Essere magistrati
di Massimo Corrado Di Florio
Il Determinante “sé”
Parliamo di spazio del potere. E parliamo, perciò, di ambiti entro i quali lo spazio stesso viene gestito e/o amministrato.
In tale contesto spaziale, che è anche espressione di una sorta di morale di Stato, risiedono i vari poteri che traggono la loro forza/autorità da atti di delega. D’altronde, perfino nella pronuncia “in nome del popolo italiano” ritroviamo un ben circoscritto e, direi, identificato atto di delega.
Si tratta, perciò, di comprendere se tal genere di potere non corra (mai) rischi di degenerare in arbitrio, sia pure nella più lieve delle inescusabili distorsioni possibili.
È evidente che se l’uso del potere affidato all’esercizio della funzione giurisdizionale è semplicemente riconducibile alla persona fisica che lo amministra (il giudice), è fatale poter ritrovare in questa accezione forme di determinazioni fondate sul “sé”. Qui, in questo contesto, è dunque altrettanto chiaro che ci si possa trovare di fronte alla c.d. “soggettività del sovrano, di colui che ha inizio semplicemente da sé, che costituisce l’Esserci dello Stato” (Hegel– Lineamenti di filosofia del diritto, p. 225).
Un simile giudice è fallace per definizione. E, come ovvio, la fallacia immanente della persona si trascina fin nella più intima struttura di ogni sua futura decisione.
Non è questo che la nostra Costituzione vuole. E la libertà afferente all’essere soggetti soltanto alla legge è espressione di un potere che, nel riconoscere altri poteri, sa bene cosa sia effettivamente il potere.
L’esercizio del potere giudiziario, pertanto, non può che essere del genere deprivato da “violenze”, ovvero da forme degenerative di esercizio del medesimo privo di “senso” e/o di significato. Insomma, un giudice potrà ben essere espressione di un potere (e, anzi, è effettivamente espressione di un potere) pur senza affermare la sua continua presenza. E qui veniamo ad aspetti che non sono semplicemente riconducibili al mondo mediatico ma sono piuttosto rappresentativi, se ben gestiti e orientati, di momenti fondanti dell’autorevolezza del magistrato. Non è una novità, d’altronde, che la estrema facilità con cui taluni si lasciano affascinare dalla esibizione pubblica, finisca col mortificare l’essenza stessa di quell’autorevolezza di cui si discute.
Mi piace ricordare, perciò, che il potere splende nella sua assenza. Tradotto in termini più semplici: l’apparire eccessivo rende opaca l’autorevolezza del potere giudiziario. Il riserbo, l’umiltà, non devono essere -mai più- considerati eccezioni.
Semmai sono (e devono essere) l’ordinario modo entro cui riaffermare il più genuino spazio di potere definitivamente depurato da qualsivoglia sovraesposizione.
È chieder troppo al potere giudiziario? Non credo. Credo piuttosto che i motivati “sì” e gli altrettanto motivati “no” di una decisione potranno brillare di più e meglio.
Auspico, quindi, una vera e reale indipendenza del giudice. In caso contrario, tutti, nessuno escluso, saremo perdenti per sempre.
Per dirla con Schmitt “nonostante tutto essere uomo resta una decisione” (Carl Schmitt, Dialogo sul potere, P. 44).
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