Jus sputtanandi
di Marco Scarpati (Avvocato in Reggio Emilia)
Il 27 giugno 2019 addietro sono involontariamente entrato in un vortice incredibile ed incomprensibile di un procedimento penale nel quale sono stato “accusato”:
a) di avere partecipato a un bando per servizi legali minorili indetto da un servizio sociale e averlo e vinto sulla base dei titoli da me presentati;
b) di avere correttamente svolto attività di legale della parte offesa/civile in alcuni processi (una quindicina in 5 anni) dopo regolare nomina da parte degli organi apicali dell’ente che mi designava;
c) di avere emesso parcelle per tale lavoro (alcune al cliente e altre al patrocinio a spese dello Stato);
d) che tutto quanto sopra delineato mi caratterizzava come externus in un abuso d’ufficio compiuto dai funzionari dell’ente designante.
Il procedimento penale in sé non mi ha turbato: faccio questa professione da tanti anni, conosco le leggi e la giurisprudenza italiana e comunitaria in materia e sapevo benissimo di non avere compiuto alcun illecito, neppure involontariamente.
Il 27 giugno 2019 mattina, alle 7.00 mi giungeva una chiamata sul cellulare alla quale non rispondevo perché nel medesimo momento una auto dei Carabinieri, parcheggiando in mezzo alla strada di fronte al cancello di casa mia, lampeggianti accessi, chiedeva a mia moglie di farmi uscire da casa perché dovevano notificarmi un atto.
All’invito di mia moglie di entrare in casa (alle finestre intorno si affacciavano diversi curiosi ed erano le sette del mattino: stavo svegliandomi) loro ripetevano che mi volevano fuori.
In pigiama sono uscito e sul cofano dell’auto mi hanno firmato la ricevuta dell’avviso di garanzia: due paginette nelle quali scoprivo “solo” l‘articolo del CP per cui ero indagato (il 323, abuso d’ufficio).
Mia moglie, ovviamente, era sbiancata e mi chiedeva cosa stesse succedendo.
Rientrato, accedevo al mio cellulare e scoprivo, attraverso un messaggio, che a cercarmi era stata una mia cliente del Servizio sociale, indagata, e che voleva nominarmi quale suo legale. Mi informava altresì che era stata arrestata in quel momento. Seppi un paio di ore di ore dopo, alla radio, che ero indagato, assieme ad una trentina di persone, in un procedimento che si chiamava “Angeli e Demoni”, un nome da opera di Dostoevskij più che il nome di una indagine: a chiunque la ascolta pare una sentenza definitiva di condanna.
Infatti quel giorno stesso, mentre io avevo solo un foglietto che nulla spiegava, tutti gli organi di stampa e televisivi, locali e nazionali, ricevevano le 280 pagine dell’ordinanza del GIP.
Riguardo al sottoscritto il giudice stesso escludeva che negli atti di indagine vi fossero mie condotte illecite e rigettava la richiesta della misura cautelare fatta dalla Procura (gli arresti domiciliari!).
A me, onestamente, l’idea che qualcuno avesse chiesto i miei arresti domiciliari ripugnava ed offendeva: il dubbio, scritto nella richiesta, che io potessi, nell’incontrare i bambini parti offese nei procedimenti, indurli a dire il falso (ben sapendo che noi avvocati minorili non incontriamo mai da soli un minore: non siamo psicoterapeuti, non c’è alcun motivo per parlare con un minore, prima di un ascolto processuale).
Il problema incredibile è che da quel giorno, mentre io e il mio avvocato non avevamo accesso a nulla che fosse contenuto nel fascicolo processuale che mi riguardava, tutti i giornali (e le televisioni, le radio e il web) pubblicavano non solo ampi stralci della ordinanza del GIP (che noi, ovviamente, non avevamo), ma anche atti di indagine, testi di intercettazioni telefoniche ed ambientali, testi di comunicazioni fra me (avvocato) e i miei clienti.
Il mio nome era pubblicato sulla stampa come “uno degli indagati delle torture ai bambini” ovvero “Uno degli indagati per gli affidi illeciti”, non avendo, in vita mia, né mai torturato alcun bambino, né mai partecipato ad alcuna istruttoria per un affido.
Del resto, se parlavano di “Angeli e Demoni” occorreva descrivere gli indagati come demoni, tutti, nessuno escluso.
Ai primi di luglio partecipai a un seminario, come relatore, a Milano e con mia sorpresa tutti i partecipanti, amici e conoscenti, avevano letto l’ordinanza e alcuni di loro ne avevano, nella borsa o nel computer, una copia. Io, ovviamente, ancora no.
Nei giorni successivi cominciai ad ascoltare in televisione alcune intercettazioni telefoniche e ambientali fra gli indagati, atti ancora interdetti agli avvocati. Quindi perché erano già nelle mani dei giornalisti?
In quel momento ho capito bene, e sulla mia pelle, cosa intende l’Avv. Mellini quando parla (ne ha scritto anche recentemente sul Dubbio) di abolire l’informazione di garanzia che ormai è diventata parte iniziale dello “Jus Sputtanandi”.
Il 29 luglio successivo mi fu notificata la fissazione dell’udienza avanti al Tribunale del riesame: la PM, a fronte di una ordinanza del GIP che conteneva una novantina di capi, per diversi dei quali le misure cautelari erano state rigettate o grandemente ridimensionate, aveva appellato “solo” il mio caso e il rifiuto della richiesta di misura cautelare che mi riguardava (a fronte di diverse richieste respinte).
Strano, ma questo però, fortunatamente, permise al mio legale di accedere formalmente ed ufficialmente agli atti del procedimento e comprendere, con migliore specificità, di cosa ero accusato.
Il Tribunale del riesame, con una ordinanza assai ben motivata, ha spiegato (nuovamente) che nessuna delle fattispecie previste nella ipotesi di reato fosse illecita, ovvero che io abbia compiuto alcuna condotta di reato o che nelle parcelle vi fosse alcun danno per la pubblica amministrazione, la quale è libera, nel nominare un avvocato in un procedimento giudiziale, di scegliere l’avvocato che ritiene più utile. Di conseguenza ha nuovamente rigettato la richiesta.
Successivamente ho letto sui giornali che la procura aveva chiesto l’archiviazione del mio caso. Dieci giorni dopo l’ho avuto la riprova, nel corso di una udienza per un incidente probatorio per cui ero stato notificato, comunicato direttamente dal GIP e confermato dalla sostituta inquirente.
Alcuni giorni dopo il GIP archiviava “perché la notizia di reato è apparsa infondata”.
Nei mesi passati tantissimi Colleghi mi hanno chiamato o scritto per comunicarmi la loro solidarietà e ne sono davvero grato: ci si sente molto soli in quei momenti e vedere la stima dei colleghi mi faceva capire che, solo, non lo ero.
Alcuni, imbarazzati, mi comunicavano anche di avere ricevuto miei clienti che chiedevano loro di assumerne la difesa: comprensibilmente dicevano che temevano (viste le notizie pubblicate sui giornali) che il mio studio fosse pieno di “cimici” e che non se la sentivano di comunicarmi i loro segreti. Altri invece, si dicevano indignati per avere scoperto che il loro legale di fiducia era complice in rapimenti di bambini e che aveva lucrato sul traffico degli affidi.
Fatto sta, che per quasi quattro mesi si è interrotto il regolare flusso di clienti nel mio studio e raramente qualcuno dei miei vecchi clienti (ovviamente: soprattutto quelli pubblici e che hanno avuto visite degli inquirenti che chiedevano notizie su di me e i miei incarichi) mi ha cercato.
In questi mesi ho inoltre ricevuto lettere minatorie, alcune contenenti volgari riferimenti ai miei figli, e alla segreteria dello studio sono giunte telefonate irripetibili (non solo per me, anche per la collega Ognibene che ha assunto la difesa di una delle indagate ai domiciliari).
Per evitare di offrire spazi ad un attacco sempre più volgare (avvenuto fin dall’inizio) ho dovuto temporaneamente chiudere le mie pagine sui social ed isolarmi.
Da mesi non acquisto più giornali e non guardo più la televisione: sapere che il mio nome (ma anche quello di altri indagati, che ho conosciuto e per i quali ho lavorato negli anni) veniva sbattuto in prima pagina con notizie spesso false, mi umilia e mi interpella sul ruolo delle norme processuali penali.
Per fare un solo esempio: un giorno ho letto su un giornale locale di due gemelline strappate alla mamma, cinese, e che lei non aveva mai più potuto vedere perché andate in adozione.
Peccato che in quel processo, dove io ero stato nominato legale delle bambine dal curatore delle piccole, era uscita da più di un anno la sentenza definitiva che, accogliendo la richiesta mia e del legale della madre, aveva rigettato la ipotesi di abbandono e aveva restituito le bambine alla vita di tutti i giorni, e che l’affido, mi pare, alla fine fosse diventato volontario: alla mamma faceva comodo avere un aiuto.
Tutto è diventato scontato, ovvio, banale.
E così che sono usciti persino libri sulla storia di Bibbiano, che null’altro possono descrivere, e con toni incredibili, che il teorema dell’accusa: è l’apoteosi della inutilità del processo penale, che quando arriva serve solo a giustificare i fatti narrati in precedenza.
E che quando assolve diventa, sulla stampa, incredibile ed immotivabile.
Mi domando: cosa possiamo fare noi avvocati per evitare che i processi avvengano nelle piazze, con le forche già pronte e le “tricoteuses” sedute, in attesa della preannunciata esecuzione?
Photo credit: “life box” – images.fineartamerica.com/koji-tajima
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