Gli schiavi di Hitler

Gli schiavi di Hitler

di Laura Fano (Avvocata in Bari)

Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane.
La richiesta è stata accolta.
Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo.
Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza
”.

8 settembre 1943, ore 19.42: il maresciallo Pietro Badoglio, capo del Governo, al microfono dell’Eiar, annuncia agli italiani l’entrata in vigore dell’armistizio di Cassibile, siglato con gli anglo-americani cinque giorni prima.
La fuga dalla Capitale del re e dei vertici militari e la scarsa comprensione delle ambigue clausole dell’armistizio (che molti intesero come vera e propria fine della guerra) generarono ulteriore confusione nelle forze armate italiane, ancora impegnate in vari fronti e lasciate allo sbando e senza ordini precisi.

E’ qui che comincia una dolorosa pagina della nostra storia, quella degli I.M.I., drammatica quanto sconosciuta ai più.

Nonostante le sofferenze che circa 650.000 nostri soldati patirono nei campi di prigionia tedesca, fra il 1943 e il 1945.
Subito dopo il proclama di Badoglio, nel giro di pochi giorni i tedeschi rastrellarono e disarmarono in Italia e all’estero centinaia di migliaia di soldati italiani che, stipati come bestie in carri bestiame, finirono nella galassia concentrazionaria del lager sparsi tra Germania e Polonia.

Le autorità naziste, per poterli schiavizzare, non riconobbero mai agli italiani lo status di prigionieri di guerra, ma li etichettarono ipocritamente in un primo momento come Italienische Militärinternierte (Internati militari italiani -IMI).
Nell’agosto del 1944, li classificarono come lavoratori civili volontari/obbligati, al fine di sfruttarli come mano d’opera coatta.
In tal modo, sottraendoli deliberatamente sia alla possibilità di controllo, tutela, assistenza e vigilanza della Croce Rossa Internazionale sia alla tutela della Convenzione di Ginevra del 1929.

Un vero e proprio “limbo” giuridico che fu sfruttato in pieno per usare come forza lavoro, in turni massacranti e nelle mansioni più pesanti, i prigionieri italiani.
Con sempre più uomini sotto le armi nel tentativo di rovesciare le sorti di una guerra irrimediabilmente persa, dopo Stalingrado ed El Alamein, la Germania aveva disperatamente bisogno di manodopera.
Centinaia di migliaia di italiani si aggiunsero così ai milioni di “lavoratori schiavi” del Reich, appena un gradino al di sopra “dell’annientamento tramite il lavoro” riservato a ebrei, zingari e prigionieri russi.

In violazione di tutti i diritti umani, gli internati furono barbaramente sfruttati e costretti, fino alla fine della guerra, a servire la macchina bellica del regime hitleriano.
I trattamenti inumani e le violenze fisiche e morali subite portarono alla morte di oltre 50.000 italiani per gli stenti, le malattie, le violenze.

Il Tribunale di Norimberga, nel 1946, giudicò deportazione e sfruttamento del lavoro forzato crimini contro l’umanità e condannò i principali responsabili politici. Ma non i dirigenti delle imprese tedesche che avevano accumulato enormi profitti con il lavoro dei deportati.
Secondo gli stessi storici tedeschi, gli italiani occuparono uno dei gradini più bassi nella scala razziale – economico – politica che regolava il trattamento dei 14 –18 milioni di schiavi di Hitler.

Nel dopoguerra, la deportazione e lo sfruttamento coatto furono consegnate all’oblio, estranee alla storiografia e rimosse dalla coscienza storica del nostro Paese che voleva voltare pagina e dimenticare.

Il 27 febbraio 1953, con l’Accordo di Londra sui debiti esteri germanici, le rivendicazioni di indennità e risarcimenti nei confronti della Repubblica Federale Tedesca da parte di ex lavoratori coatti e detenuti dei campi di concentramento con cittadinanza straniera furono rimandate a un futuro trattato di pace.

Qualche anno dopo, nel 1956 la Legge federale sul risarcimento alle vittime della persecuzione nazista non previde alcun pagamento agli ex lavoratori coatti e prigionieri di guerra stranieri.
Il 2 giugno 1961, con l’Accordo globale italo-tedesco, la Repubblica Federale Tedesca versò 40 milioni di marchi (circa 20 milioni di euro) a titolo di risarcimento per i perseguitati del regime nazista.
Agli ex internati militari non spettò un centesimo.

A partire dal 1998, però, alcuni reduci avviano cause giudiziarie individuali nei confronti della Germania per veder loro riconosciuto il diritto al risarcimento.
Nel 2000, undici anni dopo la caduta del Muro, la legge tedesca per il risarcimento del lavoro forzato riaprì una ferita mai rimarginata per gli oltre 100.000 ex deportati ancora viventi in Italia.

Promulgata per tamponare i processi promossi dalle organizzazioni ebraiche americane contro le imprese tedesche, la legge istituì la fondazione “Memoria, Responsabilità, Futuro”.

La fondazione aveva il compito di risarcire le vittime del lavoro forzato con un fondo stanziato dal Parlamento tedesco, dai Land e dalle imprese.

La legge tedesca nacque nell’ambito del rapporto fra Stati Uniti, Germania e Israele, per sanare le ultime “pendenze” della guerra.
Rientrano in questo capitolo la questione dei fondi assicurativi e dei depositi svizzeri, la commissione Anselmi in Italia per i beni ebraici, la regolamentazione dell’accesso agli archivi tedeschi, la istituzione della giornata internazionale della Memoria.
La legge tedesca ha risarcito deportati politici e razziali e in gran numero i civili rastrellati nell’est Europa, oggi cittadini delle repubbliche nate dopo la dissoluzione dell’Urss.

La fondazione “Memoria, Responsabilità, Futuro”, ha escluso i militari italiani dal risarcimento dopo il parere, senza appello, del professor Tomuschat, docente di diritto internazionale nominato dal ministero delle Finanze tedesco.

Gli italiani sono stati esclusi dal risarcimento perché considerati “prigionieri di guerra”, status non corrispondente a quello assegnato loro da Hitler di “Internati militari”.

Privati della protezione della Croce Rossa e dei benefici della Convenzione di Ginevra, come detto, erano stati prigionieri senza diritti, sottoposti a comportamenti arbitrari come documentano gli stessi storici tedeschi.

La fondazione si è mostrata irremovibile verso la causa degli italiani, rifiutando di discutere persino casi limite come quello di Kahla, che aveva impiegato circa 15.000 lavoratori forzati, fra i quali 2.000 – 2.500 italiani, in gran parte civili rastrellati.
6.000 furono i morti senza nome sepolti in una fossa comune.
450 gli italiani di cui fu registrato il decesso.

A nulla è valsa la circostanza che alle migliaia di militari italiani internati in Germania fosse stato negato lo status di prigionieri di guerra dalle autorità tedesche del regime nazista.
Infatti, le autorità della attuale Repubblica federale tedesca considerarono illegale e quindi nulla quella negazione.
E’ stato sufficiente, quindi, che i militari italiani deportati avessero avuto astrattamente titolo, a suo tempo, al riconoscimento dello status di prigioniero di guerra.
E ciò indipendentemente dal rifiuto delle autorità dello Stato nazionalsocialista, concretamente operativo.

I militari italiani deportati in Germania non avevano effettivamente goduto dei diritti attribuiti dalle convenzioni internazionali ai prigionieri di guerra. Ma non hanno avuto diritto ai risarcimenti, perché virtualmente erano prigionieri di guerra all’epoca dei lavori forzati.

Su questa base interpretativa, i giudici tedeschi hanno rigettato le domande di risarcimento presentate da molti italiani, ritenendo che i richiedenti dovessero essere considerati, ora per allora, prigionieri di guerra e quindi esclusi dai benefici della legge federale del 2000.

Nel 2004, però, la Cassazione italiana giudicò legittima la causa civile di Luigi Ferrini, patrocinata davanti al tribunale di Arezzo dall’avvocato Joaquim Lau.
E nel 2008, riaffermò la competenza dei giudici italiani e l’obbligo di pagamento di un risarcimento ai familiari delle vittime della strage nazista del 29 giugno 1944 a Civitella e altre frazioni di Cortona (Arezzo) in cui vennero uccisi 203 civili, in gran parte donne e bambini.
Nella sentenza “Ferrini” del 2004 si affermò, tra l’altro: “Il rispetto dei diritti inviolabili della persona umana ha invero assunto, ormai, il valore di principio fondamentale del diritto internazionale”.

In un’altra sentenza della Corte di Cassazione, conforme all’orientamento prima ricordato, si legge una frase di estrema importanza, anche al fine di un aggiornato inquadramento teorico del problema. “[…] sarebbe a dir poco “incongruo” che la giurisdizione civile, che l’ordinamento internazionale già consente di esercitare nei confronti dello Stato straniero in caso di violazione ad esso addebitabili, resti, invece, esclusa a fronte di ben più gravi violazioni, quali quelle costituenti crimini addirittura contro l’umanità, e che segnano anche il punto di rottura dell’esercizio tollerabile della sovranità”.

Nella suddetta pronuncia del giudice di legittimità si mette a fuoco, con poche, incisive parole, il nucleo essenziale di tutta la vicenda.

I pronunciamenti della Cassazione e la cinquantina di cause aperte in Italia da parte di ex deportati e per stragi misero gravemente in difficoltà la Germania e mobilitarono le diplomazie.
La Repubblica Federale decise allora di ricorrere al Tribunale Internazionale de L’Aja, rivendicando l’immunità degli Stati riconosciuta dal diritto consuetudinario internazionale.

La Corte de L’Aja il 2 febbraio 2012 ordinò “all’Italia di prendere tutte le misure necessarie affinché le decisioni della giustizia italiana che contravvengono alla sua immunità siano prive d’effetto e che i suoi tribunali non pronunzino più sentenze su simili casi”.

In buona sostanza la Corte non ammise le cause civili di cittadini stranieri e pertanto nemmeno quelle di cittadini italiani contro la Repubblica Federale Tedesca.
La risposta della Corte internazionale di giustizia fu, dunque, nel senso che la sovranità degli Stati, che implica la loro rigorosa eguaglianza nell’ordinamento internazionale, non tollera eccezioni.

Pertanto, la Corte affermò l’esistenza e la perdurante vigenza di una norma internazionale consuetudinaria, che esclude dalla giurisdizione di altri Stati l’accertamento della responsabilità di uno Stato per atti compiuti nell’esercizio della potestà di governo (iure imperii). E ciò qualunque sia il loro contenuto lesivo e dovunque gli stessi siano posti in essere.

La Corte, invero, non negava la natura delittuosa degli atti subiti dalle vittime che reclamavano i risarcimenti. Affermava che lo ius cogens, posto a fondamento del diritto alla riparazione delle lesioni dei diritti fondamentali procurate da atti criminali, ha natura sostanziale. Mentre l’immunità ha natura processuale.
I due princìpi pertanto operano, secondo la Corte, in due campi distinti, separati e non interferenti.

La conseguenza pratica di tale dictum è stata che il diritto delle vittime a ottenere una riparazione e il dovere dei responsabili a prestarla, ancorché conclamati e giuridicamente riconosciuti, sono di fatto inoperanti a causa dell’immunità processuale degli Stati, conseguenza indefettibile della loro uguale sovranità.

Il risultato finale cui portò la decisione dell’Aja, condannata anche da Amnesty International, fu quello della totale assenza, in tutto il mondo, di un giudice, nazionale o internazionale, che potesse conoscere delle lamentate violazioni dei diritti fondamentali degli attori, deportati o eredi di deportati nei campi di lavoro schiavistico nella Germania nazista.

A onor del vero va detto che nel contempo il Tribunale dell’Aja affermò che “le richieste originate dal trattamento degli internati militari italiani, insieme a altre richieste di cittadini italiani finora non regolate, possano essere oggetto di un ulteriore negoziato tra gli stati convenuti“. Negoziato destinato a chiudere definitivamente la questione, trasferendola dal piano politico – economico – giudiziario a quello storico.

Il Ministero degli Affari Esteri tedesco dunque ha costituito un Fondo per il Futuro per finanziare progetti della memoria, senza risarcimenti.

Il Parlamento italiano con la legge n. 5 del 2013 ratificò la decisione de L’Aja nel contesto della “Adesione alla convenzione delle Nazioni Unite sulle immunità giurisdizionali degli Stati e dei loro beni”. Covenzione che all’art. 3 dispone l’espressa esclusione della giurisdizione italiana per i crimini di guerra commessi dal terzo Reich anche per i procedimenti in corso.
Così, la questione della giustizia per gli schiavi di Hitler viene sepolta sotto una pietra tombale.

Il nostro Parlamento se l’è cavata con pochi soldi e una legge sulla medaglia d’onore, concessa dal 2009 a chi ne fa richiesta documentata.
L’unico valore reale dell’onorificenza è che riporta finalmente un nome e un cognome.

Il 20 maggio 2015 poi il governo federale deliberò per il risarcimento di ex prigionieri di guerra sovietici; per gli ex internati militari italiani ancora una volta nulla.

Le vittime delle atrocità naziste si trovarono quindi di fronte all’alternativa. Adeguarsi, con una rassegnata rinunzia, alla paradossale situazione creata dal contorto sofisma giuridico adottato dalle autorità tedesche. O tentare di avere giustizia dai giudici italiani, anche sul presupposto che l’atto iniziale della violenza subita – all’origine di quelli successivi – era avvenuto spesso in territorio italiano.

Si deve alla costanza, coraggio e capacità professionali dell’Avvocato Lau se le sue obiezioni alla legge che bloccava i processi sono state recepite dal Tribunale di Firenze che si è rivolto alla Consulta.

Quest’ultima, infatti, con la sentenza del 22 ottobre 2014 ha dichiarato l’illegittimità delle norme che impediscono l’accertamento giurisdizionale delle responsabilità civili di un altro Stato nel caso di crimini di guerra e contro l’umanità commessi nel territorio nazionale, lesivi dei diritti inviolabili della persona garantiti dagli artt. 2 e 24 della Costituzione.

Si tratta di una sentenza storica, che ripristina il corretto rapporto fra diritto e giustizia e rigetta il pronunciamento del tribunale internazionale de L’Aja del 2 febbraio 2012.

La Corte aveva accusato l’Italia di “venire meno ai suoi obblighi di rispetto nei confronti dell’immunità di uno stato sovrano come la Germania in virtù del diritto internazionale“.
La decisione della Consulta è un atto chiaro e forte contro la ragion di Stato che condiziona il riconoscimento (e il risarcimento) morale e storico delle vicende di circa un milione di italiani.

La “storica” e coraggiosa sentenza della Corte Costituzionale costituisce una boccata d’aria in una vicenda che si trascina da 74 anni.

Ma c’è di più.
Perché i suoi esiti riguardano i nostri diritti oggi.
Misurano la sovranità della giurisdizione nazionale alla luce delle convenzioni e dei tribunali internazionali, segnano il confine di libertà e giustizia secondo i principi sanciti dalla nostra Costituzione.

Per comprendere correttamente il senso e la portata della sentenza, infatti, non si devono perdere di vista le vicende normative e giudiziarie, che l’hanno preceduta.
Perché gettano luce sugli aspetti non solo giuridici in senso stretto, ma soprattutto umani e morali di gravissime lesioni di diritti fondamentali, le cui vittime sono andate per anni “alla ricerca di un giudice”.
La Corte, affermando la lesione dei diritti riconosciuti dalla nostra Costituzione, si pronuncia su diritti individuali, principi di sovranità, convenzioni e tribunali internazionali, immunità degli Stati, giustizia e politica della Memoria, cristallizzata il 27 gennaio di ogni anno.

Sono tutti temi dell’oggi che non riguardano solo familiari dei reduci, avvocati, giudici e pochi altri, ma sollecitano un’ampia riflessione e partecipazione pubblica su diritti umani inviolabili e imprescrittibili.

Photocredit: Ten. Vittorio Vialli – Fondo Vialli – Istituto Parri Bologna

https://www.camera.it/parlam/leggi/00211l.htm

https://www.barlettanews24.it/attualita/1084/mostra-gli-internati-militari-italiani-nei-lager-nazisti

https://youtu.be/H4gc5K2jFJ4

Il libro di Laura Fano che racconta la storia del nonno Mario Fano. Edizione Raffaello: http://www.8settembre1943.info/main/chi-oltrepassa-viene-ucciso/

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