Dichiarazione universale diritti: le parole giuste

Dichiarazione universale diritti: le parole giuste

di Ileana Alesso e Maurizia Borea (Avvocate in Milano – Fronteverso)

Colpisce molto, nell’esaminare la Dichiarazione universale dei diritti umani, il linguaggio usato per affermarli.

Aperta, dopo tanto tempo, se pur riposta in luogo prezioso tra i principi e le fondamenta della nostra preparazione e del nostro stare in “società”, la Dichiarazione si fa leggere con speditezza, linearità e piacere.
È un’amica ritrovata, che è sempre bello rivedere, tra le fotografie del 1948, insieme alla Costituzione italiana.

Entrambe sobrie e intense, trasparenti nelle intenzioni e limpide nelle affermazioni, l’una entrata in vigore all’inizio dell’anno, il primo gennaio del ‘48, l’altra approvata dall’Assemblea dell’O.N.U. in dicembre a chiusura di un anno, o meglio dire di un periodo, pieno di desiderio e di speranza.

Di “famiglia umana” parla il preambolo, importante non meno dell’articolato che ne segue, dove la mano è più sciolta, discorsiva, più calda, dove pare di sentire il pensiero accorato di chi vuole convincersi, e operare, affinché sia davvero possibile “l’avvento di un mondo in cui gli esseri umani saranno liberi di parlare e di credere, liberati dal terrore e dalla miseria”.

Unanime fu la decisione dell’Assemblea di far diffondere il testo della Dichiarazione non solo nelle cinque lingue ufficiali dell’O.N.U. (inglese, francese, russo, spagnolo e cinese) ma “anche in quante altre lingue fosse possibile usando ogni mezzo a disposizione”.

E se gli storici sono d’accordo nel riconoscere a Eleonor Roosvelt l’impegno (molto impegnativo, pare) di (tentare di) convincere gli estensori della Dichiarazione a riferirsi, già dall’articolo 1, non solo ai diritti “dell’uomo” bensì ai diritti degli uomini e delle donne, il risultato raggiunto fu la (faticosa) “sintesi” di far (almeno) scrivere “essere umani”.

Probabilmente agli stessi sarà stato più immediato scrivere di getto di desiderare che nessuno fosse mai più “costretto … alla rivolta contro la tirannia e l’oppressione”, sapendo bene della difficoltà della sua attuazione ma facendo almeno guadagnare a una “giusta causa” legittimazione e sostegno, sia nel nominare il crimine con nome e cognome –tirannia e oppressione-, sia di opporsi ad esso confidando nell’ausilio e nella solidarietà (sperabilmente tangibile) della filosofia se non universale, almeno internazionale, del nuovo mondo.

Tirannia e oppressione che non possono che portare subito alla mente un’altra, e più famosa, in senso hollywoodiano, “Dichiarazione”, oggetto di film patriottici e di bandiere (diffusissime) su le (altrettanto diffuse) villette di legno americane.

Stiamo parlando della Dichiarazione di Indipendenza, del 4 luglio 1776, degli Stati Uniti (all’epoca 13) d’America, che utilizza un linguaggio così discorsivo, conseguenziale, fiero e condivisibile che potrebbe essere da modello per lezioni di assertività e di seduzione (nel senso, letterale, di se ducere).

Infatti, pur non contenendo, come vorrebbe la leggenda, il diritto alla felicità -dato che vi è si il diritto alla vita e alla libertà mentre per la felicità è, più ragionevolmente, indicato il diritto al “perseguimento” della stessa (“… rights that among these are life, liberty and the persuit of happiness”)-, mirabili sono le parole contro “le offese ed usurpazioni ripetute” perpetrate dal Re di Inghilterra “aventi tutte l’obiettivo diretto di stabilire una tirannia assoluta su questi Stati” Uniti. Fa quindi soffrire leggere, quasi alla fine della Dichiarazione, dei “selvaggi e spietati Indiani …”, mentre riaffiora alla memoria l’epopea e la propaganda dei film in bianco e nero con gli inseguimenti nella Monument Valley, con gli Apache, le frecce, le nuvole di polvere, gli squilli di tromba e l’arrivo, tanto atteso, della salvifica cavalleria per uccidere …. i nativi americani.

Ma il passaggio più attuale, e confronto più interessante, con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, pronunciata sul suolo americano nel 1948, sta nel raffronto con il testo della Costituzione degli Stati Uniti, approvata nel 1787, dove, all’art. 1, sezione 3 si afferma che “l’immigrazione o l’introduzione di quelle persone che gli Stati attualmente esistenti possono ritenere conveniente di ammettere non potrà essere vietata … prima del … 1808”.

Quelle “persone” che era “conveniente ammettere” erano gli schiavi.
E sulla tirannia ed oppressione della schiavitù la Dichiarazione questo invece dice: “nessuno potrà essere tenuto in schiavitù né in servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi sono proibiti in tutte le loro forme

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