Diritti al cinema
di Massimo Corrado Di Florio
C’era una volta il cinema. C’è ancora. Lì si entra per restare avvinti e avvolti da una narrazione. Immagini che, insieme con dialoghi scritti o parlati, catturano e rapiscono lo spettatore.
Più di un funambolo in perenne equilibrio sul suo cavo, più di un trapezista impegnato nelle sue evoluzioni aeree, più del prestigiatore con la sua assistente magicamente trapassata da spade improbabili, più di ogni altra provocazione sensoriale, lo spettacolo cinematografico, ci porta lontano solleticando le nostre emozioni. Ci gioca, quasi.
Quel raccontare apparentemente facile, dietro ad un racconto complesso, che, ancora più indietro, si perde in un altro racconto che, pian piano, con abile costruzione, diventa nostro e di tutti allo stesso tempo. Un legame indissolubile che collega questa settima arte al nostro cervello.
Andare al cinema, diritti al cinema. Un’esortazione al fare senza ripensamenti esattamente come le nostre sensazioni ci spingono a fare quando, privi di filtri e di difese, ci lasciamo letteralmente trafiggere da una storia.
E il cinema è storia. Lo è esattamente quando è esso stesso testimonianza articolata dei fatti del vivere umano.
Andare al cinema, diritti al cinema senza esitazioni. In un cinematografo qualunque, in quel buio denso con un unico bagliore in fondo alla sala e con i suoni sapientemente mescolati con le scene caleidoscopiche. Un fascio di luce, una sciabolata -un tempo fumosa- dritta dritta nel cuore del grande telo bianco. Di quel fumo di un tempo e di quegli ambienti del passato non resta più nulla. Oggi, che pare vada tutto in fumo, nemmeno si entra più nelle modernissime multisale. Il nostro titolo “Diritti al Cinema” appare essere persino presuntuoso. Così non è.
Certamente, dopo il disastroso lock-down, nulla sarà come prima e tutto dovrà cambiare. Assai probabilmente, inventeranno nuove tecnologie che stimoleranno meglio e di più le nostre emozioni. Tutto si evolve rapidamente e, assai verosimilmente, l’ultimo spettacolo, altro non è se non ciò che precede il nuovo. È sempre stato così.
I diritti al cinema e col cinema.
D’altronde, sin dal 1965, venne ad esistenza un riconoscimento esplicito della forza della produzione cinematografica, e non solo in termini ecomomico/industriali. Col primo ordinamento disposto in favore del cinema (la c.d. Legge Cinema) “lo Stato considera il cinema mezzo di espressione artistica di formazione culturale, di comunicazione sociale e ne riconosce l’importanza economica e industriale”. Non è un caso che “le attività di produzione, di distribuzione e di programmazione sono ritenute di rilevante interesse generale”.
Diritti al cinema, perciò, e senza enfasi. La fine della storia, cui gli ultimi eventi parrebbero aver dato corso, è essa stessa un inizio di qualunque altro racconto e l’abilità del dire e dello scrivere renderà qualunque altra storia più bella e più abbellita di qualunque altra. E così ancora, per sempre, anche in un cinema nuovo e, forse, completamente diverso da ciò che, oggi, nemmeno riusciamo a immaginare.
D’altra parte, che cosa rende e renderà piacevole ogni spettacolo se non la nostra “povera” chimica di piccoli uomini semplicemente ospiti di questo piccolo pianeta?
I nostri meravigliosi neuroni specchio, chissà, forse si adatteranno a nuove risposte emozionali condivise. Il legame tra il cinema e il cervello continuerà ad alimentare la nostra empatia e la nostra continua immedesimazione in una novella, in una favola, in una fiaba. La magia e la simulazione ci condurranno diritti verso questo nuovo cinema, magari non più stipati nelle nostre amate/odiate sale.
Sarà il trionfo di ciò che è stato e di ciò che verrà. È la novità che avanza. Continueremo a partecipare emotivamente a questo incantesimo immaginifico. È la settima arte, bellezza! E che gran casino liberiamo dalle catene dei nostri cervelli. E’ l’emozione che graffia attraverso la saggia e un po’ furba descrizione dei sentimenti umani.
Diritti al cinema, purchè i Diritti vengano sempre spiegati, rispettati e non imposti attraverso un uso pericoloso di questa arte meravigliosa. Non è infrequente un uso “improprio” del cinema.
I Diritti nel cinema, talvolta, sono stati calpestati. La censura è sempre in agguato. Il dottor Antonio Mazzuolo, quasi un Torquemada moralista del Boccaccio ’70 (nei quattro episodi diretti da Vittorio De Sica, Federico Fellini, Mario Monicelli e Luchino Visconti), ne sa qualcosa. Il censore, di solito, viene sconfitto dal suo stesso ribollire di emozioni inespresse e soffocate.
Se poi tutto dovesse andare male, consoliamoci: il cinema, ne sono certo, lo racconterà ancora una volta e, in tal modo, ci aiuterà a riscoprire la nostra coscienza sopita. Il cinema lo fa.
Image credit: Cecilia Vicuna; Park nights
www.serpentinegalleries.org
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