Aaron Swartz: la resilienza culturale
di Giovanni Pansini (Avvocato in Trani)
La possibilità di contribuire creativamente alla vita culturale è parte della promozione della dignità umana e del singolo individuo ed è fonte di arricchimento per la società nel suo complesso.
L’Articolo 27 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo afferma che: “Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici”.
Il bisogno dell’Uomo di attingere liberamente alle fonti di conoscenza è antichissimo, ben più antico della sua consacrazione nella Dichiarazione Universale.
Basterebbe pensare alla Biblioteca di Alessandria che, secondo le fonti, sarebbe stata la più grande e ricca biblioteca del mondo antico.
Il Copyright Act del 1911, ben prima della Dichiarazione Universale, aveva previsto l’obbligo del “deposito legale” di una copia di ogni libro pubblicato nel Regno Unito presso alcune Biblioteche pubbliche al fine di garantirne l’accesso libero e gratuito ai cittadini interessati.
L’avvento della digitalizzazione e l’eliminazione dei costi materiali di riproduzione delle opere culturali e scientifiche, teoricamente, avrebbe dovuto allargare la platea dei beneficiari delle fonti di conoscenza, abbattendone, sino a renderli sostanzialmente nulli, i costi per l’accesso.
Questo, però, non è accaduto.
Il recente dibattito sulla proposta di Direttiva UE sul Copyright, dapprima bocciata e successivamente emendata ed approvata, ha fatto emergere il tema centrale della società dell’informazione.
Che si tratti di libri, di articoli accademici o di immagini fotografiche, di medicine oppure di files musicali, la questione del libero accesso ai contenuti culturali in un ecosistema digitale rimane ancora regolata da vecchi modelli di distribuzione che tendono a tutelare non tanto i diritti morali e materiali dell’autore dell’opera, quanto il corrispettivo economico dell’editore, spesso molto elevato e non più giustificato dai costi di riproduzione e di distribuzione.
Il Copyright fu inventato trecento anni fa, quando era molto difficile replicare o riprodurre un’invenzione o un prototipo e, quando questo avveniva, aveva un costo.
Oggi, invece, siamo nell’era della riproducibilità tecnologica a un costo sostanzialmente nullo.
E tutto cambia, o dovrebbe cambiare.
In questi giorni ricorre l’anniversario del suicidio di Aaron Swartz (nella foto), un giovanissimo genio dell’informatica che coltivava il sogno di rendere accessibile il sapere a tutti attraverso il web, liberandolo dai vincoli della privatizzazione a privilegio di pochi.
Swartz, con il suo amico e mentore, il Professor Lawrence Lessig, collaborò al progetto della licenza “Creative Commons” e successivamente si indirizzò verso progetti sempre più ambiziosi tesi a rivendicare il diritto all’accesso alle informazioni a condizioni uguali per tutti.
Uno dei suoi progetti fu la “Open Library”, la creazione di una biblioteca digitale online ad accesso libero, che Aaron descriveva così: “E se ci fosse una biblioteca con ogni libro? Non ogni libro in vendita, o ogni libro importante, neanche ogni libro in una certa lingua, ma semplicemente ogni libro; la base della cultura umana. Per primo, questa biblioteca deve essere su Internet.”
Voleva rendere accessibile a tutti la “base della cultura umana”.
Nel 2008, in Italia, con alcuni amici, scrisse il “Guerrilla Open Access Manifesto”, che ricordava che “l’intero patrimonio scientifico e culturale, pubblicato nel corso dei secoli in libri e riviste, è sempre più digitalizzato e tenuto sotto chiave da una manciata di società private”.
Subì un procedimento penale per aver sottratto (ma non diffuso) da una banca dati oltre 5 milioni di articoli scientifici consultabili solo a pagamento e non riuscì a reggere il peso dei capi di imputazione, che prevedevano una pena di oltre trent’anni di reclusione e milioni di dollari di risarcimento.
Si tolse la vita, a soli 26 anni.
La commovente lotta di questo ragazzo per rendere libero l’accesso ai contenuti scientifici e culturali ricorda il grido di battaglia coniato dal teologo Thomas Muntzer per i contadini tedeschi in rivolta: “Omnia sunt communia”, con la differenza che la guerra che si combatte oggi non ha più ad oggetto rivendicazioni sulla proprietà fondiaria, ma sulle informazioni e sui dati.
Forse è giunto il momento di rimodellare il concetto stesso di Copyright.
Dobbiamo chiederci se un enorme data – base pubblico e condiviso, a cui tutti possano avere accesso gratuitamente, possa essere più funzionale al progresso della collettività ed al bisogno del singolo di sentirsi compartecipe della vita culturale.
Più di dieci anni fa, in Italia, la “Commissione Rodotà” ebbe il compito di lavorare ad un progetto di riforma del Codice civile per adeguarlo, tra l’altro, alla nuova dimensione immateriale della società e dell’economia, (assolutamente estranea all’impianto del Codice al tempo della sua redazione nel 1942).
Il progetto era finalizzato ad individuare e a tutelare i “beni comuni”, ossia tutti quei beni che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali e al libero sviluppo della persona, e che, per questo motivo, non possono essere sottratti alla fruizione da parte della collettività.
Tra i beni comuni, nell’elencazione non esaustiva fatta dalla Commissione, vi erano anche i beni culturali.
Il lavoro scientifico della Commissione è ancora disponibile e ben potrebbe essere ripreso ed attualizzato su impulso dell’Avvocatura, alla luce del nuovo quadro economico e sociale che vede nell’informazione la principale materia prima dell’economia di questo millennio.
Potremmo pensare di rendere liberamente accessibili a tutti, ad alcune condizioni, le informazioni di carattere scientifico e culturale, la “base della cultura umana”.
Perché, come diceva Aaron, “L’informazione è potere. Ma come con ogni tipo di potere, ci sono quelli che se ne vogliono impadronire”.
Fotocredit: https://www.doppiozero.com/materiali/web-analysis/aaron-swartz-open
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