C.A.M.biamenti possibili
di Piero Buscicchio (Psicologo e psicoterapeuta in Bari– Uomini in Gioco/Maschile plurale )
ESOPO, Favole, VI secolo a.C.
Uno scorpione doveva attraversare un fiume, ma non sapendo nuotare, chiese aiuto ad una rana che si trovava lì accanto. Così, con voce dolce e suadente, le disse: “Per favore, fammi salire sulla tua schiena e portami sull’altra sponda.” La rana gli rispose “Fossi matta! Così appena siamo in acqua mi pungi e mi uccidi!” “E per quale motivo dovrei farlo?” incalzò lo scorpione “Se ti pungessi, tu moriresti ed io, non sapendo nuotare, annegherei!” La rana stette un attimo a pensare, e convintasi della sensatezza dell’obiezione dello scorpione, lo caricò sul dorso e insieme entrarono in acqua. A metà tragitto la rana sentì un dolore intenso provenire dalla schiena, e capì di essere stata punta dallo scorpione. Mentre entrambi stavano per morire la rana chiese all’insano ospite il perché del folle gesto. “Perché sono uno scorpione…” rispose lui “È la mia natura!”

L’articolo 16 della Convenzione di Istanbul prevede che vengano adottate misure legislative per “istituire o sostenere programmi rivolti agli autori di violenza domestica”.
In un film spagnolo del 2003, Ti do i miei occhi, si vedono sequenze nelle quali il protagonista, un uomo che agisce violenza nei confronti della moglie, entra in uno di questi programmi di trattamento.
In Italia tali programmi, partiti con evidente ritardo rispetto alla stragrande maggioranza dei paesi europei, sono diffusi a macchia di leopardo in tutto il centro-nord e pochissimo presenti da Roma in giù.
In Puglia vogliamo segnalare l’eccezione di un centro a Foggia, Uomini oltre la violenza, sorto grazie all’impegno di operatrici di un centro antiviolenza, che hanno svolto una formazione specifica a Firenze, luogo nel quale, nel 2009, sorse il primo centro italiano di ascolto del maltrattante.
Un C.A.M. (Centro Ascolto Uomini Maltrattanti) è un servizio di prevenzione terziaria della violenza di genere nel quale uomini che agiscono violenza trovano operatori in grado di aiutarli ad interrompere le varie forme di comportamento violento messe in atto.
Forse non si sono ancora pienamente comprese le ragioni che suggeriscono l’esistenza di servizi di ascolto per il maltrattante. Proviamo ad elencarne alcune:
- l’obiettivo fondamentale di un C.A.M. è quello di lavorare per aumentare la sicurezza della donna invischiata in una relazione violenta; per raggiungere tale scopo, il C.A.M. deve esistere solo all’interno di una rete organizzata di servizi che tale obiettivo fondamentale condividono e perseguono (C.A.V., servizi sociali, consultori, forze dell’ordine, magistratura).
- Il C.A.M. lavora per un cambiamento culturale e personologico del maltrattante che possa sensibilmente diminuire il rischio di comportamenti recidivanti.
- L’intervento sull’uomo che agisce violenza è considerato un intervento di prevenzione terziaria, il cui obiettivo fondamentale è aumentare sensibilmente il livello di sicurezza della donna che subisce violenza, prevenendo le recidive, e insieme a questo, porre un argine al noto fenomeno della trasmissione intergenerazionale della violenza.
- Il C.A.M. non prevede, in alcun modo, tentativi di mediazione, riconciliazione, terapia di coppia, etc…;
- in presenza di figli, il C.A.M. favorisce la consapevolezza-responsabilità genitoriale e contrasta l’uso strumentale dei figli nei percorsi di separazione;
- il C.A.M. lavora anche sul piano culturale più ampio per contrastare gli stereotipi di genere che ancora imprigionano l’uomo in ruoli rigidi e prefissati.
Esistono linee guida internazionali (rinvenibili, ad esempio, sul sito www.work-with-perpetrators.eu, come riferimento per il lavoro con l’uomo che agisce violenza.
Sul territorio nazionale, proprio su impulso del C.A.M. di Firenze, si è costituita una rete di centri che, condividendo alcuni principi fondamentali, lavora con l’uomo violento (www.associazionerelive.it)
Gli operatori di un C.A.M. quasi sempre, nella loro prassi, informano la partner o ex partner del maltrattante in trattamento, anche per evitare che il possibile percorso terapeutico venga strumentalizzato da quest’ultimo per riavvicinarsi alla partner stessa.
Il problema della violenza diventa il focus dell’intervento terapeutico, che affronta i classici meccanismi difensivi di negazione, minimizzazione, rovesciamento di responsabilità, conducendo l’uomo ad una piena assunzione di responsabilità per il proprio comportamento violento.
Spesso il percorso terapeutico prevede l’ingresso in un gruppo, dopo una prima fase di valutazione attraverso colloqui individuali.
Dalla partecipazione al gruppo terapeutico vengono esclusi uomini con problematiche non risolte di dipendenza da sostanze o con importanti patologie psichiatriche e antisociali.
Nel gruppo, grazie alla possibilità di condividere, confrontarsi, rispecchiarsi, vengono potenziate le misure terapeutiche volte a favorire la motivazione al cambiamento, anche attraverso la testimonianza e la partecipazione di uomini non più violenti.
Solitamente i gruppi sono co-condotti da due terapeuti di genere diverso, hanno cadenza settimanale, e durano almeno un anno.
Il modello terapeutico prevalentemente utilizzato è quello cognitivo comportamentale, e spesso si fa riferimento al Modello Transteorico del Cambiamento (MTC) di Prochaska e De Clemente. Questo perché l’agire violento risulta molto più correlato a processi di pensiero che ad un autentico disordine emotivo.
Le esperienze maturate nei vari centri convergono nell’asserire che la domanda di aiuto, all’inizio timida e sporadica, cresce numericamente man mano che il centro comincia a farsi conoscere e partecipa ad una rete di servizi. La nostra esperienza di professionisti che, negli ultimi anni hanno condotto incontri di sensibilizzazione e formazione con giovani ed adulti, sugli stereotipi di genere, ci porta a dire quanto sia ancora poco sentita dal genere maschile la necessità di una riflessione sui temi della violenza domestica (o patriarcale come forse preferirebbe dire il mio amico Orazio Leggiero, socio storico di Maschile/Plurale), considerata ancora, a torto, una triste prerogativa di uomini con disturbi psichiatrici o alterati dall’uso di sostanze psicotrope.
Nella mia ottica, un C.A.M. diventa un servizio importante anche, e forse soprattutto, per irrobustire un lavoro di sensibilizzazione culturale al maschile, in quanto personalmente credo che, anche per l’azione di potenti stereotipi culturali, il lavoro di interrogazione “a partire da sé”, sia ancora poco praticato, e non solo dall’ultimo conduttore del festival canoro più importante d’Italia.
Per tornare allora all’apologo iniziale, diremo che l’esperienza dei C.A.M. forse ci dice che lo scorpione non può cambiare, ma se la violenza maschile è intrecciata alla cultura (patriarcale), non è un dato di natura. Nonostante Sanremo.
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