Diversità
Equità
Inclusione
di Massimo Corrado Di Florio
La percezione di una diversità costituisce il primo passo per la constatazione della mancanza di equità. La medesima constatazione pone il problema dell’inclusione.
Non appartengo a certo diffuso bigottismo negazionista figlio di un ideale e inesistente mondo perfetto ma, un po’ come l’ambivalente (e divisivo) concetto di tolleranza che presuppone in ogni caso una sia pur vaga forma di esclusione, non posso non considerare come la c.d. valorizzazione delle peculiarità di ogni individuo possa rappresentare un valido e effettivo momento di superamento delle diversità.
Però
Come ha scritto qualcuno “Il mondo non è un luogo giusto” (Vittorio Pelligra, ilsole24ore, 23 agosto 2020 https://www.ilsole24ore.com/art/la-ricerca-senso-reazione-e-adattamento-all-ingiustizia-AD18Tdk–
“Siamo tutti uguali: siamo simili nelle nostre sofferenze e nelle nostre incoerenze, perché siamo imperfetti e ci esauriamo nel tentativo di nasconderlo. Questi sforzi ci assorbono completamente: vogliamo convincerci di non avere più spazio per gli altri. Crediamo che la maschera ci protegga quando invece ci isola: dimentichiamo che i nostri fallimenti ci avvicinano più dei nostri successi” (Charles Pépin “filosofia dell’incontro”, pag. 157).
A ricordarci che il mondo è un luogo ingiusto, è la Genesi ( 1^ libro della Bibbia). Quando il Padreterno decide di scacciare dall’Eden Adamo e Eva (protomartiri della disobbedienza), con distruttiva volontà provvedimentale assegna alla donna il dolore del parto e all’uomo la dolorosa fatica del lavoro. A ben vedere, la diversità è già tracciata e, con essa, anche la attribuzione della responsabilità della disobbedienza ad uno solo dei due. E quindi, la donna, a casa a far la calza e a partorire dolorosamente, l’uomo (deresponsabilizzato rispetto alla consumazione del frutto proibito) fuori a lavorare e a portare il pane a casa.
Al di là delle fin troppo facili battute, ancora oggi le donne, quasi dappertutto, quando e se lavorano, guadagnano meno dell’uomo e, sempre quasi dappertutto, presiedono e attendono alla cura della prole.
Insomma, la diversità, pur con tutti i modernissimi correttivi adottati dai più ispirati legislatori planetari, continua a sovralimentare la iniquità e l’esclusione.
La disparità salariale è un fatto che nemmeno può dirsi antigiuridico in senso stretto. È, molto più semplicemente, un fatto di inciviltà.
Ci si sta davvero stretti in questo mondo ingiusto.
E come non parlare dell’inserimento/inclusione delle persone con disabilità. Un legislatore più attento del solito, nel 1999, disciplinò il collocamento obbligatorio con la legge nr. 68. Non so dire se si sia conseguito il risultato sperato ma quel che è certo, a mio avviso, è che ancora una volta ci si è mossi nel solco della eccezionalità.
Un risultato comunque raggiunto diremmo, sebbene poi, in termini percentuali, l’obiettivo sperato si sia attestato in un alveo di poco superiore al 30% .
La incondizionata valorizzazione delle peculiarità di ogni persona è ancora lontana. Molto probabilmente si tratta di una distanza incommensurabile.
Uno spunto risolutivo lo si può intravedere, forse, nell’insegnamento costante, mai occasionale e puntiforme, della Cultura. La spinta verso la Cultura, assai verosimilmente, abbatterebbe ogni baluardo di quella odiosa eccezionalità che, in quanto tale, ci ha abituati, sempre e da sempre, ad una visione parziale delle cose. E così, la miopia imperante rende il mondo ingiusto. Indagare minuziosamente su se stessi, per dirla con Eraclito, può servire a renderci più uguali.
Image credit: Arek Socha da Pixabay
di Massimo Corrado Di Florio, su Ora Legale News
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