etica Hacker e diritto alla conoscenza

Etica hacker e diritto alla conoscenza

di Giovanni Pansini (Avvocato in Trani)

La miglior giustificazione che i governi possono trovare per fermare le informazioni è che queste mettano in pericolo delle vite. In realtà questo è avvenuto proprio a causa dei silenzi e delle bugie rivelate da WikiLeaks.” Jemima Khan, scrittrice e attivista inglese

Abstract: L’arresto di Julian Assange porta nuovamente alla ribalta il tema del diritto alla conoscenza, declinato nell’era digitale.
Esiste un diritto alla conoscenza e all’accesso a tutte le informazioni, anche a quelle tradizionalmente ritenute vitali per la sicurezza nazionale? Esiste un’etica “hacker” che legittimi il compimento di attività finalizzate a fornire una completa informazione ai cittadini?
L’era digitale porta con sé un paradosso. Mentre per il potere pubblico è più facile attingere alle informazioni relative ai cittadini, per la collettività rimangono inaccessibili molte informazioni relative alle modalità di esercizio dei pubblici poteri.

Tutti gli Uomini, per natura, desiderano sapere”.

Inizia così il Libro Primo della “Metafisica” di Aristotele.
Il filosofo, con questo incipit, ci ricorda che tra i bisogni fondamentali dell’Uomo vi è il desiderio della conoscenza.

Due millenni dopo, questo bisogno è stato codificato nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (Art. 19):

Ogni individuo ha il diritto … di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”.

Ma cosa significa oggi percorrere i nostri spazi sociali, declinati anche nella nuova dimensione immateriale derivante dalla digitalizzazione, muniti del diritto di “cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee”?

Nel 1984, all’alba dell’era dell’informazione, Steven Levy ha scritto un libro intitolato “Hackers, gli eroi della rivoluzione informatica”, in cui, tra i fondamenti dell’“etica Hacker” riporta il principio in base al quale tutta l’informazione dev’essere libera.
In altri termini, volendo semplificare, il diritto di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee è insito nella cultura e nell’etica della società dell’informazione. E ciò perché idee e informazioni sono necessarie per migliorare, correggere e creare nuovi sistemi e, per questo, devono essere libere ed accessibili a tutti.

Ci sono due storie che vale la pena raccontare.

In un numero precedente abbiamo narrato la vicenda di un giovanissimo genio dell’informatica, Aaron Swartz, e della sua battaglia per rendere libero l’accesso alla conoscenza nella società digitale.
Swartz subì un procedimento penale per aver sottratto abusivamente da una banca dati privata più di cinque milioni di articoli scientifici consultabili solo a pagamento.
Non riuscì a reggere il peso dei capi di imputazione, che prevedevano una pena di oltre trent’anni di reclusione e milioni di dollari di risarcimento. Si tolse la vita a soli 26 anni.

In questi giorni, l’arresto di Julian Assange riporta alla ribalta il tema del diritto alla conoscenza sotto un profilo diverso. Ovvero il diritto di cercare, ricevere e diffondere informazioni riservate e classificate per motivi di sicurezza nazionale.

Tra le accuse ad Assange, diffuse in questi giorni, vi è quella di aver contribuito ad hackerare una banca dati riservata del Governo degli Stati Uniti.
Questo configura un reato, il medesimo reato di cui era accusato Swartz, ovvero la violazione della legge sulla sicurezza informatica degli Stati Uniti, il Computer Fraud and Abuse Act (CFAA).

La società digitale, come vediamo, porta con sé un paradosso.

Mentre diventa sempre più facile per il potere pubblico avere informazioni che riguardano i cittadini (sempre più trasparenti e tracciati), è ancora molto complicato per i cittadini acquisire informazioni che riguardano il corretto esercizio del potere pubblico. E quando qualcuno riesce a penetrare nei sistemi informatici per ottenere informazioni che riguardano istituzioni o personaggi pubblici, viene accusato di reati molto gravi.
Come è avvenuto nei casi WikiLeaks, Panama Papers, Lista Falciani e così via.

La battaglia per avere libero accesso alle informazioni dovrebbe prendere atto di una nuova consapevolezza diffusa. Nelle banche dati si stanno depositando informazioni rispetto alle quali i cittadini hanno un naturale desiderio di conoscenza e un diritto a “cercare, ricevere e diffondere informazioni”. Al fine, per esempio, di controllare il modo in cui i poteri pubblici vengono esercitati oppure al fine di partecipare alla vita politica, sociale e culturale della propria comunità.

Anche in passato l’accesso alle informazioni non era così scontato. Ma in passato esisteva una distinzione netta tra produttori e consumatori di conoscenza che oggi è sempre più labile, in quanto nella dimensione immateriale ogni utente si fa esso stesso produttore.

Il tema dell’accesso all’informazione, declinato nella sfera pubblico-politica, diventa complesso e coinvolge etica e diritti dei cittadini, in un conflitto tra gli “Arcana Imperii”. Ossia quell’area dei poteri pubblici che è tradizionalmente oggetto di riservatezza, e la nostra idea di Democrazia, che vuole dire anche Governo trasparente.

La Giustizia farà il suo corso e ci dirà se Assange ha violato la Legge.

Ma su di una cosa penso che si possa essere d’accordo: le informazioni riservate, gli “Arcana Imperii”, in una società democratica, dovrebbero essere limitate a quanto strettamente necessario per la sicurezza nazionale. Perché, come diceva Aaron Swartz, “L’informazione è potere. Ma come con ogni tipo di potere, ci sono quelli che se ne vogliono impadronire”.

Photocredit: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/2/2d/Julian_assange_stencil.jpg

Dello stesso autore:https://www.oralegalenews.it/magazine/03-gennaio/il-diritto-a-prendere-parte-alla-vita-culturale-nella-societa-digitale-la-lezione-di-aaron-swartz/2780/2019/

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