PENSARE TROPPO FA MALE MARZO 2026

Il DNA, Persefone e gli eterni cambiamenti.

Parafrasando alcune riflessioni di qualcuno, anche il DNA invecchia . Poi, lo si sa, muore. È ineluttabile. Nemmeno il programma scritto nella ben nota doppia elica, anzi, nessun programma, di nessun essere vivente, gira per sempre. Inoltre, assai verosimilmente, un qualunque DNA cambia e, quindi, si adatta alle mutazioni e muta esso stesso.

Transiti. Tuttavia in questo contesto, non possiamo però nemmeno tralasciare un altro incontestabile dato: le modifiche e le mutazioni possono essere sia benefiche che dannose a seconda di chi le osserva e secondo un inesorabile fluire del tempo. Tutto qui. Il tempo che passa è semplicemente un tempo che passa. Quel che si vuol dire -e non è una novità- è che in un qualunque sistema più o meno strutturato lo scorrere degli eventi impone continui adattamenti.


Anche la povera Persefone, suo malgrado, sfortunata figlia di Zeus e Demetra rientra a pieno titolo in questo contesto. Secondo la più accreditata tradizione la sventurata fanciulla, vittima di un rapimento, viene condotta dal suo sequestratore negli inferi mentre è intenta e concentrata a raccogliere fiori. D’altronde cosa può fare una ragazza se non raccogliere fiori. Secondo la migliore narrazione, Ade, peraltro zio della ragazza in quanto fratello del più potente Zeus, dopo alcuni tentennamenti giunge ad una sorta di accordo transattivo con la famiglia di Persefone che ne reclama il rilascio. Trattandosi di transazione, verosimilmente novativa in quanto la convenzione che ne scaturisce crea una nuova obbligazione, Persefone (poi Proserpina per i romani) diviene essa stessa l’oggetto di un cambiamento assolutamente particolare: la (ex) fanciulla, inserita in una sorta di circolarità temporale, invece che essere, per così dire, il soggetto passivo di un tempo che fluisce è l’emblema dell’inesorabile alternanza delle stagioni. Transiti che si ripetono e quindi dei non-transiti e semmai degli eterni ripetuti cambiamenti che, dopo tutto, nulla cambiano. Chissà cosa avrebbe detto, a tale riguardo, suo nonno Crono.


A proposito del cambiamento che, infine, nulla cambia, non dobbiamo poi allontanarci di molto dai recenti drammatici avvenimenti per scoprire che anche da noi, nel nostro Paese, sia pure attraverso modalità apparentemente distanti dal format greco-mitologico, vi è qualcuno che pare trovare ispirazione in ciò che, qualche tempo prima di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, ebbe modo di scrivere anche Joseph Roth ne “la milleduesima notte”. Si ha davvero l’impressione che l’ineluttabile destino di ciascuno di noi resti per sempre fermo, immobile, in un più largo contesto che, invece, si muove. Un immenso movimento che, in quanto gigantesco, sottrae a noi l’idea stessa del procedere. Sarà per questa ragione che il non condividere qualcosa, insieme con il non condannare la stessa cosa, mostra una encomiabile coerenza con il cambiamento che nulla cambia. In fin dei conti, anche questo è un transito, magari un po’ leggero ma sempre transito è.


Calvino, in realtà, ha ben descritto questa leggerezza, che nel nostro esempio sarebbe insipienza a tutti gli effetti, nel suo “Il cavaliere inesistente” quando fa dichiarare ad Agilulfo, al cospetto di Carlo Magno, “Maestà, io semplicemente non esisto”. È lecito domandarsi però se chi dichiara di non condividere e, in pari tempo, di non condannare (in disparte di chi o di cosa si tratti), abbia un’effettiva consapevolezza del proprio dire. Ci piace restare nel dubbio e ricondurre l’Agilulfo di turno al suo vero e profondo significato che nulla ha a che vedere con l’accennata insipienza.


Insomma, sia come sia, siamo in un continuo e profondo cambiare che ci pervade, ci invade, e non risparmia niente e nessuno.


Per tornare al predetto DNA, come non pensare al nostro organo racchiuso in una scatola ossea? Anche lui, il cervello sì, invecchia e, prima di farlo, cambia e noi con lui. Alla fine, prodigiosa opera del transito, di questo transito, di questa mutevolezza, muore. Il percorso che segue, al di là delle inevitabili accidentali patologie, per una sorta di innata “scelta” insita nella nostra doppia elica, è pieno zeppo di cambiamenti determinati da variegate interazioni con gli altri. L’attuale re del mondo, l’uomo dalla artificiale martora bionda sulla testa, quello che invoca il suo personale dio, proprio quel genere di monarca che, mentre prega di fronte al mondo intero, nega la sua stessa conclamata deità è, esattamente come tutti noi, l’espressione di una più o meno certa tripartizione di sistemi motivazionali.


Forse, ma solo forse, a questo re del mondo -come ai tanti altri re del catalogo planetario- qualche livello (quello fisiologico/arcaico? Quello sociale? Quello evolutivo/culturale?) è saltato del tutto. Non possiamo saperlo. Possiamo però consolarci laconicamente ricordando che, alla fine di questa enorme fiera delle vanità, siamo stati protagonisti di un mero transito.


Infine, si muore.

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