La democrazia degli “imbecilli”

La democrazia degli “imbecilli”

di Carlo Calvieri (Professore associato Istituzioni di diritto pubblico – Dip. Giurisprudenza Unipg)

Queste poche righe non consentono di svolgere una compiuta ponderazione su un tema di così grande attualità come quello proposto nel titolo, per sua natura altamente proteiforme e delicato, motivo per cui ci limiteremo ad alcune semplici riflessioni a mo’ di provocazione e stimolo per il pensiero.

Oggi è evidente che la diffusione della rete e l’aumento esponenziale dei suoi utilizzatori complichino sempre di più il controllo dei suoi contenuti e delle connesse reazioni collettive e contribuiscano a rendere sempre più mutevole e mobile il concetto stesso di “opinione pubblica”.

Il fenomeno si riverbera sulla collettività con l’effetto di aumentare le forme e relative capacità di comunicazione, l’informalità dei suoi modelli e la stessa spontaneità sociale, con tutti i rischi che ciò può comportare.

Nella rete si annidano spettri, minacce, incognite di ogni genere e non sono escluse nemmeno le attività di organizzazioni criminali che operano su scala internazionale.

Nondimeno, malgrado tali rischi, sono altrettanto evidenti e forse ancor più rilevanti i benefici che Internet può offrire.
È tangibile l’aumento di libertà, di possibilità di interazione ed anche di maggiore potenzialità di accesso ai diritti civili e politici, unite all’aumento di occasioni in grado di mutare la routine del lavoro e della complessiva vita sociale.

Le nuove tecnologie offrono dunque canali sempre più efficaci rispetto al passato, anche in favore della mobilitazione politica.

Tuttavia, balza agli occhi il rischio che tutta questa libertà, spesso male utilizzata, porti con sé eccessi comunicativi cacofonici, un linguaggio degradato ed usi distorti e personalistici della comunicazione che possono disorientare i nuovi navigatori dell’etere, deviandone l’attenzione verso finalità spesso strumentali a determinati dissimulati interessi.

Non a caso qualche anno fa Umberto Eco, nella sua lectio magistralis pronunciata in occasione del conferimento della laurea honoris causa in Comunicazione e cultura dei media a lui attribuita dall’Università di Torino, ebbe modo di stigmatizzare i social media sostenendo che attraverso tali strumenti: “… si dà diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli…”.

Ma siamo così sicuri che internet sia da ridurre al regno delle bufale, del libero scatenamento di ogni menzogna, del consolidamento di ogni superstizione, della costruzione delle più oscure teorie complottiste, così come Facebook e Twitter altro non siano che un ambito di libero sfogatoio e di sublimazione di ogni personale velleità?

Siamo davvero in balia di legioni di “imbecilli”?

Da uomini di diritto credo si imponga un minimo di riflessione in più, dovendo chiederci se possiamo mai negare ad un “imbecille” il suo fondamentale e sacrosanto diritto di manifestare il proprio pensiero, più o meno debole. I fondamentalissimi principi di cui agli articoli 3 primo comma (eguaglianza formale e pari dignità) e 21 (libertà di manifestazione del pensiero con qualsiasi mezzo) della nostra Costituzione, non lasciano dubbi e ci devono orientare in opposta direzione.

Tutti hanno un’eguale libertà di espressione senza che questa possa essere riservata in via esclusiva ai premi Nobel, ai saggi, ai maestri di vita, ai colti e agli intelligenti.

La libertà di parola non può essere fonte di discriminazione e deve essere assicurata a tutti, poiché è nello stesso interesse delle democrazie, che ambiscano a fondare le loro basi sulla coppia assiologica della libertà e dell’eguaglianza, allargare il più possibile lo spettro delle opinioni, incluse quelle che possono apparire (e magari lo sono) estremiste o “imbecilli”.

A ben vedere infatti anche opinioni antitetiche con l’impianto valoriale di fondo del nostro ordinamento, seppur esternate da chi ci pare assai poco assennato o che si muove sulla base di poco confessabili finalità, troveranno sempre una forma di rimedio.
E questa poggia le sue basi sulla medesima garanzia di libertà di espressione costituzionalmente garantita che consentirà di esprimere opinioni diverse, di esternare le ragioni della confutazione magari arricchita da puntuali argomentazioni che si alimentano con il bagaglio della conoscenza e della cultura, irrobustendo così il contenuto complessivo della comunicazione.

In questo scenario non ha molto senso prendersela con chi non fa altro che esercitare un proprio diritto sfruttando le nuove occasioni offerte dai moderni mezzi dell’information Technologies asset.
Né ha senso immaginare catene selettive in grado di distinguere tra parole portatrici di verità e altre inutili, non veritiere o più semplicemente stupide

Ciò che resta è la straordinaria espansione della libertà di espressione resa possibile proprio grazie a Internet ed ogni limitazione sarebbe un rimedio certamente peggiore del male.
Abbiamo quindi il dovere di essere sempre in grado di poter valutare ciò che attraverso la rete leggiamo, sentiamo e osserviamo.

Il vero problema è invero quello che ancora non siamo adeguatamente preparati a questa sfida fondamentale.

Nei secoli abbiamo infatti imparato a valutare l’affidabilità dei contenuti di un libro in base alle capacità del suo autore e all’affidabilità dell’editore, così come abbiamo acquisito dimestichezza con la lettura dei giornali ed a interagire con radio e televisione, ma ancora manca un adeguato strumentario per relazionarsi con la complessità della rete e valutare l’affidabilità di un blog o di una notizia su Facebook.

La nuova sfida quindi dovrà essere quella volta a costruire ed offrire modelli critici di tematizzazione utili a guidare e tracciare le linee argomentative che si sviluppano attraverso la rete, necessari al miglioramento del livello della discussione, elevandone il contenuto.
Si tratta tuttavia di un lento percorso culturale che ancora non vede la luce.

Scriveva Max Weber nell’inverno tragico del 1918: “La semplice probità intellettuale ci impone di mettere in chiaro che oggi tutti coloro i quali vivono nell’attesa di nuovi profeti e nuovi redentori si trovano nella stessa situazione descritta nel bellissimo canto della scolta idumea durante il periodo dell’esilio, che si legge nell’oracolo di Isaia: “Una voce chiama da Seir in Edom: Sentinella! Quanto durerà ancora la notte? E la sentinella risponde: Verrà il mattino, ma è ancora notte. Se volete domandare, tornate un’altra volta.” Il popolo, al quale veniva data questa risposta, ha domandato e atteso ben più di due millenni, e sappiamo il suo tragico destino…”.

Un tale ammonimento è ancora attuale e deve essere di sprone per adempiere al nostro dovere di saper valutare ciò che viaggia in rete, consci di quanto oggi sia ben più faticoso e complicato e meno gratificante rispetto al passato, in quanto in questi ambienti la “cultura” siede e vive a contatto con suoi i lati opposti e talvolta più oscuri.

Ma alla stessa non dobbiamo rinunciare, perché è grazie alla cultura che possiamo essere liberi e consapevoli, è grazie a lei che si conquistano opportunità che devono essere estese a tutti e non riservate alle élite, perché è questa la vera fonte di condivisione di valori comuni e la linfa vitale in grado di emarginare ogni forma di odio e di risentimento.

Ph. Massimo Corrado di Florio

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