Inquietudine Soltaria

Due donne, due storie

di Irene M.

Emma Rowena Gatewood (1887-1973) la “nonna che percorse 3.500 chilometri a piedi in sei mesi, visse una vita simile a quella di molte altre donne dei suoi tempi, difficile e faticosa: si era sposata giovane a 19 anni, con un uomo violento, che la picchiava spesso. lavorava nei campi in una sperduta contea dell’Ohio e, intanto, cresceva i suoi undici figli, ma quando subiva le botte del marito, andava a curarsi le ferite del fisico e dell’anima, in solitudine, nei boschi vicino casa.

Riuscì a divorziare nel 1940, nonostante l’uomo la minacciasse di farla rinchiudere in manicomio, se avesse tentato di lasciarlo. Intanto la sua famiglia si era allargata: 24 nipoti e 30 pronipoti.
In un freddo giorno di aprile del 1955, quando aveva 67 anni, disse ai suoi figli, ormai tutti adulti, che sarebbe uscita per fare una passeggiata. Emma nel 1950, aveva letto un articolo del National Geographic che parlava del sentiero degli Appalachi, sottolineando che nessuna donna aveva mai completato quel percorso.

Parti con un paio di scarpe e una borsa contenente una coperta di lana e una tenda da doccia. Quando terminò la sua “passeggiata“, Emma Gatewood potè vantare il primato di essere stata la prima donna ad aver percorso tutto l’Appalachian Trail in una stagione.

Questa straordinaria donna, con questa impresa ha dimostrato che con la determinazione a voler superare tutte le sofferenze e le ingiustizie, le donne, possono dimostrare di essere capaci di raggiungere serenità e di avere le stesse capacità e diritti degli uomini.

Questa storia “antica” fa a pugni, a mio avviso, con un episodio di qualche giorno fa, di cui nessun telegiornale ha parlato, dell’uccisione di una donna che, pure, aveva sempre lavorato, della stessa età della Gatewood, quando Emma, intraprese il suo viaggio in solitudine e con pochi soldi, uccisa dal marito a Rimini, che ha giustificato il gesto, con una motivazione assurda “chiedeva sempre soldi!”

Confrontando queste due storie di donne, una ha vinto un primato di libertà e dignità, l’altra è morta nel silenzio assordante dei media, tutti concentrati sulla pandemia! credo sia doveroso, soffermarsi e analizzare il cambiamento della concezione della donna nella società, ieri e oggi.

La donna, nella morale comune, è sempre stata descritta come la “regina” del focolare, nutrice/tutrice, quindi almeno, aveva un ruolo definito, che, certamente, le costava sacrificio, rinuncia, rassegnazione. La “normalità” prevedeva che i mariti violenti, minacciosi, venissero vissuti, come un problema da tenere segreto tra le mura domestiche, quindi, tranne quando avvenivano tragedie, non se ne parlava.

Oggi cosa è cambiato?

L’emancipazione femminile ha aiutato veramente le donne ad avere un ruolo diverso, da quello delle nonne o mamme?
Oggi la donna, si trova schiacciata tra i modelli di successo e libertà proposti dalla società moderna e quindi, in una sorta di inconsapevole competizione con il partner.

Qui il problema della violenza e maltrattamento in famiglia: i mariti padroni di tutto, corpo, cervello e anima della donna, non accettano questa nuova condizione che le donne si sono conquistate con studio, fatica e sacrificio, per dignità e per necessità, per contribuire al benessere economico della famiglia, perché nella loro concezione maschilista, la donna deve continuare ad avere un ruolo subalterno e di sudditanza: regina del focolare nutrice e fertile compagna!

Nel momento in cui la donna prende coscienza delle sue capacità competenze, purtroppo, scatta il meccanismo della violenza, che dapprima, l’uomo cerca di camuffare con false attenzioni e poi sfocia nella ferocia, quando la donna si ribella e lo vuole lasciare!
Questa prassi, purtroppo, non appartiene più alla mentalità violenta, tipica della sottocultura delle periferie urbane/rurali, ma coinvolge tutte le classi sociali ed è diventato un problema sociale di cui le istituzioni, a partire dalla scuola sino agli organismi dello Stato competenti, non possono non tenere conto.

La scuola dovrebbe educare e in alcuni casi rieducare, al rispetto di sé e degli altri e a saper leggere e gestire le tecnologiche” meraviglie” dei social, nel giusto e reale ruolo che hanno, al di là delle false illusioni. Le istituzioni dovrebbero tenere conto del cambiamento della società, delle insoddisfazioni e frustrazioni, che purtroppo, in un momento storico così complicato, necessitano di essere viste come fenomeno sociale e non individuale e dovrebbero assicurare a chi ha il coraggio di denunciare violenze, fisiche, sessuali e psicologiche, risposte adeguate a far sì che vi sia un recupero della dignità da parte delle vittime e una rinnovata fiducia nella giustizia.

Per esperienza diretta, ho potuto sperimentare il grande aiuto che i centri antiviolenza danno alle donne e che potrebbero dare alle istituzioni se avessero maggiori disponibilità di mezzi, invece devono affidarsi al volontariato di esperti capaci e accoglienti.

Il mio non è uno spot pubblicitario, la violenza sulle donne non è uno slogan di “vecchie” femministe rivolto a “giovani” femministe è una richiesta di aiuto, per non sentire dire in commissariati, o caserme che “non ci sono segni di percosse, di bruciature sul corpo!” per cui diventa umiliante e ulteriore sofferenza denunciare.
Le ferite profonde sull’anima sono indelebili e fanno pensare ad annullarsi fisicamente nell’indifferenza di chi dovrebbe aiutare.

Non deve più accadere che donne dopo, numerose denunce vengano ugualmente uccise dai mariti lasciati a piede libero.

Ancora oggi ci sono tante Cenerentole che sognano il principe azzurro, lo incontrano, ma come nelle favole, il principe si trasforma in orco, le Cenerentole, invece, di perdere la scarpetta, la devono recuperare, scappare e non restare in silenzio per non essere derise e umiliate anche dalle istituzioni!

Articolo scritto per giraffaonlus

Image credit: Olga Diasparro, Crepe nell’anima, Bari, 2018

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