Diritti umani al tempo del Covid19

Diritti umani al tempo del Covid19

di Roberto Giovene di Girasole (Avvocato in Napoli – OIAD)

In queste settimane stiamo vivendo il periodo più difficile dal dopoguerra. Chi come me è nato negli anni Sessanta del secolo scorso ricorderà, con lo sguardo di un bambino, la crisi petrolifera e l’austerity del 1973, con le domeniche in cui si poteva uscire in auto solo a targhe alterne. A sentire i nostri genitori e la televisione fu uno shock, certamente fu la fine del sogno del miracolo economico per una generazione che, uscita da una guerra devastante, aveva conosciuto uno sviluppo economico ed un benessere senza precedenti, in pochissimi anni.
Oggi, che viviamo la gravissima situazione determinata dalla pandemia a livello mondiale, quella crisi appare poca cosa. Siamo chiamati a sfide epocali che riguardano l’economia, la società, la comunicazione ed il futuro dell’Unione europea.

Per quanto riguarda la democrazia la crisi ci ha messi di fronte all’esigenza di bilanciare il diritto alla salute, tutelato dall’art. 32 della Costituzione, con alcune libertà fondamentali.
Viviamo in uno “stato di emergenza” reso necessario dall’emergenza sanitaria e dall’esigenza di realizzare quella distanza sociale che, al momento, è l’unico antidoto certo al propagarsi del virus.
È emerso, prepotentemente, anche il tema dei rapporti tra Stato e Regioni, sia per i diversi approcci sanitari adottati per combattere il virus, sia per le ordinanze in materia di misure restrittive che, in alcuni casi, hanno superato i limiti posti dal Governo.
Ci saranno modi e tempi per affrontare queste tematiche e siamo certi che la crisi globale che stiamo vivendo ci costringerà a ripensare molte politiche con riferimento anche all’organizzazione dello stato, al campo economico e sanitario.

Adesso però dobbiamo occuparci delle violazioni dei diritti umani che, purtroppo, non conoscono sosta neanche al tempo del coronavirus.
Occorre non spegnere i riflettori sui tanti, avvocati, giornalisti, difensori dei diritti umani e giudici indipendenti che nelle diverse aree geografiche, ad opera di regimi autoritari, continuano a subire carcerazioni ingiuste solo perché colpevoli di reati di opinione e, nel caso di tanti avvocati, per aver assolto con diligenza e libertà il proprio compito professionale.
La pandemia ha fermato le missioni di osservazione diretta dei processi all’estero e l’accesso nelle carceri, ma non ferma la mobilitazione delle coscienze, la denuncia all’opinione pubblica e la solidarietà attraverso i media ed i social.

Non possiamo dimenticare gli oltre seicento avvocati detenuti ingiustamente in Turchia, non possiamo dimenticare la repressione del dissenso in Egitto, dove Patrick Zaky è ancora in carcere, da quando fu arrestato il 7 febbraio di quest’anno, appena rientrato in Egitto dalla sua Bologna, città nella quale studiava.
A nulla sono valsi gli appelli della comunità internazionale e la presenza di alcuni diplomatici europei alle udienze che avrebbero dovuto decidere sulla sua liberazione. A Zaky vengono contestati reati di opinione, avrebbe diffuso informazioni false sull’Egitto. L’ultima udienza sembra sia stata rinviata proprio a causa del coronavirus.

Non possiamo dimenticarlo, nella sua cella del carcere di massima sicurezza di Tora, così come non possiamo dimenticare i colleghi turchi reclusi nel carcere di massima sicurezza di Sliviri, a 70 km di Istanbul, alcuni dei quali condannati a pesanti pene detentive fino a 18 anni e 6 mesi. E neanche possiamo dimenticare Giulio Regeni ed i suoi familiari, come tutti noi ancora alla ricerca della verità sulla sua tragica morte.

Per tornare alla situazione nel nostro Paese l’emergenza sanitaria impone soluzioni non più procrastinabili per tentare di ridurre la situazione di grave affollamento delle nostre carceri, un problema annoso, per il quale l’Italia è stata condannata già due volte dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, nel 2009 e nel 2013.
Le misure adottate dal governo, tra le quali, principalmente, la concessione degli arresti domiciliari, da valutare caso per caso dal Magistrato di Sorveglianza, di coloro che debbono scontare fino a 18 mesi, anche se residuo di maggior pena, subordinata ad una serie di condizioni, tra le quali, per coloro che devono scontare più di 6 mesi, la disponibilità dei braccialetti elettronici, appaiono del tutto insufficienti.
I braccialetti elettronici disponibili sono pochi e non sembra che la situazione possa mutare nell’immediato.

Così i detenuti che sono usciti dalle carceri sono stati, al 25 marzo, solo cinquanta, come dichiarato dal premier Conte. E non aumenteranno di molto nelle prossime settimane. Urgono soluzioni più incisive, come richiesto a gran voce dall’Avvocatura, tra le quali la detenzione domiciliare, indipendentemente dalla disponibilità del braccialetto elettronico, per residui di pena inferiori a 2 anni e la sospensione fino al 30 giugno della emissione degli ordini di carcerazione di pene fino a 4 anni divenute definitive.
Del pari appaiono insufficienti i telefoni e gli strumenti informatici messi fino ad ora a disposizione delle carceri per rendere effettive modalità di svolgimento dei colloqui tra i detenuti ed i loro familiari a distanza, considerato il protrarsi del divieto di colloqui nelle carceri a tutela della salute dei detenuti stessi e di tutti gli operatori penitenziari.

Proprio mentre sto per chiudere questo articolo, ascolto l’appello del papa per i detenuti all’Angelus domenicale.
Ci auguriamo siano date presto risposte, non c’è tempo da perdere.

Image credit: Markus Trier da Pixabay

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