La politica senza diritti. Migrazioni e governance.

La politica senza diritti. Migrazioni e governance.

di Roberto Varricchio (Avvocato in Bari)

La geografia politica ed economica del mondo è ormai da tempo oggetto di profonde trasformazioni dovute in gran parte alle forti ondate migratorie.
L’Italia stessa rappresenta sempre più un polo nevralgico, per il quale si rende necessaria l’attuazione di urgenti misure per l’integrazione.
Le Amministrazioni diventano giocoforza responsabili dell’attuazione di una strategia politica che sia attenta ad una equa ripartizione dei flussi nel rispetto delle istanze delle popolazioni residenti.

Peraltro, il fenomeno migratorio è mutato negli ultimi decenni.

Rispetto a ciò che succedeva negli anni ’90, si emigra sempre più tra aree confinanti, i paesi del Mediterraneo sono diventati meta di destinazione, mentre prima dai paesi del Mediterraneo si emigrava soltanto.
Inoltre, le ultime ondate di arrivi si caratterizzano per la presenza di donne in misura quasi uguale rispetto a quella degli uomini.
Al contempo, i lavoratori stranieri sono aumentati di circa il 50%, ma per lo più per qualifiche low skilled.

A prescindere dalle caratteristiche del fenomeno, non si può ignorare che da più parti i flussi migratori sono tacciati di essere forieri di criticità per i paesi che li accolgono.

Di certo, i clandestini costituiscono un bacino di utenza per la criminalità: le reti di trafficanti possono facilmente sfruttare chi è sprovvisto di documenti.
Del resto, anche il mercato del lavoro nero attira l’immigrazione irregolare, con il conseguente aumento della vulnerabilità sociale. Si abbassano, infatti, le tutele sul lavoro, così come il livello dei diritti civili in generale.
Vexata quaestio è quella poi secondo cui gli immigrati, soprattutto clandestini, priverebbero gli autoctoni di occasioni di lavoro.

Checchè se ne pensi, le ricerche ed i dati non avvalorano questa tesi.
“Gli stranieri rubano il lavoro agli italiani” è un’espressione che non di rado si sente pronunciare. Tuttavia un’analisi più approfondita sul punto svela interessanti retroscena che ineriscono il funzionamento del mercato del lavoro e che sconfessano di fatto alcuni topos diffusi.

In realtà, per un immigrato è più facile trovare lavoro in Italia se ha una bassa educazione.
Gli stranieri che non hanno finito la prima media hanno una percentuale di occupazione maggiore rispetto agli italiani con lo stesso livello educativo. Secondo il sociologo Maurizio Ambrosini, responsabile scientifico del Centro Studi sulle migrazioni nel mediterraneo, “una famiglia italiana che ha portato il figlio fino al diploma non lo manderebbe mai a lavorare in un’impresa di pulizie. Gli immigrati accettano lavori che i giovani italiani, spesso figli unici e iscritti all’università, non vogliono più fare”.

L’Italia calamita stranieri poco qualificati perché è la terra dei lavori modesti per gli immigrati.

Non abbiamo un grande bisogno di immigrazione qualificata – continua l’esperto di migrazioni – visto che il nostro mercato del lavoro si allarga verso il basso, offrendo pochi posti qualificati anche alle persone native, mentre sono ben più numerose le posizioni aperte in agricoltura, turismo e ristorazione”.
Sempre per il sociologo, in Italia la presenza della manodopera (spesso sottopagata) straniera ha aiutato i piccoli imprenditori a sopravvivere, incentivando gli italiani ad avanzare di carriera muovendosi verso lavori più specializzati.
Dunque, gli immigrati e le immigrate riempirebbero i vuoti occupazionali lasciati dai nostri connazionali, integrando e non sostituendo la forza lavoro italiana, poiché c’è soprattutto una “segregazione settoriale”, che si connota anche a livello nazionale.

Altro aspetto da non trascurare – ormai evidente a tutti – è che l’immigrazione colma il deficit demografico, con innegabili benefici anche in termini di crescita di PIL.

Secondo l’agenzia Bloomberg, entro il 2020, ci vorranno 42 milioni nuovi europei per sostenere il sistema di welfare e pensionistico del Vecchio Continente. Inoltre, un’efficace politica d’immigrazione contribuirebbe a mantenere la dimensione della forza lavoro in quei settori in declino negli ultimi anni.
Dunque Immigration is good for Economy, tanto per menzionare uno studio rilasciato dall’Ocse a maggio 2014.

Gli economisti parlano del cosiddetto “surplus dell’immigrazione” per spiegare come l’arrivo di immigrati favorisca la creazione di nuova domanda di beni e servizi e, allo stesso tempo, incoraggi i datori di lavoro ad assumere più persone.

Insomma, anche se nel breve periodo i processi migratori possano incidere negativamente sul tasso di occupazione e di reddito dei lavoratori che si collocano nella fascia lavorativa più bassa, nel lungo periodo i flussi migratori sono in genere associati ad una maggiore crescita economica.
Del resto, la sempre maggiore diffusione di occupazioni appannaggio dei lavoratori immigrati è spesso dovuta ad una qualità che li rende appetibili in ambito lavorativo.

Si suol dire, infatti, che gli immigrati ‘votano con i piedi’.
In pratica, i lavoratori stranieri, essendo più mobili rispetto ai lavoratori locali, grazie alla loro maggiore propensione a ‘votare con i piedi’, ovvero a spostarsi e a rispondere alle esigenze regionali di opportunità economica, tendono a migliorare l’efficienza e la flessibilità del mercato del lavoro.

Tuttavia, i vantaggi potenziali dell’immigrazione si concretizzano solo se gli immigrati si integrano con successo nel paese di accoglienza.

Ovviamente, questo è un processo a doppio senso.

Gli immigrati devono rispettare le norme e i valori della società che li riceve, la quale a sua volta deve offrire gli strumenti necessari per favorirne la piena partecipazione alla vita sociale, per esempio agevolando l’apprendimento della lingua, fornendo opportunità di studio e lavoro e permettendo il godimento degli stessi diritti dei cittadini dell’UE.

Non si può sottacere, inoltre, l’effetto sociale che i flussi migratori, composti da un numero sempre più crescente di donne, stanno gradualmente determinando nel mondo del lavoro in tema di occupazione femminile.

Secondo la sociologa Mara Tognetti Bordogna, che dirige la collana Politiche Migratorie, “abbiamo donne (immigrate) che sempre di più vogliono fare lavori ad ore per avere un’indipendenza per sé e per la loro famiglia; abbiamo donne che si inseriscono, fanno corsi di formazione per raggiungere un’autonomia e un miglioramento lavorativo, hanno creato cooperative, associazioni. Si tratta di un mondo dell’associazionismo che va dall’assistenza domiciliare, alla mediazione, al catering … bisogna ovviamente creare dei processi di facilitazione di accesso alle risorse, informare gli stranieri, usare le traduzioni, fare corsi di addestramento, mettere a disposizione delle risorse, perché queste sono le future popolazioni…”.

Tra mille ostacoli e varie forme di segregazione lavorativa, la componente straniera sta, dunque, contribuendo alla crescita dell’occupazione femminile.

Infatti, recenti dati statistici dell’ISTAT indicano che la percentuale in Italia di donne che lavorano sul totale della popolazione femminile, ha raggiunto a giugno 2017 il 48,8 per cento.
Anche se è un livello basso per la media europea, dove il tasso di occupazione è al 65,3 per cento, per l’Italia è il risultato più alto dal 1977. In sostanza, nella storia del nostro paese non ci sono mai state così tante donne al lavoro.

Sulla stessa falsariga, va sottolineato che le previsioni ci dicono che se nei prossimi 20 anni non arrivassero più immigrati nell’UE, L’UE stessa perderebbe 33 milioni di persone in età lavorativa

Secondo i dati tratti dal dossier del 2014 della Commissione Europea dal titolo “Le politiche dell’Unione Europea – Migrazione e asilo” la fascia di lavoratori giovani (di età compresa fra 20 e 30 anni) fra la popolazione attiva dell’UE diminuirebbe del 25 %, mentre quella dei cittadini di età compresa fra 60 e 70 anni aumenterebbe del 29 %.

Al di là di quelli che potranno essere gli accordi a livello internazionale per gestire al meglio l’impatto migratorio, è di tutta evidenza che l’UE dovrebbe cercare di armonizzare le condizioni di ammissione per i cittadini di paesi extra UE.

Gli immigrati che vivono nell’UE possono integrarsi efficacemente nel paese che li ospita soltanto se partecipano attivamente a tutti i livelli della società. Devono quindi usufruire di diritti analoghi a quelli dei cittadini dell’UE e avere l’opportunità di imparare la lingua del paese di accoglienza, studiare, lavorare e, in generale, acquisire un senso di appartenenza.
Partecipando attivamente alla società in cui soggiornano, gli immigrati possono contribuire anche a promuovere lo sviluppo economico e sociale e la diversità culturale dell’UE.

Allo stesso tempo, hanno anche una serie di responsabilità: devono infatti rispettare e seguire le norme e i valori del paese in cui vivono.

Come si può notare, ai sistemi di governance è riservata un’ardua funzione da svolgere: riuscire a conciliare gli aspetti dell’immigrazione con le esigenze dei territori in cui essa incide, promuovendo anche campagne di solidarizzazione, tavoli di concertazione tra le popolazioni locali e coloro che arrivano da terre lontane e che vengono considerati con sfavore solo perché ‘fuori dal comune’, o perché ‘diversi’, anche se solo per tratti somatici o colore della pelle.

In definitiva, la risposta alle migrazioni passa per forza dalla rivisitazione del concetto stesso di ‘clandestinità’ e di conseguenza dall’apertura di canali di emigrazione legali e – come tali – controllati ab origine.

Devono dunque essere cambiate le regole e deve diffondersi la consapevolezza che questo problema riguarda tutti e, dunque, va affrontato congiuntamente.

Le misure previste per favorire l’integrazione sono principalmente di competenza degli Stati membri e vanno armonizzate a livello internazionale, per poi essere trasmesse ai vari livelli di governance dei territori.

Deve però essere chiaro il dato oggettivo: l’immigrazione favorisce gli interessi a lungo termine dell’UE, soprattutto a fronte dell’andamento demografico e dell’invecchiamento della popolazione europea.

Al di là dell’analisi delle molteplici cause che hanno accresciuto la portata del fenomeno migratorio, bisogna domandarsi dunque se l’immigrazione è davvero il problema per antonomasia che in Italia è necessario affrontare.
E se non lo è, occorre allora chiedersi quale è il vero problema.

Di certo, sono le politiche con cui viene affrontata la questione a risultare inadeguate. “L’emigrazione è un segno preoccupante mentre l’immigrazione è un segno positivo”.
Questa la conclusione a cui arriva l’economista Giovanni Peri, preside del dipartimento di economia presso l’Università della California.

I dati relativi agli ultimi 15 anni – spiega Peri – ci mostrano come l’ultima recessione abbia causato un’impennata di italiani che hanno lasciato il loro Paese in maniere permanente. Le cifre sono chiare: siamo passati da 40.000 persone ad oltre 110.000 all’anno, la maggior parte delle quali cercano lavoro nella Comunità Europea. Riguardo agli italiani che se ne vanno all’estero, specie in Inghilterra, Germania e Svizzera, due dati emergono chiaramente: si tratta di persone che hanno meno di 45 anni e che provengono dal Nord, ovvero dalle zone del Paese più sviluppate e dalle città più dinamiche”.

Ed in effetti aumenta il numero di italiani che lasciano il Paese per andare all’estero.

E’ in aumento soprattutto il numero dei migranti fra i 18 e i 34 anni. Un terzo dei residenti all’estero appartiene a questa fascia d’età.

La verità, implicita nei numeri, è che l’Italia è un Paese che non è in grado di trattenere la sua gente, soprattutto i giovani che si stanno formando o che vogliono mettere a frutto la loro istruzione con un impiego adeguato.
In altre parole, l’Italia si sta depauperando delle sue risorse più fresche e promettenti perché è un Paese statico, che sta invecchiando e che non riesce a pensare ed attuare politiche a favore dei ‘cervelli giovani’.

Si lascia l’Italia o per studiare (perché l’offerta nostrana è giudicata inadeguata o troppo ingessata e lottizzata), o per fare ricerca (dei cui benefici godrà il Paese che li ha accolti) o per cercare lavoro (perché da noi non c’è).

La considerazione conclusiva che emerge – anche riprendendo le affermazioni del prof. Peri – è che quando si lascia un Paese per scelta, allora l’emigrazione può essere un fattore positivo.
Quando invece a spingere in questa direzione è l’incapacità di un Paese di soddisfare le legittime ambizioni della sua gente – e quindi l’emigrazione è forzata – allora l’emigrazione è un segno di grave debolezza del sistema.

Non è di certo stata l’immigrazione ad aver determinato il sempre più crescente tasso di povertà della popolazione.

Non sono stati di certo i flussi migratori a costringere gli italiani a scegliere di emigrare in altre Nazioni.
E allora, il dito va puntato non contro il fenomeno migratorio in sé, ma contro il modo in cui esso viene gestito, vanno additate le evidenti disparità ed ingiustizie di un ‘sistema’ che ‘non fa sistema’.

I flussi possono recare benefici ai territori che li ospitano, ma solo a condizione che essi vengano assorbiti sulla base di una politica che sia lungimirante e condivisa, a patto che ogni Comune ospiti al proprio interno un numero sostanzialmente adeguato e proporzionato di immigrati, proprio nell’ottica di un’adeguata governance non solo a livello nazionale ma anche locale.

Serve cioè che ogni Amministrazione territoriale si faccia carico della propria parte del problema.
… Perché poi – se ben gestito – non è per nulla detto che si tratti davvero di un problema…

Fin quando l’Europa ed il nostro Paese hanno attraversato fasi di opulenza economica, periodi in cui sono stati prolifici gli scambi finanziari ed è stato possibile ostentare ricchezza, più o meno tutti hanno avuto spazio e risorse per condurre un’esistenza dignitosa.

Allorquando, però, le condizioni economiche generali sono peggiorare, ha fatto capolino un rigurgito antisemita, un’intolleranza esponenziale una vera e propria competizione selvaggia tra ‘diseredati’.

Ma ciò di cui la società non ha certo bisogno è la classica ‘guerra tra poveri’, che non porta a nulla se non ad emarginazione, barbarie e altra povertà.

Sullo sfondo, la crisi economica globale e il crescente disinteresse delle grandi masse per la politica, che finiscono per contribuire a determinare quel processo che in questi anni ha portato sempre più alla mortificazione dei diritti: il diritto al lavoro, il diritto alla salute, il diritto all’uguaglianza, il diritto ad avere una esistenza libera e dignitosa, il diritto alla felicità.

Come si può ritenere che questi diritti siano oggi davvero soddisfatti se milioni di individui soffrono per la fame, se il numero dei poveri aumenta esponenzialmente ogni anno, se si lasciano ancora morire in mare centinaia di essere umani?

Dello stesso Autore:
(a cura) di R. Varricchio – P. Iannone, Politica e diritto, Cacucci Bari, 2016
(a cura) di R. Varricchio – P. Iannone, La politica senza diritto,Cacucci, Bari, 2018

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