È di nuovo Natale
di Anna Losurdo
Negli ultimi due anni, la pandemia, le restrizioni, il distanziamento ci hanno costretti a trascorrere le feste natalizie in modo alternativo, confidando di poter passare, quest’anno un Natale migliore.
Non avevamo fatto i conti con la guerra. Una nuova. Più vicina.
Le altre cinquantotto, infatti, ce le siamo dimenticate.
Molti hanno rotto con la tradizione e hanno trovato modi nuovi di festeggiare.
Altri hanno scardinato dinamiche natalizie ritenute immodificabili.
Alcuni hanno patito il non potersi incontrare ma per qualcun altro è stato liberatorio.
Altri ancora non hanno festeggiato affatto.
A Natale, lo sappiamo, il mito della famiglia riunita ritorna preponente ogni anno.
Nonostante costituisca molto spesso un fattore rilevante di stress e richieda l’elaborazione di exit strategy di vario genere.
Ritrovarsi non sempre è semplice; altrettanto non lo è evitare domande scomode e inopportune che rischiano di tradursi in scontri frontali se la conversazione non viene interrotta prima di scaldarsi troppo.
Bisogna ammettere che i cellulari hanno fatto la propria parte.
Ci aggiriamo per le strade, nei giorni precedenti, parlando al telefono invece di fermarci a chiacchierare con chi si incontra. Telefoniamo e inviamo messaggi a chi è lontano per scambiarci gli auguri, invece di indugiare nell’abbraccio di chi ci è accanto.
“Ognuno in fondo perso dentro i fatti suoi…“
Il tempo dell’attesa è ancora appannaggio dei bambini (di molti ma non di tutti e non sempre per scelta). Arduo, per noi adulti, reimparare ad apprezzare i momenti quasi sospesi e senza tempo che precedono qualcosa che desideriamo. Ancor più nella densità frenetica dei giorni precedenti il Natale, durante i quali alle abituali incombenze se ne aggiungono altre contingenti.
Invero il Natale è la festa dell’assenza e non di chi partecipa.
E per quanto possiamo impegnarci nel tenere a mente tutto il male patito altrove nel mondo, esattamente in quelle stesse ore in cui celebriamo il nostro rito annuale, non ne saremo mai partecipi.
Non sentiamoci in colpa. Il dolore degli altri è sempre lontano, per quanto possiamo farcene carico.
Proviamo solo a essere almeno un po’ sinceri, almeno con noi stessi.
Cerchiamo di essere parchi: un po’ di sobrietà non guasta di questi tempi.
Dalle origini della storia umana cerchiamo un senso per la nostra esistenza. E non lo cerchiamo certo quando siamo felici. Abbiamo bisogno di costruirne uno in vista della morte, che è l’implosione di ogni senso.
Non per niente le nostre feste religiose si sono sovrapposte, sostituendole, a ben più remoti rituali. Festeggiamo la luce, nella oscurità dei mesi più bui dell’anno.
Difficile trovarlo in questi giorni, sulle nostre tavole, sotto i nostri alberi addobbati o tra le statuine dei nostri presepi. Quel senso siamo noi e il nostro modo di stare al mondo.
È di nuovo Natale. E lo sarà ancora. Se sarà nuovo dipenderà da noi.
Credits: Gerd Altmann da Pixabay
Di Anna Losurdo, su Ora Legale News
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