al lavoro!

Al lavoro!

di Anna Losurdo

Com’era il mondo del lavoro nel 1970? Molto diverso da quello di oggi.
E com’era l’Italia nel 1970? Il boom economico del dopoguerra l’aveva trasformata da paese agricolo e povero in una potenza industriale, grazie a un clima di stabilità politica e sociale.
Non è certo con l’attitudine alla retrotopia che mi accingo a scrivere. Ma per rispondere a un’altra domanda.

È necessario riscrivere il diritto (o i diritti) del lavoro?

Il 20 maggio 1970 fu emanata la legge che conosciamo tutti con il nome di Statuto dei lavoratori.
Quella legge segnò una svolta epocale sia nella civiltà giuridica che nei rapporti tra lavoro e impresa. E avvenne nel pieno di una stagione profondamente riformista, nota anche come la stagione dei grandi diritti, che caratterizzò la produzione normativa del decennio.

Fu il primo intervento legislativo di ampio respiro dell’era repubblicana nell’ambito dei rapporti di lavoro, sino ad allora ritenuto intangibile in ossequio ai principi della libertà e dell’autonomia dell’impresa. Furono riconosciuti diritti individuali e collettivi, introdotte garanzie per i trattamenti discriminatori e per le libertà di opinione, fu affermato il principio della rappresentatività dei sindacati.

Molti anni dopo è tutto cambiato.

Il lavoro ha perso valore e con esso sono arretrati i diritti individuali e collettivi. Nell’economia prevalgono gli aspetti finanziari con tutti gli effetti negativi a cascata dell’approccio speculativo.
Al contempo la crescita si è fermata e ciò ha colpito tutti coloro che hanno le proprie fonti di reddito nell’attività autonoma.
Dalle conseguenze nefaste dalla idea dissennata della liberalizzazione delle tariffe sono stati colpiti anche i liberi professionisti. Che oggi combattono per il riconoscimento dell’equo compenso del proprio lavoro.
Né va sottaciuta l’assenza di qualsivoglia tutela o regolamentazione nella zona grigia dei “nuovi lavori”.

Che cosa è successo nella nostra vita e nell’intera società senza quasi che ce ne accorgessimo?
Innanzitutto, il tempo del lavoro non sempre coincide più con orari e luoghi ben precisi. Ciò è più evidente per i lavori intellettuali ma in generale il tempo dedicato al lavoro si estende oltre le ore e le mura della fabbrica o dell’ufficio.

L’intera esistenza del lavoratore non è più suddivisa drasticamente tra il tempo del lavoro e il tempo libero (dal lavoro).

Il mondo del lavoro cambia continuamente e i lavoratori si sentono obbligati a implementare le proprie competenze per adeguarle a livelli sempre più alti. Il desiderio di ascesa personale diviene così l’unica forma di disciplina e ognuno vede l’altro come un competitor.
L’individuo, non più costretto a rispondere a orari d’azienda, ordini o gerarchie, si pone degli obiettivi e si “autosfrutta” per cercare di realizzarli.
La proattività è la qualità migliore che un datore di lavoro cerca nei suoi collaboratori e la caratteristica necessaria per chi invece vuole fare di sé l’impresa.

È il modello del self made man/woman contemporaneo.

Le strutture sociali (la famiglia, il partito, le istituzioni, la religione e le fabbriche) nelle quali tradizionalmente si esercitava il rifiuto alla subalternità e all’obbligo della produzione e che regolamentavano la vita delle persone sono decadute in tutto o in parte e sono certamente trasformate.

“In luogo del divieto, dell’obbligo o della legge, subentrano il progetto, l’iniziativa e la motivazione” (Byung Chul Han)

Inoltre, il sistema neoliberale ha avuto la capacità di neutralizzare le opposizioni e di annullare le differenze, di disfare l’identità di ognuno per collocare tutti nella grande e unica categoria di produttori e consumatori. Laddove non abitano più le emozioni ma l’unico valore economico del raggiungimento del massimo scopo con il minimo impiego di mezzi.
In questo sta la sua grande forza: estendere l’azione del mercato in ogni ambito della vita individuale in nome della libertà.

Marginalizzate tutte le componenti emozionali, le persone sono ridotte a funzionari del sistema.
Sembra che nella nostra società l’esistenza stessa sia legittimata solo all’interno della economia, unica a essere in grado di restituire un orizzonte alle persone.

Alla trasformazione del lavoro si accompagna, come detto, lo sgretolamento della visione collettiva e dei diritti.
Il lavoro del singolo non risponde più ad alcuna istanza collettiva e di conseguenza scompaiono le forme collettive di rivendicazione sociale.

Nel Mondo, intanto,

la concentrazione di ricchezza continua ad aumentare, le differenze di reddito si ampliano, la crescita economica senza occupazione sembra un dato acquisito, la remuneratività degli investimenti su capitale e tecnologia è di solito maggiore rispetto a quello sul lavoro. Le tecnologie future sono destinate a sostituire la maggior parte del lavoro mentale e fisico delle persone e la disoccupazione strutturale a lungo termine nella produzione e nei servizi è ormai una previsione scontata, man mano che il costo del lavoro aumenta mentre quello di intelligenza artificiale (IA) e robotica diminuisce.

Le scoperte biomediche potrebbero estendere la speranza di vita di persone attive ben oltre quanto sia possibile oggi.
Sembrano inevitabili future migrazioni da aree a bassissimo reddito ed elevata occupazione verso società con età media più avanzata e con alto reddito.
Le vecchie città sono in fase di rimodernamento con sistemi intelligenti e le nuove sono costruite con sistemi eco- smart.
Le nuove tecnologie renderanno, di certo, sempre più semplice portare il lavoro ai lavoratori invece che i lavoratori sui posti di lavoro.
La cosiddetta “Quarta Rivoluzione Industriale”, che impiega l’IA in tutti gli aspetti della produzione, si estenderà a tutto, dai trasporti alla gestione delle risorse idriche fino alla produzione e al consumo di energia.

Tuttavia, il mondo al momento non dispone di strategie a lungo termine per affrontare queste problematiche; più o meno ovunque ci si limita a incentivare l’istruzione nelle materie tecnico-scientifiche.
Perciò sembra ineludibile lo sviluppo di nuove forme di economia se vogliamo evitare il disastro sociale di una disoccupazione strutturale su larga scala che in molti hanno previsto.

Per rispondere alla domanda iniziale, allora, è necessario valutare le prospettive locali e globali dell’umanità, uscendo dalla visione angusta del nostro scenario limitato e di breve periodo.

Image credit: 024-657-834 da Pixabay

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