P.A. mon amour #6

P.A. mon amour #06

di Enzo Varricchio

P.A. mon amour? Insomma… Troppo spesso la Pubblica Amministrazione non è amata, qualche volta è Lei che si fa odiosa. Dipendenti, funzionari, amministratori e manager pubblici. La P.A. sono loro? Sono loro che, attraverso quel complesso e articolato sistema di suddivisione tra i rispettivi poteri e funzioni da esercitare nell’interesse collettivo, razionalmente rapportato a quello individuale, incarnano la macchina burocratica dello Stato.

Uno Stato talora ostile e inviso, una mano anonima che dirige i destini delle persone trincerandosi dietro schermi invalicabili come nel quadro di George Tooker che funge da copertina di questo numero.

In democrazia lo Stato siamo noi, si suol dire, quindi per prima cosa dovremmo rammentare che se Esso, da cercare la felicità del suo popolo, finisce per provocarne la rovina, toccherà sempre a noi cambiarlo, cambiandone i governanti e i legislatori allo stesso modo di quei pubblici amministratori e funzionari che spesso critichiamo per le ottusità e lungaggini che caratterizzano talune procedure. Essi non sono i nostri sovrani ma i nostri dipendenti; siamo noi che, sia pure indirettamente, li scegliamo, e siamo sempre noi a pagarli. Dovremmo difenderli quando fanno bene e criticarli quando sbagliano, senza pregiudizi di sorta.

La P.A. siamo noi

Sembrerebbe una cosa scontata ma dovremmo tenerlo bene a mente quando mettiamo piede in uno di quegli uffici. Dietro le scrivanie dei burocrati ci sono persone al servizio dei cittadini che assumono comportamenti che abbiamo il diritto di giudicare almeno sotto i tre profili dell’etica, della legalità e dell’efficienza.

Partiamo dal primo profilo, quello più di moda. A causa dei tanti scandali e tangenti, la “questione morale”, a distanza di trentotto anni dalla famosa intervista a Enrico Berlinguer di Eugenio Scalfari, in «La Repubblica», del 28 luglio 1981, è tornata al centro del dibattito politico. Tuttavia, per esserci un’etica di politici e amministratori ci deve essere un’etica pubblica, cioè un sistema di valori etici condivisi dalla comunità in grado di influenzare i decisori politico–istituzionali.

L’etica pubblica riguarda essenzialmente tre diversi ambiti:
a) l’ambito politico propriamente detto, cioè quello rappresentativo
e di discussione pubblica di temi politici: partitico, sindacale,
associazionistico, etc.;
b) l’ambito della cosiddetta “opinione pubblica”, cioè della
dialettica tra i soggetti che manifestano pubblicamente (principalmente attraverso i media) le loro opinioni, condizionando ed essendo condizionati da quelle degli altri cittadini e attori politico–sociali, rilevate per esperienza
diretta o tramite sondaggi, inchieste, statistiche, etc.;
c) l’ambito relativo alla deontologia professionale dei pubblici amministratori e funzionari, cioè il sistema di prevenzione morale delle illiceità e degli abusi per mezzo di prescrizioni e sanzioni a sfondo etico ma con effetti anche giuridici.

Il tema dell’etica precede e si intreccia con quello della legalità e della giustizia. Le leggi ci sono, anche troppe e legate a una logica dell’emergenza, come il recente decreto cd. “Spazzacorrotti”, che finisce per demandare alla magistratura eccessivi margini di discrezionalità, dimenticando una verità fondamentale: il processo penale persegue condotte individuali e specifiche, non può da solo sconfiggere mali sociali come la mafia, il terrorismo e la corruzione.

Sicché, a fronte della diffusa sensazione di degrado morale che alberga anche all’interno delle Istituzioni, ci si accorge della limitata e parziale efficacia degli strumenti a disposizione dello Stato, specificatamente delle sole leggi e sanzioni, nella prevenzione e repressione delle condotte delittuose, laddove non si passi prima da una riedificazione del Paese in chiave culturale ed educativa in grado di costruire, oltre a quella individuale, un’“etica collettiva” per cui ciascun cittadino si faccia sentinella e garante della legalità, del buon andamento, dell’imparzialità e dell’efficienza della Pubblica Amministrazione ma soprattutto si impegni in prima persona nel rispetto e nella tutela del bene comune.

Un recente test da noi somministrato a un campione di 117 studenti maggiorenni e votanti di un liceo ha condotto a questi risultati inquietanti: il 15% di loro ritiene la corruzione “una scorciatoia occasionale”, il 13% una pratica inevitabile, il 15% un problema culturale. Il 49% dei giovani intervistati ritiene che la corruzione in Italia sia “troppo radicata per essere estirpata”.

Di fronte a simili risposte è nostro dovere ridare fiducia nel futuro ai nostri ragazzi. L’indispensabile opera educativa parte dalla famiglia, passa dalla scuola, dall’università, dai media e arriva sino alle aule parlamentari.

L’efficienza sarà la naturale conseguenza di questo nuovo approccio, un’efficienza che tenga conto delle diseguaglianze esistenti tra i cittadini e tra le diverse aree italiane.

L’efficienza non ha nulla di freddamente economicistico né di rigidamente aziendalistico.

Anche la dottrina aziendalista conosce le aziende di erogazione il cui scopo non è il profitto ma l’erogazione di servizi. Aiutare uno studente che non ha voglia di studiare, curare un paziente anziano con la stessa dedizione di uno giovane, investire nella ricerca sulle malattie rare, garantire il servizio di trasporto pubblico dei diversamente abili, tutto ciò ha poco di azienda lucrativa ma molto di Stato efficiente.

Certo, in Italia la P.A. sa essere davvero invasiva: fiscalità mal dosata ed eccessiva, adempimenti burocratici ripetitivi e inutili, tempi di attesa biblici, non giovano certo all’immagine dell’apparato centrale e periferico.

C’è un altro problema da affrontare: la diffusa ignoranza dei meccanismi della P.A. Ci sono importanti apparati burocratici di cui sappiamo poco o punto. Ad esempio, la Ragioneria Generale dello Stato, alle cui celebrazioni dei 150 anni dalla istituzione abbiamo dedicato ampio spazio in questo numero, oppure la Corte dei Conti che svolge un ruolo fondamentale nella corretta gestione del danaro pubblico.

Infine, c’è da sfatare un luogo comune. Piuttosto che “della P.A.” dovremmo parlare “delle P.A.”, posto che un ospedale, una scuola e un tribunale sono realtà alquanto diverse e l’approccio ai loro problemi non può essere lo stesso.

Concludiamo con una sana autocritica. Abbiamo detto che la P.A. siamo noi. Ebbene, che dire di noi cittadini?

I cittadini italiani si comportano meglio dei loro politici e amministratori, rispettano le leggi, evitano le raccomandazioni, partecipano attivamente e solidalmente alla vita del loro Paese, votano secondo coscienza e non per interesse strettamente personale?

Per chiedere etica alla P.A. occorre imporla prima di tutto a noi stessi. E i risultati verranno, non c’è da dubitare.

Anche noi di Ora Legale vogliamo rendere il nostro contributo a quest’opera indispensabile di riavvicinamento della P.A. ai cittadini e dei cittadini alla P.A.

Pic. Government bureau, George Tooker, 1956

https://www.oralegalenews.it/eventi/150-anni-della-ragioneria-dello-stato/3999/2019/

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