poveri-noi-7 Povertà, cultura e DNA

Poveri noi! #07

di Massimo Corrado Di Florio

Povertà, cultura e DNA

Cerco di tracciare uno scenario. Decido, perciò, di non cadere nella trappola di dovermi confrontare con una tematica assai tipizzata che, inevitabilmente, mi condurrebbe all’interno della canonica equazione povertà = pochezza di denaro. Sono, infatti, più che convinto del fatto che la scarsità o la quasi totale mancanza di denaro, ancorché rappresentativa della cruda immagine del “povero”, sia solo un effetto scontato di altra e più devastante mancanza.

Mi riferisco, come probabilmente il titolo preannuncia, alla povertà culturale, fenomeno troppo spesso ignorato e troppe volte degradato al rango di corollario fastidioso e inutile. Un epifenomeno per dirla come chi sa parlare bene.

Mi si potrebbe obiettare facilmente che la complessa problematica in questione è pur sempre e soltanto la figlia degenere della ben evidente diminuita attenzione nei confronti della cultura. È vero, è così. Alla fine dei conti, tutto, o quasi, è riconducibile ad un problema di natura culturale. La debole attenzione che si manifesta nei riguardi del problema finisce poi col travolgere ogni cosa.

La cronaca di questi giorni e, per meglio dire, le cronache di questi ultimi tempi, offrono uno spaccato, nazionale e internazionale, assai preoccupante.

Pur volendo evitare di discorrere del riesumato eroe/giustiziere mascherato che combatteva contro i tiranni e l’ingiustizia (Zorro), in realtà, se ben ricordo, l’onda lunga di questo coacervo di problemi -una problematica per l’appunto- principia nel momento in cui qualcuno dei nostri super-assai-poco-statisti ebbe a dichiarare qualcosa che aveva a che vedere con la impossibilità, per la Cultura, di tradursi in ricchezza. È ovvio che la chiave di lettura del termine “ricchezza” in quel contesto socio-politico, non poteva che declinarsi in termini di “soldi” che la cultura non avrebbe mai prodotto.

Se a questo aggiungiamo la considerazione che le “folle” si lasciano, per le più varie ragioni, facilmente convincere di qualunque dabbenaggine venga loro propinata, il gioco è fatto e, quel che più rileva, è molto pericoloso.

Tralascio Zorro, citato da qualcuno per ricordare il proprio personalissimo passato. Lo faccio un po’ perché in realtà mi è del tutto indifferente il furto del pupazzetto, un po’ perché mi sembra assai più rilevante ricordare che la povertà di cui discorro riguarda, ad esempio, l’assurdo episodio di cui è stata vittima un’insegnante colpevole di aver voluto proporre ai propri discepoli l’importanza del paradosso nella costruzione del pensiero. Poiché di paradosso si tratta e non di sterili accostamenti tra differenti episodi sganciati da qualunque contesto.

Occorreva trovare un antieroe. La prof. è stata inserita nel tritacarne dell’immancabile solerte burocrate. Compiacere il re è uno sport diffuso a livello planetario. Da sempre. Anche requisire striscioni sui balconi è compiacere qualcuno. Le folle, così, sono felici. La loro pancia è soddisfatta, la Cultura, molto meno.

Parlo di “folla” a ragion veduta. Ne parlo, giusto per ricordare a me stesso che un popolo è espressione, tra l’altro, di una identità culturale, sociale, politica. Una folla è, a mio avviso, esattamente come la “canaglia” di cui parlava Voltaire: una banderuola disordinata e urlante cui basta anche un refolo di vento, purché ben architettato e pregno di prospettici e saporiti condimenti, per cambiare orizzonte di approdo. E la Cultura? Non è nemmeno morta, semplicemente non serve più. Ecco la povertà.

Fa nulla se sarebbe assai meglio parlare ad un popolo invece che a una folla. Fa nulla se a un popolo (a cui, peraltro, la nostra Costituzione affida la sovranità -art. 1, comma 2 Cost.-) si chiede di ragionare con la testa e non con la pancia. Fa nulla se la pancia è la parte del corpo cui si ricorre per non far pensare.

La povertà culturale in cui siamo e stiamo sprofondando fa molta più paura di quell’altra povertà. Con l’abitudine alla povertà culturale è facile farci dimenticare che “la società di mercato ha bisogno di individui senza legami forti e radici troppo profonde, e ha i mezzi economici e politici per crearli sempre più così. Le persone con relazioni interpersonali significative, con una vita interiore coltivata, sono sempre consumatori imperfetti e difficili da gestire” (Capitalismo Infelice, di Luigino Bruni. Vita Umana e Religione Del Profitto. Slow Food Editore. “una nuova distruzione creatrice”, pag. 21).

Prendo a prestito l’espressione “distruzione creatrice” per sottolineare come nulla nasce per caso. Sono cioè disposto a ritenere che la creatività può veramente essere l’elemento sostanziale di una ben programmata distruzione. La perversità di questo disegno è perfino affascinante. L’abile mente creatrice ha così tanto depresso qualsivoglia impulso culturale da eliminare, in radice, la consapevolezza dell’essere diventati poveri senza nemmeno più avvertire la fame di cultura.

Chiudo citando un articolo davvero suggestivo. L’11 aprile 2019, è apparsa su tg24-sky una notizia riguardante uno studio della Northwestern University, pubblicato sull’American Journal of Physical Anthropology, secondo cui “…il Dna non è immutabile e tra i fattori in grado di alterarlo ci sarebbe la povertà… un basso status socioeconomico che perdura per più anni avrebbe un impatto sul patrimonio genetico delle persone tramite l’aggiunta di specifiche molecole in grado di influenzare sia la risposta immunitaria che il sistema nervoso…”. https://tg24.sky.it/scienze/ricerca/2019/04/11/dna-impronta-poverta.html

A questo punto mi auguro che gli “ideologi” della inutilità della Cultura, rivedano alcune delle loro teorie. Mi rendo conto, però, che questi stessi “ideologi” adorano la folla che li adora e temono il popolo sovrano.

PIC: Free-Photos da Pixabay

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