Uomini maltrattanti: finta ira e pura violenza
di Piero Buscicchio (Psicologo e psicoterapeuta in Bari – Uomini in Gioco/Maschile plurale)
“Why does he do that? “ si chiede Lundy Bancroft, un terapeuta americano che dal 1977 lavora con “uomini che maltrattano le donne” (titolo italiano del suo testo).
Sulla scorta di un’esperienza clinica ampia, Bancroft mette efficacemente in crisi quelli che nel testo chiama “miti” sul maltrattante, primo tra tutti il mito della perdita di controllo, anticamera della pseudo-spiegazione del raptus come causa della violenza (vedi anche recentissime sentenze di Tribunale che evocano tempeste emotive).
L’autore ad esempio fa notare come, quasi sempre, anche durante liti furiose, se il maltrattante rompe qualcosa, si tratta di oggetti della partner. Così come è molto comune che, nel bel mezzo di una lite, il maltrattante fuori di sé, riacquista immediatamente un invidiabile autocontrollo se, magari allertati dai vicini, irrompono nell’abitazione le forze dell’ordine.
Notevole è la descrizione che Bancroft fa del modo di pensare dell’uomo che agisce violenza, delineandone alcuni elementi fortemente caratterizzanti; tra gli altri il desiderio di controllo, il sentirsi in diritto di fare quello che fa, la confusione dell’amore con la prevaricazione, l’autogiustificazione.
Significativo anche il ribaltamento che l’autore propone, del nesso rabbia-violenza.
Il maltrattante non è violento perché arrabbiato, ma arrabbiato in quanto violento.
L’alibi della rabbia, l’alibi della perdita di controllo, il rovesciamento della colpa sulla partner, riflettono la soggiacente struttura di pensiero del maltrattante che, è convinzione dell’autore: “…nasce dalla cultura che gli hanno trasmesso le figure maschili di riferimento…Le sue radici sono il senso di possesso, il suo tronco la convinzione di averne il diritto e i rami il controllo sulla partner”.
Da più di 50 anni ormai, i movimenti femministi sono attivi nel richiamare la necessità di realizzare politiche pubbliche a contrasto di quella che è comunemente chiamata violenza domestica.
Grazie a questi movimenti si sono determinate le prime crepe nella solidissima cultura di stampo patriarcale.
Sempre più le varie forme di violenza di genere sono, grazie alla spinta di questi movimenti, state riconosciute come tali, portate alla pubblica attenzione, per essere messe in discussione e smantellate nella loro struttura.
Il rifiuto del matrimonio riparatore da parte di Franca Viola (1965), oggi non sarebbe più considerata una forma di irriproducibile e solitario eroismo.
Le sequenze del “Processo per stupro” mandate in onda dalla Rai nel 1979 ci paiono adesso un perturbante anacronismo o un bruttissimo incubo.
I centri antiviolenza, tra mille difficoltà, sono presenti su tutto il territorio.
Tutto questo si deve, in gran parte, alla determinazione delle donne che continuano a condurre battaglie politico culturali necessarie.
A differenza di altri paesi però, l’Italia sconta un vistoso ritardo nell’impostazione di programmi di trattamento per gli autori di violenza di genere e violenza nelle relazioni intime.
Per molto tempo la necessaria attenzione alla vittima, gli interventi per la sua tutela, hanno lasciato in ombra il maltrattante, frettolosamente liquidato come mostro, o malato, o preda di raptus, o alterato da uso di sostanze, da rinchiudere in celle buie e solitarie, buttando via la chiave.
Le radici profonde del comportamento maschile violento, formatesi in una cultura patriarcale plurimillenaria, rendono assai difficile il cambiamento.
La convinzione di essere in diritto di pretendere certi comportamenti dalla propria partner, come evidenzia Lundy Bancroft, determina non l’incapacità di cambiare ma la mancanza di motivazione al cambiamento, per continuare a mantenere controllo e potere sulla partner, tanto da farci venire in mente il famoso apologo della rana e dello scorpione, nel quale lo scorpione ribadisce l’ineluttabilità ed ineludibilità del suo comportamento, anche se si ritorce contro di sé.
Tuttavia, riconosciute le difficoltà, il lavoro con il maltrattante, se correttamente impostato, non è destinato necessariamente al fallimento.
Nei paesi nei quali il trattamento del maltrattante è portato avanti con sufficiente continuità ed impegno, la diminuzione del tasso di recidive sembra esserci.
La stessa convenzione di Istanbul prevede il trattamento del maltrattante come forma di prevenzione terziaria, a maggior tutela delle vittime.
Il trattamento dell’uomo violento rischia di essere controproducente se portato avanti con approssimazione, da operatori che non considerano la necessità del lavoro di rete e non hanno una visione di genere e sistemica del fenomeno.
Lavorare con l’uomo violento impostando ad esempio una terapia di coppia è un grave errore, da non commettere.
A questo proposito viene in soccorso un’affermazione perentoria dello stesso Bancroft: “…la violenza non è mai il problema prodotto da cattive dinamiche di relazione e voi non potete migliorare le cose cambiando il vostro comportamento o cercando di gestire meglio il vostro partner. Il maltrattamento è un problema che risiede interamente nell’uomo maltrattante…”.
La partner del maltrattante troppo spesso pensa che, magari cambiando il suo comportamento, o amando di più, riuscirà infine a cambiare il suo partner violento, come, in un libro dedicato alle donne ben descrive Concita De Gregorio, riprendendo l’apologo della rateta, la topolina presuntuosa, che pensava di riuscire a far diventare vegetariano il gatto con il quale aveva a che fare.
Lo stesso Umberto Galimberti, in un recente articolo, esorta la donna impigliata in relazioni dove vige la violenza, a rinunciare ad un malinteso senso di onnipotenza (“…io riuscirò a cambiarlo…”).
Dicevo prima che, dove il lavoro con l’uomo violento è portato avanti con metodo e continuità, buoni risultati possono aversi.
In Italia il primo C.A.M. (centro per l’ascolto del maltrattante) è sorto a Firenze nel 2009.
Recentemente una delle fondatrici del centro, Alessandra Pauncz, ha pubblicato un piccolo libro, “Da uomo a uomo”, che lascia ampio spazio ai resoconti degli uomini in trattamento.
Uno di questi scrive: “Se volevo davvero cambiare, dovevo cambiare il mio modo di ragionare, dovevo cambiare il paradigma, dovevo intervenire sulle regole che stanno alla base del mio relazionarmi con l’altra persona”.
Forse, per riprendere l’apologo della rana e dello scorpione, il trattamento dell’uomo violento si realizza nel passaggio dalla fatidica frase dello scorpione dopo il morso: “non posso farci niente, è la mia natura” alla auspicata e possibile nuova affermazione: “posso farci qualcosa, è la mia cultura”.
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