Basta immaginare

Basta immaginare

di Carla Broccardo (Avvocata in Bolzano e futurista – Noi di Spoiler)

Da qualche tempo, anche in Italia, si sente parlare sempre più spesso di “studi di futuro” e di futures literacy definita dall’Unesco come l’abilità del XXI secolo che ci consente di “usare” il futuro come strumento di lavoro, come base per le decisioni che ci troviamo ad assumere oggi per il nostro domani.

La disciplina degli studi di futuro inizia a strutturarsi negli Stati Uniti nel secondo dopoguerra, arricchendosi sempre più di contributi e metodologie di lavoro. In Italia assume il nome di “previsione sociale” grazie alla professoressa Eleonora Barbieri Masini dell’Università Gregoriana di Roma – dal 1981 al 1992, coordinatrice della ricerca ONU e del successivo progetto di azione sociale dell’UNESCO Women’s International Network, Emergency and Solidarity – e alla fine degli anni ’60 in Italia si creano i presupposti di importanti esperienze come la nascita del “Club di Roma” e collegamenti con il contesto europeo.

Sembrano esserci tuttavia ragioni storico-sociologiche e di carattere psicologico che non ne hanno agevolato lo sviluppo e ancor oggi ne ostacolano la diffusione. Gli “studi di futuro” appaiono tuttora in una fase di iniziale affermazione, impegnati a farsi conoscere anche fuori dal mondo accademico: il porre al centro dello studio di un fenomeno qualcosa che ancora non c’è – il futuro – suscita reazioni diffidenti verso la disciplina. Forse qualcosa di simile avvenne agli albori degli studi antropologici – quando veniva messo in dubbio lo stesso oggetto di indagine (all’epoca l’uomo) – ma oggi nessuno metterebbe in discussione la natura di seria disciplina dell’antropologia.

Molteplici sono le cause della lunga incubazione in Italia degli “studi di futuro”. Una può essere individuata nella de-storializzazione imposta dalla cultura di massa: nell’epoca attuale interessano le azioni quotidiane e i consumi del momento, che si ripetono con continuità, sempre uguali, in riti collettivi che allontanano l’idea e il valore del domani. O ancora nell’accelerazione tecnica, sociale e individuale di questo momento storico che condiziona la percezione di sé e degli altri e compromette il nostro rapporto con il tempo, soprattutto quello dedicato alle decisioni da assumere per il futuro.

A ciò si aggiungono motivazioni di carattere psicologico: gli studi di Daniel Kahneman sugli errori (bias) cognitivi hanno reso evidenti i nostri condizionamenti. Spesso le previsioni ci parlano più del presente che del futuro: nel guardare avanti nel tempo tendiamo, infatti, a proiettare il passato o il presente, commettendo così l’errore della convinzione della continuità, senza tener conto che invece il futuro nasce dalla discontinuità e dal continuo cambiamento.

Negli ultimi decenni gli studi e le esperienze futuriste si sono arricchiti di metodologie e prospettive che partono da fondamenti epistemologici diversi o quali sviluppi paralleli di altri campi di studio.

Da avvocata, l’approccio che mi interessa maggiormente è quello prospettico-partecipativo, finalizzato all’applicazione agli studi di futuro della ricerca d’azione che, da strumento di indagine sociale, diviene mezzo per la creazione consapevole, da parte di un gruppo, del proprio futuro, facilitando dapprima le visioni alternative e successivamente promuovendo la partecipazione attiva a un processo di sviluppo e trasformazione. Come ci ricorda Arjun Appadurai «la maggior parte della gente comune non ha esperienza del proprio mondo sociale in quanto progettato. Questo mondo lo esperisce come dato, come esterno a sé stesso, come relativamente fisso e ampiamente indifferente alle proprie preferenze e desideri. In realtà, l’ordine quotidiano è il risultato di attori sociali che scelgono di seguire determinate regole, di adempiere a certi obblighi, di incrociare alcune aspettative e di compiere intenzionalmente molteplici attività sociali» (Il futuro come fatto culturale, 2013, p. 347).

L’impiego delle attitudini del pensiero sistemico e le risorse della creatività, dell’arte – perché come diceva Jim Dator, per creare un futuro per una società, una comunità o un’organizzazione è necessario prima saperlo immaginare – potranno favorire esperienze di innovazione sociale con l’invito a partecipare alla creazione di visioni di interesse comune per affrontare i problemi sociali e i cambiamenti complessi in atto nella società, oggi impegnata nella ricerca di nuove forme di interazione e distribuzione del potere.

Gli “studi di futuro” intersecano ogni aspetto del vivere sociale e si intrecciano costantemente con gli argomenti affrontati nel magazine Ora Legale e queste poche righe certo non possono rendere la ricchezza dei loro contenuti e l’ampiezza dei possibili impieghi. Ciò mi porta a lanciare una proposta alla Redazione: torniamo a parlarne nei prossimi numeri, per immaginare insieme futuri possibili?

Image credit: Wonderful World – TimWalker
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