luca e alba: una famiglia

Luca e Alba: una famiglia

di Luca Trapanese (Presidente di A ruota libera onlus – Napoli)

Mi chiamo Luca Trapanese, ho 42 anni e sono single.
A gennaio del 2017 ho deciso di fare un’iscrizione al registro degli affidi per single ed a luglio è arrivata Alba, aveva solo trenta giorni di vita e non riusciva ad essere collocata nelle famiglie cosiddette tradizionali perché è nata con la sindrome di down.
Ora ha quasi due anni porta finalmente il mio cognome, sono riuscito ad adottarla, sebbene in Italia non sia prevista l’adozione da parte dei single, attraverso l’articolo 44 della legge sulle adozioni 184/83.

Capita anche così che nasca una nuova famiglia. Un padre e una figlia.
Non mi piace nascondere le cose: sono gay. Alba è portatrice di trisomia 21, la sindrome di Down.
Agli occhi di molti siamo “i diversi”.
Rispetto all’omosessualità le cose stanno forse cambiando, quanto meno non facciamo più scandalo, ma posso dire con una certa sicurezza che la disabilità fa ancora, anzi sempre di più, paura!
Per me non è così. L’handicap non mi spaventa anzi per me può essere visto come una risorsa se vissuto in maniera serena e se accettato.

Sicuramente la mia scelta è stata determinata dalla mia esperienza di vita.
Nel 2007 ho fondato un’associazione di volontariato per persone disabili “A ruota libera Onlus” con la quale ho realizzato molteplici attività rivolte ad adulti e bambini disabili con particolare attenzione all’integrazione sociale, alla creazione di sviluppi lavorativi e alla realizzazione di una vita autonoma che preveda anche un percorso concreto di affettività.
Inoltre, ho frequentato fin da piccolo la parrocchia del mio quartiere dove ancora oggi un parroco d’avanguardia mostra a tutti come vivere la fede cattolica in maniera serena, senza sensi di colpa.
Da quando avevo 16 anni sono stato diversi anni in India e in Africa ed ho collaborato con le suore di Madre Teresa di Calcutta a progetti di sviluppo.
Sono stati anni bellissimi e molto fortificanti per la mia crescita sia interiore che da uomo.

Mi sono sempre chiesto se nasca prima la disabilità o la barriera architettonica? Prima la vergogna o l’emarginazione? Prima la povertà o l’egoismo?
La disabilità spaventa e molto spesso è vista come una sconfitta: ne è prova il fatto che ogni anno molti minori disabili vengano lasciati in ospedale e resi adottabili.
Ma molto spesso, nonostante il Tribunale per i minorenni si prodighi per collocare questi bambini, solo raramente si riesce a dar loro una famiglia vera e propria.
È più frequente che questi bambini restino negli ospedali, affidati alle cure amorevoli delle infermiere senza mai assaporare il calore di una vera casa.

Onestamente, credo che nessuno possa giudicare tutte quelle coppie che non accettano l’adozione di questi bambini; ognuno deve valutare da sé quali siano le proprie forze e ricercare la realizzazione del personale concetto di serenità, ma di una cosa sono certo: ci sono, fuori dai radar dei Tribunali per i minorenni, centinaia di single che dispongono di possibilità economiche e di mezzi intellettuali per prendere in affido un minore disabile, cambiando per sempre e in positivo la vita di quel bambino.

Ad un certo punto della mia vita era forte il desiderio di paternità.
Sono convinto che il desiderio di maternità e di paternità sia un vero e proprio volere di sentirsi genitori, ma non tutti hanno la possibilità di realizzarlo.
Ho avuto una storia molto bella col mio compagno che è durata 11 anni e che ha dato vita a tantissimi frutti positivi, ma a novembre 2015 la storia è finita.
Sono rimasto solo, ma con il forte desiderio di formare una famiglia.

Quando ho saputo che era stato istituito il registro per gli affidi dei single, ho fatto domanda consegnando la mia vita al destino e alla fede.
Non ho voluto mettere paletti, ho compilato il modulo barrando tutte le caselle possibili, da bambini disabili gravi e medio gravi, a bambini affetti da HIV a tantissime altre difficoltà.
Ho pensato che se avessi avuto una compagna e lei fosse stata in attesa non avremmo fatto l’amniocentesi, ma ci saremo affidati a quello che la vita ci avrebbe offerto.
Quindi non ho fatto alcuna amniocentesi nel compilare il modulo e mi sono affidato.
Ho aspettato pochi mesi.
I casi sono tanti ed avere una persona che dia una possibilità così ampia non capita tutti i giorni.

Quando sono stato chiamato per Alba ero circondato da circa 20 ragazzi disabili, molti con la sindrome di down.
Il mio è stato un SI netto e deciso, senza titubanze, ero pronto sia ad essere padre sia ad essere padre di un bambino disabile.
La mia non è stata una scelta per accelerare il percorso né un gesto di carità rivolto ad una bambina che nessuno voleva.
Io volevo diventare padre e mi sentivo idoneo per esserlo di un bambino disabile.

Ricordo ancora l’emozione della prima volta, quando le infermiere della Terapia intensiva neonatale me l’hanno data tra le braccia per il primo cambio del pannolino.
Ho sentito subito che Alba era mia figlia ed ho sempre saputo che sarei riuscito ad adottarla.
Scelsi di fare queste prime esperienze da solo, sentivo il bisogno di sperimentare le mie capacità di accudimento.
La prima notte mi avvicinavo alla culla e la toccavo con le dita per rassicurarmi che fosse viva, il suo respiro era leggero e dormiva serena.

Ho deciso di consegnare la mia storia a qualcuno che potesse raccontarla portando alla luce tutti i conflitti che ne scaturiscono: Luca Mercadante.
Io e Mercadante siamo coetanei, cresciuti nella stessa zona tra Napoli e il suo hinterland, ma lui è ateo e ha una compagna.
Siamo padri, ma abbiamo sempre pensato alla genitorialità in maniera completamente diversa.
Io ho provato ad allargare il concetto di famiglia fino a dissolverne i confini.
Mercadante ha invece sempre vissuto sia l’essere figlio che la paternità come riconoscimento (o mancanza di riconoscimento) di sé stesso: un lignaggio che passa per il sangue prima ancora che per l’accudimento. Una visione della paternità il cui compito essenziale è tramandare al figlio un solo desiderio: essere migliore di chi lo ha preceduto.

La prima domanda che mi ha fatto è stata sconcertante: Come pensi soddisferai il tuo bisogno di paternità se mai potrai riconoscerti in questa bambina e neanche potrai donarle un lascito intellettuale?

Insomma, una diversità di vedute così forte da farci apparire come le persone meno indicate a raccontare insieme una storia eppure lo abbiamo fatto con Nata per te (ed. Einaudi Stile Libero 2018 –https://www.einaudi.it/catalogo-libri/problemi-contemporanei/nata-per-te-luca-trapanese-9788806239688/).

https://www.oralegalenews.it/galleria/anna-losurdo-intervista-luca-trapanese/4359/2019/

https://www.facebook.com/Luca-Trapanese-358337824735008/

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