Le parole sono finite
di Massimo Corrado Di Florio
Se è pur vero che di ciò di cui non si può parlare si deve tacere (Wittgenstein), magari è altrettanto vero che la non conoscenza di qualcosa può indirizzarci verso una sorta di narrazione che ci aiuti a scoprire l’ignoto. Un po’ di curiosità e di umiltà possono venirci in soccorso.
In quale contesto inseriamo una qualunque narrazione? In prima battuta mi verrebbe da dire: ovunque. Un ovunque narrativo, per così dire, completamente depurato da ogni genere di significato anche se, poi, un significato occorre rintracciarlo anche nel nulla. È un momento particolare quello che viviamo.
Il vuoto pneumatico si mimetizza tra le parole e tra queste è assai difficile rintracciare un accettabilmente vero rispetto ad un poco accettabile falso. È il momento delle fakes. Epoca dell’aprir bocca per dar fiato. Io stesso, sol perché scrivo in questo istante, sto dando fiato alla mia bocca per mezzo della penna.
Scrivo e do fiato. Ecco un contesto narrativo. Supercazzola o cazzabubbola che dir si voglia, di questo discutiamo. L’importante è far presa, essere convincenti. Lo slogan è infatti lo strumento più idoneo al raggiungimento dello scopo. E qual è? È trasformare l’inutile inesistente in una utilità frutto di una trasformazione che presuppone un unico dato certo: l’assenza di sostanza. Lo slogan ha un’unica necessità: essere pronunciato, proclamato, urlato. Lo slogan “è e non può non essere”. Anzi, È perché è urlato. Non invento nulla: è di questi giorni il titolone del quotidiano “Il Giornale” sull’inspiegabile accostamento tra il calo del fatturato e del pil con l’aumento dei gay. È di questi giorni la riesumazione de “I protocolli dei Savi di Sion” per giustificare un post privo di qualunque significato. Siamo immersi nei social che ci immergono nelle falsità, nelle notizie inventate di sana pianta, nei titoloni inutili. Esche. Come si dice oggi “armi di distrazione di massa”. E la massa, ahimè, talvolta, ci casca.
La nascita di una bugia, una Fake è perciò frutto di un parto assolutamente naturale. È infatti sufficiente spararla mediamente grossa. Il “sarchiapone”, giusto per intenderci, viene ad esistenza allorchè Walter Chiari lo presenta -senza mai dire cos’è- ad un pubblico sbigottito e divertito. L’assurdità cattura, attrae. Il sarchiapone esiste ed è vero non appena viene offerto attraverso una articolata narrazione. La parola diviene così la levatrice raffinatissima della nostra realtà.
Nella versione più divertente della fake abbiamo così assistito anche alla nascita del concetto “antani”. Un significato pari allo zero. Eppure esiste e possiede un suo proprio peso narrativo. “Come fosse antani”…
“Antani” ha invaso ambiti del sapere, anche scientifico. Ricordate i due scienziati della fusione a freddo? Ma sì! Stanley Pons e Martin Fleischmann. Nel 1989 dichiararono di aver inventato una particolare cella elettrolitica (un bicchierone pieno di acqua pesante) capace di riprodurre la energia solare per mezzo di una fusione a freddo. Una bufala colossale. Energia come se fosse “ANTANI”.
Nel più innocuo mondo dello spettacolo, Il Vademecum Tango (la Passione Latina dell’indimenticato Franco Nebbia) è un classico ed efficace esempio del non dir nulla pur dicendo tanto. È il trionfo della parola che crea la realtà. A riflettere per bene e al di là delle bufale degli ultimi mesi e giorni, nessuno può dirsi o sentirsi fuori dalla fascinosa fake.
E per tanti motivi. I collegamenti con prospettive carrieristiche accostabili a svariate forme di esibizionismo mediatico sono a portata di tutti. Ricordate il celeberrimo metodo Di Bella? E il giudice Madaro? La sua ascesa politica e la sua rapida caduta? Bufala Sanitaria e Bufala Giuridica. Deriva di ritorno e ascesa del mitologico Catoblepa.
E così, da un momento all’altro, si potrebbe smettere di parlare. Tra un momento e l’altro dovrebbero finire tutte le parole pur restando, però, un immenso numero di parole proprio in quello spazio. Tra un momento e l’altro. Da non crederci, eppure si potrebbe andare verso questa deriva. Un attimo prima, le mille frasi e le mille e mille lettere delle frasi e, un soffio di tempo dopo, più nulla. Non si finisce mai all’improvviso qualunque cosa. Di solito si pensa che prima di un termine finale e ancor prima di una brusca decelerazione ci si conceda un tempo per favorire l’uscita. Qui, niente di tutto questo.
Prima un momento, poi, l’altro. Tutto qui. Prima del primo momento nessun dubbio intorno alla radiosa e luminosa giornata. Niente ma proprio niente che lasci presagire il secondo momento, l’altro. In mezzo, un oceano di roba. Alcun sogno cattivo preannuncerebbe la fine delle parole. Le cose andrebbero esattamente così. Un semplice prima e un altrettanto semplice dopo. Nessun senso di smarrimento prima e nessun senso di angoscia dopo. Insomma, una fine e basta, deprivata di una qualunque polemica, né una fine prodromica ad un altro inizio. Le parole sono finite.
Anche le parole, in fin dei conti, terminano come tutto il resto. Non si sa bene se la colpa sia del tempo che maltratta un po’ tutto. Forse anche le parole vengono maltrattate dal tempo che passa e, perciò, finiscono. Un specie di regola naturale cui nemmeno le parole si sottraggono. Non ci deve essere per forza un motivo, una spiegazione attribuibile a questo o a quel comportamento, a questo o a quel sapore che magari non ci piace più come prima. È questione di tempo che scorre e che tratta male, maltratta. Le parole maltrattate, alla fine, finiscono. Terminano, chissà, forse cambiano scomparendo. O forse cambiano e non riusciamo più a vederle o riconoscerle. Invecchiano e, pian piano, finiscono. Per stanchezza, per consunzione. Per qualcosa che sfugge. All’improvviso ci lasciano. Ci si abitua a tutto.
Sì, ci si abitua a tutto. Anche alla distopia sociale fondata sulla fine delle parole stanche e perfino quella distopia che affonda le sue radici nell’uso malizioso e furbo delle fake news e che ci conduce verso l’inesorabile involuzione di una società. Esempi nel passato ve ne sono a bizzeffe. Esempi nel presente mi verrebbe da dire che sono in fase di formazione. L’importante è accorgersene per tempo. Speriamo non si debba cominciare a pensare che la pancia ragiona sempre meglio della testa. Lo si sa, alla pancia basta veramente quel poco di zucchero per ben digerire qualunque genere di pillola. Perfino quelle mie. Il passo tra la distopia sociale e il totalitarismo è assai breve.
“Ahi, vademecum tango….sed alea iacta est”.
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