiamo entrare nel cuore e nella mente di chi ha sentito che la propria vita non avesse più nulla da offrirgli, di chi ha pensato che la morte fosse la sola occasione di sollievo per sé e per i propri cari.
Sappiamo però che il disinteresse della collettività per la persona che finisce nel circuito stigmatizzante del carcere determina una percezione di abbandono insuperabile.
Sappiamo che il carcere comporta la caduta in un baratro di perdita del credito sociale, una sorta di marchio di infamità indelebile che scalfisce la credibilità personale e il ritorno al mondo del lavoro o la proiezione a un’occupazione.
Sappiamo che in carcere manca tutto quello che dovrebbe esserci, che la comunità penitenziaria tutta vive in condizioni disperanti di disagio, gli agenti di polizia penitenziaria, gli educatori, il personale dell’area sanitaria, dell’area amministrativa.
Tutti patiscono il disinteresse dello Stato e una carenza endemica di risorse.
Sono assurde, insensate, nocive le contrapposizioni. La sicurezza sociale passa per il benessere delle persone che stanno in carcere, tutte, quelle che espiano la loro pena, quelle che lo Stato pone quali custodi e quali garanti che quella pena sia correttamente orientata ai suoi scopi costituzionali.
Da perseguire, allora, quali obiettivi, il benessere del carcere inteso come comunità e come parte integrante di uno Stato che sta insieme solo se ogni suo anello è coeso saldamente a tutti gli altri quale segmento utile alla tenuta del sistema.
L’azione politica nonviolenta di Rita Bernardini, di nessuno tocchi Caino, di quanti di noi sostengono con il digiuno a staffetta questo proposito è tesa senza ipocrisie o infingimenti al recupero della tenuta sociale attraverso, com’è chiarissimo dal proclama che sostiene l’iniziativa, una proposta di dialogo alle Istituzioni perché intervengano immediatamente attraverso segnali di ristoro che dimostrino in concreto alla popolazione detenuta e alla comunità penitenziaria tutta l’interesse dello Stato e il proposito di includere finalmente quella comunità negletta tra gli obiettivi politici.
È chiaro che senza riforme strutturali e senza aiuti adeguati il problema non può essere risolto.
È chiaro che amnistia e indulto sono obiettivi non perseguibili nell’immediatezza perché richiedono una coesione parlamentare che ad oggi appare un miraggio.
Va detto però che le situazioni di emergenza a volte richiedono provvedimenti di urgenza che servano a ridimensionare la portata di fenomeni drammatici, ingovernabili e insopportabili in uno Stato di Diritto.
Bisognerebbe anche guardare alla realtà e vedere, ad esempio, che i tribunali non sono in grado di gestire il carico processuale che hanno e rinviano a tempi lontanissimi la trattazione dei processi relativi ai reati più gravi comportando di fatto la malagestio della giustizia, la disattenzione alle attese di chi l’ha invocata, l’impossibilità di pervenire a pene giuste perché inflitte quando hanno ancora una utilità sociale, quando ancora la persona che ha commesso il reato è da rieducare e può percepire il senso dell’impeto punitivo dello Stato, dell’imperativo costituzionale di ogni pena al recupero di un’azione che ferisce.
Certezza della pena è concetto completamente travisato.
Il senso di questa espressione è una pena mite, coerente alla gravità del reato, una pena dinamica, non fissa, che assecondi la proiezione di ogni persona al rientro nella vita libera.
Nessuno tocchi Caino vuole oggi con il digiuno e da sempre con la sua azione politica unicamente che sia garantita la legalità nelle carceri e che ogni diritto umano trovi nello Stato il giusto ristoro e la giusta attenzione.
Di Maria Brucale, su Ora Legale News
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