Cantico d'amore e morte

I GIORNI DEL DOPO

Quando le luci si spengono sui superstiti di un femminicidio

di Vito Calabrese (Psicologo e psicoterapeuta in Bari)

I ricordi che cerchiamo di eludere alla fine ci raggiungono, ci sorprendono come un’ombra. Una verità appare all’improvviso in mezzo a un pensiero, un capello su una lente.
(Anne Michaels)

I. L’omicidio di Paola

Sono passati più di sette anni dalla morte di mia moglie.
Paola Labriola di 52 anni, medico psichiatra, il quattro settembre 2013, fu brutalmente accoltellata da un paziente, mentre lavorava in un Centro di Salute Mentale di Bari.
L’assassino fu preso in flagranza di reato. Non ha mai rilasciato nessuna dichiarazione del perché compì il suo terribile gesto.
Come linea difensiva ha scelto il rito abbreviato. I suoi legali hanno insistito, sul raptus, chiedendo che gli venisse riconosciuto il vizio parziale di mente, che gli è stato negato e data la crudeltà, perché al momento dell’arresto era capace di intendere e volere.
È stato condannato a trent’anni di carcere. Non c’è stato nessun risarcimento alle vittime , perché nullatenente.
Quello di mia moglie è stato un femminicidio () perché è stato il bersaglio da parte dell’assassino, per scaraventare tutto l’odio accumulato del suo sentirsi rifiutato dal caregiver originario, e dal mondo. La sola presenza di Paola toccava le corde della sua vertiginosa inadeguatezza. Quando l’uomo sente di non avere più alcun potere nei confronti di una donna, può ridiventare una belva.
Si cerca di far passare tutti questi generi di omicidi per raptus, ma osservando i meccanismi è evidente che non è così.
Il ricorso al rito abbreviato prevede la riduzione di un terzo della pena, nessuna domanda ai familiari delle vittime, e molti ritengono non si adatti a questo tipo di processi, anche perché contrariamente al dibattimento ordinario non consente l’emersione degli innumerevoli aspetti della vicenda umana, così grave, intensa e ricca di implicazioni.
Tale massiccia riduzione della pena, legata ad una strategia difensiva processuale dell’imputato, suona sempre indecifrabile, ingiusta e spesso oltraggiosa alle persone offese da reati così gravi. Viene facile da pensare che è illogico e ingiusto premiare il colpevole di crimini così gravi solo perché si riducono i tempi del lavoro in un tribunale.
I familiari delle vittime pur consapevoli che niente potrà compensare tutto quello che hanno perso, non chiedono vendetta ma una pena giusta e che venga riconosciuto il loro dolore. Le esperienze prodotte dalle lotte per affermare i diritti delle vittime hanno messo in risalto l’importanza che la riparazione di un trauma subito, si accompagni alla necessità di un riconoscimento sociale o giudiziario dell’accaduto. Ammettere al rito abbreviato, e quindi all’automatica trasformazione dell’ergastolo in reclusione “normale”, chi ha commesso reati gravissimi, significa trasformare la condanna del carcere a vita in una normalissima reclusione. Il che è assurdo. Il condannato può chiedere benefici, con il risultato inaccettabile che un ergastolano può uscire di galera dopo dieci anni o poco più.

II. Il rito abbreviato e il blocco nella narrazione

Personalmente, il processo di Paola, ha acuito il mio malessere pur non avendo chissà quali aspettative.
Ho sentito una splendida perizia psichiatrica dell’assassino, il profilo patologico della sua personalità. A pensarci bene persone con quel profilo ne conosco tante, ma perché compiere come una sorta di strage nei confronti di una professionista mite? Perché quel giorno? Il mio mestiere è quello di fare lo psicologo e lo psicoterapeuta e mi rendo conto della povertà delle nostre diagnosi o valutazioni quando prendiamo in esame soltanto esclusivamente l’individuo fuori dal suo contesto di vita. Noi siamo le nostre relazioni, la nostra storia.
Tantissime domande e significati sono rimasti dolorosamente strozzati da qualche parte in me, come ostacoli sulla via, come qualcosa che non riesci a mandare giù.
Il mio impegno verso Paola è stato quello di non dimenticarla, perché dimenticare le vittime è come ucciderle una seconda volta, nonostante che le cose orribili nessuno realmente le vuole ascoltare.
L’omicidio di Paola è stata una terribile violazione dell’ordine sociale, difficile a dirsi a rappresentarsi. Una dottoressa mentre sta lavorando in un centro di sanità pubblica, madre di tre figli, non si può sentire, non si può dire ad alta voce, è indicibile.
È forte il desiderio di volgere lo sguardo, di non dire le atrocità ( ), ma altrettanto forte è l’inutilità della negazione. La saggezza popolare è permeata di narrazioni di fantasmi che rifiutano di essere sepolti nella tomba, finché la loro vicenda non sia stata raccontata.
Questa dialettica tra la volontà di negare e il desiderio di ricordare e raccontare la verità di un evento terribile è centrale nel trauma psichico, sia nella sua rappresentazione sociale che in quella privata.
Nel mio lavoro mi sono occupato costantemente del trattamento delle sindromi da traumi, di chi ha sopportato eventi orribili e soffre di danni psichici.
Da sempre la psicopatologia si è interessata ai fattori di rischio, ma la mia vicenda personale ha acuito la necessità di comprendere soprattutto i fattori di protezione e i processi di guarigione delle vittime della violenza sessuale e domestica, dei sopravvissuti agli stupri, all’incesto, ai campi di concentramento, alle torture, alle guerre, alle atrocità umane.

La discussione pubblica sulle atrocità nella vita sessuale e domestica, dalle violenze di genere è stata resa possibile dai movimenti femministi e quella sulle atrocità della vita sociale dai movimento per i diritti umani.
Si mettono troppo spesso in primo piano le presunte ragioni dell’assassino: era geloso, non ha sopportato la perdita, ha tentato la pacificazione e, al suo diniego, è scattato il raptus. La narrazione mediatica concentra l’attenzione sui dettagli macabri e colpevolizza le vittime. Malgrado tutto il frastuono, si entra poco e male nel merito della violenza maschile contro le donne: il contesto viene raccontato come se le vittime “se la fossero cercata” oppure come se fossero state così idiote da non essere capaci di andarsene.
Non viene detto che la maggior parte dei femminicidi avviene proprio quando le donne vogliono andarsene, quando cercano di interrompere la relazione.
Servirebbe una maggiore consapevolezza, serve un cambiamento culturale: la violenza contro le donne è un fenomeno complesso, che pervade diversi ambiti, dalla famiglia, al lavoro. Certamente rispetto al passato sono stati fatti dei passi in avanti come l’entrata in uso della parola «femminicidio» da parte dei media italiani. Questa definizione dà conto di un fenomeno che prima di venire nominato così non aveva la stessa visibilità.
Il termine adottato negli studi e nei trattati internazionali è in realtà «femicidio», ma in Italia è diventato di dominio comune femminicidio in seguito all’approvazione, nel 2013, del cosiddetto Decreto legge sul femminicidio.
Di recente è uscito un libro di Stefania Prandi ( ), che ha raccolto le voci dolorose, del racconto della rimozione violenta, della solitudine e del lutto delle famiglie delle vittime del femminicidio. Quando le luci si spengono dopo il femminicidio i parenti delle vittime vengono lasciati soli in un dolore inconsolabile, nella lotta per ottenere giustizia e risarcimenti, nella fatica di crescere bambini e bambine senza più madri, nella fatica di essere credibili.
Il femminicidio è una violenza che non colpisce solo la donna e la sua famiglia, ma anche il tessuto sociale e l’intera comunità.
È un fenomeno strutturale che pervade e attraversa l’intero corpo sociale, culturale, morale, politico, penale, civile, religioso, economico.
Questo mondo DEVE essere reso sempre più visibile.
Va rotta una catena, non muoiono sole le donne, ma anche i bambini e gli altri superstiti.

III. I giorni del dopo. Le conseguenze dei traumi

Lo psicoanalista Sandor Ferenczi intuì quelle che sarebbero state successivamente le scoperte dovute agli studi sul trauma: l’effetto distruttivo durevole del trauma per la presenza di identificazioni patologiche con coloro che l’hanno offeso come una sorta di colonizzazione mentale.
Per trauma si intende dal greco antico “ferita”, “lesione”, che proprio per le caratteristiche intrinseche dell’esperienza sconvolge il rapporto del soggetto con sé e col mondo, lasciando un segno profondo, una sofferenza, sia nella persona sia nel contesto relazionale in cui l’evento traumatico si è manifestato, cioè nell’individuo e nella collettività.
Il vissuto più ricorrente e pervasivo a fronte di una violenza del genere è soprattutto un senso di incredulità. Le esperienze traumatiche sono eventi impensabili, che provocano un vero sbalordimento della vita mentale.
La vittima di un trauma è costretta a prendere atto di quanto il suo sentirsi invulnerabile fosse un’illusione. Inoltre, essa manifesta molte difficoltà a dare un significato a ciò che le è successo. Poiché la maggior parte di noi vive in un mondo su cui crede di avere un certo controllo, è quindi comprensibile che l’esperienza di essere totalmente impotenti, nodo cruciale del trauma, manda completamente in frantumi questa seconda illusione.
Le esperienze centrali del trauma psichico nella vittima sono la perdita del potere personale e del controllo di sé e la compromissione dei legami con gli altri.
Dopo un trauma quello che accade non è registrato nella mente come una narrazione sulla quale si può riflettere e pensare. È in un certo senso non vissuto, ma sentito solo a un livello corporeo, non simbolizzato. Solo a posteriori si dà la possibilità di ridare un certo significato a ciò che è accaduto.
Le vittime sperimentano un forte disorientamento cognitivo dovuto alla discrepanza tra l’offesa subita e le proprie credenze e aspettative di vita.
Il fatto di non essere stati in grado di evitare l’offesa mette a dura prova la nostra autostima e la fiducia che riponiamo in noi stessi.
Sul piano emotivo emergono stati d’animo non solo fortemente spiacevoli, ma anche caotici e contrastanti. Indignazione, amarezza, rabbia e rancore per l’offesa ricevuta e verso il perpetratore. Vergogna, senso di colpa, paura che l’offesa possa ripetersi in futuro. Tutto questo crea una grande sofferenza psicologica che l’offeso cerca di mitigare attraverso le due strategie difensive più immediate quali la vendetta e la fuga.
Abbiamo visto che le vittime degli orrori umani rischiano di non essere sepolti, quanto più si vogliono dimenticare.
Sono esperienze che vorremmo poter escludere dal pensiero e che cerchiamo di misconoscere ricorrendo al diniego e ad altri meccanismi difensivi.
Quando si sono vissute simili atrocità si ha spesso l’impressione di poter essere compresi soltanto da coloro che hanno vissute le stesse esperienze.
La testimonianza attiva del sopravvissuto è una dura conquista. Prevale l’invito a passare oltre, evitare, dimenticare.
Come nel gioco dell’oca basta poco per tornare alle prime caselle dopo aver vissuto un lutto traumatico del genere. Sono passati più di sette anni dalla morte di mia moglie e dovrebbe essere un lasso di tempo più che giusto per far passare la sofferenza, invece per questo genere di dolore non è così.
Salti all’aria per un rumore.
Lo squillo del telefono di casa ti può portare sempre qualche brutta notizia.
Il sonno è disturbato.
Le foto della persona scomparsa sono sempre un tuffo al cuore, un tonfo della speranza.
In qualche modo una parte di te per riuscire ad andare avanti deve far finta di vivere una vita normale. Nonostante la paura, si tengono sempre a mente le stelle della notte, e anche la luna.
Molti non vogliono parlare di quello che hanno passato. Sono stanchi. Distolgono lo sguardo da tutto ciò che fa loro paura il più in fretta possibile, comportandosi come se, a cose avvenute, non avesse alcun senso parlarne o pensarci. Non hanno voglia di tormentare sé stessi, né gli altri. Poi crescerà una generazione che non ricorda ( ).
La storia dell’umanità è stata attraversata da eventi straordinariamente stressanti come guerre, disastri naturali, terremoti, cicloni, alluvioni, eruzioni vulcaniche, cataclismi spaventosi, epidemie, ma soltanto nel 1980 il disturbo post-traumatico da stress è stato inserito tra le classificazioni diagnostiche del DSM-III, la principale classificazione nosografica internazionale in ambito psichiatrico. Questo disturbo si può presentare in seguito ad un evento traumatico, a morte reale o minaccia di morte, a una grave lesione, oppure a una violenza sessuale.
Come si manifesta? Con per esempio, sintomi intrusivi e molesti associati all’evento traumatico, che possono essere costituiti da ricorrenti, involontari e intrusivi ricordi spiacevoli dell’evento traumatico, oppure da ricorrenti sogni spiacevoli in cui il contenuto e/o le emozioni del sogno sono collegati all’evento traumatico.
Sono comuni anche reazioni dissociative (per es., flashback) e una sofferenza psicologica all’esposizione a fattori che simboleggiano o assomigliano a qualche aspetto dell’evento traumatico.
Solitamente, vengono messi in atto comportamenti di evitamento degli stimoli associati all’evento traumatico (pensieri, ricordi, persone, luoghi, conversazioni, attività, oggetti, situazioni.
Spesso sono presenti sintomi di alterazione negativa dei pensieri e delle emozioni: ad esempio la persona può non ricordare particolari anche estesi del trauma, un fenomeno noto come amnesia post-traumatica. Emozioni negative comunemente esperite includono colpa, vergogna, rabbia, paura e umore depresso. Sono frequenti anche sintomi di iperattivazione come ipervigilanza, irritabilità ed esplosioni di rabbia, esagerate risposte di allarme, problemi di concentrazione, insonnia.
Gli effetti psicologici di questi eventi stressanti si sono sempre manifestati, ma senza il coinvolgimento americano in Vietnam non sarebbe stata compiuta una ricerca su larga scala intorno agli effetti psicologici sconvolgenti della guerra.
Questa ricerca non fu motivata dagli apparati medici o militari ma dai veterani, che si rifiutarono di essere dimenticati e vollero inoltre suscitare consapevolezza circa gli effetti orribili della guerra.
I veterani contro la guerra si organizzarono in gruppi con incontri tra pari dove – raccontandole – rivissero le esperienze traumatiche della guerra.
Le testimonianze che emersero da questi gruppi attirarono l’attenzione pubblica sulla durevolezza delle ferite psichiche da combattimento.
Furono organizzati più di un centinaio di centri di assistenza gestiti da veterani e basati sull’auto-aiuto, un modello di sostegno fra pari.
Grazie alle pressioni delle associazioni di veterani partì una ricerca psichiatrica sistematica che delineò la sindrome di disturbo post-traumatico da stress e che dimostrò la sua diretta relazione con l’esposizione da combattimento.
Era dimostrato come tale disturbo trauma psichico fosse una durevole e inevitabile conseguenza della guerra.
A quel punto divenne chiaro grazie allo stimolo culturale e politico del movimento femminista e delle donne sopravvissute a violenza sessuale, maltrattamenti domestici e incesto era la stessa osservata nei sopravvissuti alla guerra.
L’arresto traumatico della memoria può indurre le vittime a chiudere le prospettive di vita, facendole implodere nella vergogna di sé. Tutte le testimonianze raccolte dalle vittime delle atrocità provocate dall’uomo, le donne oggetto di violenza, le vittime della shoah, del genocidio degli Armeni, della bomba di Hiroshima, i superstiti delle svariate guerre contemporanee ci informano che quanto più l’esperienza traumatica è stata catastrofica tanto più i sopravvissuti devono fare i conti con vissuti molto tristi come la vergogna, l’umiliazione, lo sprofondamento e il timore di non essere accolti e creduti.
Il non essere capiti, non essere creduti, riguarda anche i familiari, gli amici, i conoscenti.
La risposta umana a esperienze sconvolgenti e incontrollabili è abbastanza simile, al di là delle caratteristiche dovute ad età o personalità delle vittime.
Gli studi in cui sono comparati gli effetti dei disastri naturali a quelli provocati dall’uomo occludono che man mano che si passa dalla violenza indiscriminata della natura a quella provocata dall’uomo il danneggiamento della persona umana diventa meno rimediabile.
Un aspetto decisivo nelle atrocità è che la vittima non può che sentirsi furiosa verso coloro che le hanno provocate o la cui negligenza ha permesso che avvenissero. Questo, in molti casi, può impedire il processo del lutto, manifestando così la loro opposizione al gesto compito dall’aggressore. Sembra necessaria per la loro dignità non darla vinta al persecutore.

Un percorso di guarigione non può prescindere dalla creazione di un saldo senso di sicurezza, dalla ricostruzione della storia del trauma e nella ricostruzione dei legami tra i sopravvissuti e la comunità.

IV. La costruzione del “mostro”

La narrazione mediatica dei femminicidi, termine con cui si intende la morte o la sparizione di una donna a causa del suo genere di appartenenza, del suo essere donna, per motivi di odio, disprezzo, piacere o senso del possesso, è relegata in genere alla cronaca nera e a un modo morboso di riportare le notizie.
Il sistema mediatico in questi delitti si concentra soprattutto sulla morbosità e la spettacolarizzazione del dolore, promuovendo un’informazione che rientra a tutti gli effetti nella “pornografia del dolore”. Una sorta di grottesca e bulimica euforia consumistica, dove si ostenta il dolore, dove la sofferenza è un indegno e miserabile spettacolo.
Gli assassini (che hanno de-umanizzato le donne o le loro vittime per compiere i loro crimini), da parte dell’opinione pubblica ricevono un analogo trattamento, venendo visti come mostri e de-umanizzati a loro volta. Si opera così un distanziamento emotivo che mette al riparo le nostre coscienze. Noi non c’entriamo niente e possiamo goderci lo spettacolo in TV sprofondati nelle nostre comode poltrone.
È necessario trovare delle chiavi diverse per descrivere il fenomeno della violenza estrema contro le donne, perché nasce da fattori culturali e come tale deve esser affrontata.
Diverse analisi sono state condotte rispetto all’uso di immagini stereotipiche del corpo femminile utilizzato dai media a scopo meramente commerciale; tale mercificazione porterebbe ad una visione distorta del femminile, ridotto unicamente al corpo o più in particolare, a corpi violentati, scomposti, torturati, abusati, privi di empowerment e di soggettività.
A pagare le conseguenze di questi crimini sono madri, padri, figli, sorelle, fratelli.
A loro restano i giorni del dopo, la derisoria presenza delle foto, i tanti ricordi.
Sempre più familiari intraprendono battaglie quotidiane, piccole o grandi, a seconda dei casi. C’è chi scrive libri, organizza incontri nelle scuole, nelle piazze, lancia petizioni, partecipa a trasmissioni televisive, raccoglie fondi per iniziative di sensibilizzazione, fa attivismo online. Lo scopo è dimostrare che quanto si sono trovati a vivere non è dovuto né alla sfortuna né alla colpa di chi è stata uccisa, ma ha radici culturali ben precise.
La reazione all’infinito del dolore individuale, che da personale diventa politico, fatica a essere riconosciuta a livello istituzionale e mediatico. Eppure, sono in molti a non smettere di combattere contro l’invisibilità e il silenzio, nemmeno a distanza di decenni dalla morte delle loro figlie, delle madri, delle sorelle. Il vero amore è questo, non quello degli uomini che le hanno uccise.
Chiara Volpato ci ricorda come, il diniego sia una parte costituiva dell’atrocità: prima si uccidono le persone, poi si uccide o si cerca di uccidere la memoria di quanto accaduto.

V. Per girare pagina bisogna prima averla letta. Il perdono e il contrasto alla vendetta.

Il perdono non rappresenta mai una rimozione, una semplice cancellazione, ma è parola che rompe la legge del silenzio e della rimozione, una parola che costruisce la memoria per liberarci dal passato: una parola che comunque narra quello che è successo, uno sforzo rievocativo, un recupero spesso faticoso di elementi dolorosi.
Nella parola ‘perdono’ si attribuisce al dono il valore di una offerta totale e incondizionata. Il perdono riflette la sua gratuità: esso rifugge da qualsiasi calcolo materiale o spirituale. Ci sono casi in cui le vittime non mostrano un atteggiamento vendicativo, dalle loro parole o dai loro gesti emerge un dolore composto e una capacità di arginare sentimenti distruttivi, e di guardare in modo compassionevole l’autore delle offese.
Forse in questo risiede il perdono. Il perdono entra come tentativo di “chiudere” questa serie perniciosa; entra appunto come volontà di girare pagina, dopo ovviamente averne inteso i contenuti, altrimenti il perdono sarebbe una mera rimozione o una cancellazione che tanto benefica alla relazione certo non sarebbe.
Abbiamo visto che una difesa estrema che mettono in atto le vittime è quella dell’identificazione con l’aggressore. La vittima, dominata da un potere evidente e incontrollato, non mette in atto una reazione di rifiuto o difesa, ma, soggiogata da una paura impotente, si assoggetta alla volontà dell’aggressore.
Come unica condizione di sopravvivenza, la vittima rinuncia alla propria persona, consegnandosi all’aggressore e identificandosi esattamente con ciò che egli si aspetta. Tende a sentire da un lato ciò che l’aggressore stesso sente, dall’altro ciò che l’aggressore vuole che la vittima senta. Può arrivare così ad anticiparne le mosse, per minimizzare il danno ed avere maggiori possibilità di sopravvivenza.
Assistiamo quindi ad un processo di dissociazione, caratterizzato da uno svuotamento della mente della vittima per far posto alle percezioni dell’aggressore, cosicché l’esperienza è vissuta in stato oniroide, uno stato di coscienza simile allo stato crepuscolare onirico, ma meno accentuato, o come se l’evento dell’abuso venisse visto dall’esterno, fino alla totale negazione della realtà.
Oltre alla fenomenologia dissociativa nel bambino abusato è stato individuato anche una di tipo “scissionale” che si manifesta nella personalità del bambino abusato. Tale scissione riguarda il suo (del bambino) sentirsi al tempo stesso innocente e colpevole finendo per perdere così fiducia in quello che gli suggeriscono le sue percezioni. Il traumatizzato regredisce a uno stato precedente all’evento traumatico, cercando di fare come se quest’ultimo non si fosse mai verificato.
Tale distanziamento e tentativo di dimenticare ciò che è accaduto ha lo scopo di mantenere un buon rapporto con l’adulto (che continua ad essere amato nonostante sia stato origine di sofferenza).
È la tragedia del bambino abusato.
Per mantenere un rapporto tale da ricevere tenerezza e sicurezza, il bambino è disposto ad assumersi le colpe degli adulti e divenire compiacente nei confronti dei loro desideri. In questo modo viene mantenuta una (buona) relazione, anche se l’adulto è disturbato. Possiamo così vederlo mettere in atto comportamenti come lo scomparire, il mimetizzarsi, usare il linguaggio della seduzione.

Un dramma particolare è quello degli orfani speciali , cioè i figli di madri uccise dai padri. Non avere più la madre perché l’ha uccisa il proprio padre è un trauma all’ennesima potenza. Eppure, in Italia, così come in altri paesi, non si sa nemmeno quanti siano gli «orfani speciali».
Bambini e bambine che hanno assistito con terrore e gelida impotenza alla violenza e al maltrattamento della madre in casa.
Gli orfani di femminicidio così come le famiglie della vittima e dell’assassino meriterebbero un’attenzione particolare attraverso forme di sostegno economico, ma anche attraverso un sostegno psicologico per aiutarli a rielaborare il lutto per quanto accaduto, superare i sensi di colpa e riprogettare un futuro possibile.
Alcuni mesi fa colpì l’opinione pubblica un caso dove l’Inps ha avanzato una richiesta di risarcimento danni di 124mila euro alle eredi di una coppia dove la madre è stata uccisa dal padre poi suicidatosi. È dovuto intervenire il Presidente della Repubblica per garantire che alle orfane e alle famiglie non verrà richiesto il risarcimento.
Questo però deve farci ulteriormente riflettere sui “costi economici” della violenza maschile sulle donne e la loro ricaduta su tutta la collettività.
Con la legge 11 gennaio 2018 n.4 il Parlamento italiano ha approvato una disciplina che, attraverso una gamma diversificata di strumenti normativi, cerca di offrire assistenza e sostegno agli orfani di femminicidio.
Una legge di grande civiltà perché riconosce un nodo fondamentale del fenomeno della violenza domestica e di genere, purtroppo ignorato per molto tempo, e ancora oggi non sufficientemente esplorato, quello relativo ai traumi e alle devastanti conseguenze psicologiche, sociali, economiche patite da questi orfani.

Con questa legge il legislatore ha cercato di colmare una insufficienza normativa, incompatibile con gli impegni assunti dal nostro Paese a livello sovranazionale in primo luogo con la Convenzione di Istanbul.
La soluzione non consiste nell’eliminare il trauma. Non dobbiamo pensare che il dolore si supera psicologicamente perché lo dimentichiamo. Il dolore non si dimentica se ciò che si è vissuto è talmente forte, profondo da cambiare radicalmente la propria vita. Per un bambino la perdita della madre è un evento terribile, anche se spesso questi bambini hanno perso molto prima la fiducia nell’adulto. I bambini che vivono in un contesto di violenza sono bambini silenziosi, abituati a nascondersi in vari posti, sotto il tavolo, a fare silenzio, a non disturbare, in modo che l’altro non si accorga.

Se si entra a contatto con il dolore si incontra la possibilità di conoscerlo, elaborarlo e soprattutto gestirlo. L’aspetto negativo insorge quando si vuole rimuovere o sostituire il dolore. Purtroppo, non è possibile guarire da dolori profondi e devastanti perché compensiamo o facciamo progetti. Si tratta di un lavoro di ristrutturazione della parte scompensata (“ristrutturazione dell’io”), per sanare le lacerazioni derivanti dalla storia personale del soggetto, per poi creare una seconda vita, una seconda possibilità. Chi ad esempio perde la madre, anche per eventi non traumatici, spesso si accanisce contro la memoria di essa, che lo ha abbandonato, come se la morte fosse una sorta di punizione.
I sopravvissuti sono disorientati, increduli, impauriti, allo stesso tempo possono sentire con forza il bisogno di reagire, provando a reintegrare e mettere ordine alle cose.
Un male del genere può creare irrealtà al mondo, rimpicciolire lo spazio vitale a misura delle proprie paure e della propria delusione, condannare ad una raggelata solitudine.
Le ricerche ci segnalano che la testimonianza attiva del sopravvissuto, è un passo importante per un possibile recupero psichico, anche se il suo ricordare, il suo raccontare, il suo voler essere ascoltato, è una dura conquista perché abbiamo visto prevale l’invito a passare oltre, evitare e dimenticare. Il mio, quindi, è soprattutto un impegno contro il silenzio e la negazione del trauma e soprattutto nasce dal desiderio di rovesciare quell’impotenza in una condizione di ricerca, scambio, progettualità.

IV. La de-umanizzazione

Un concetto che trovo molto utile per comprendere la violenza è quello di de-umanizzazione, introdotto da Chiara Volpato.
La deumanizzazione è la negazione dell’umanità dell’altro – individuo o gruppo – che introduce un’asimmetria tra chi gode le tipiche qualità umane e chi ne è privato, o considerato carente (Volpato, 2011).
Il termine viene adoperato per descrivere i fenomeni di sottrazione dell’umanità.
La deumanizzazione è poliedrica, multiforme, flessibile. Si adatta ai luoghi, alle persone, alle relazioni, assume di volta in volta i contenuti richiesti dal clima culturale del momento.
La deumanizzazione introduce una forma radicale di svalutazione dell’altro, che nel corso della storia ha accompagnato conflitti e stermini.
Le forme di deumanizzazione che si sono sviluppate nel corso della storia: animalizzazione, demonizzazione, biologizzazione, oggettivazione e meccanicizzazione.
Chiara Volpato ci mostra che la deumanizzazione, non è solo un costrutto psicologico, ma un passo necessario al compiersi di discriminazioni, violenze, massacri.
Deumanizzare vuol dire avere un’idea – implicita o esplicita – delle qualità che vengono negate, avere quindi un’idea dell’umano e dell’essenza che gli si attribuisce.
Il termine “umano” è impiegato con due significati principali. Nel linguaggio scientifico indica ciò che differenzia l’uomo da altre forme viventi.
Nell’accezione più comune, invece, indica ciò che è buono, l’idea che l’umano sia il bene, lo stadio più alto dell’evoluzione, per i credenti l’essere più vicino a Dio.
Per Herman Kelman la deumanizzazione è uno dei tre processi necessari alla produzione di atrocità sociali; gli altri due sono l’Autorizzazione alla violenza da parte di autorità legittime, la Routinizzazione nell’esecuzione dei compiti, che produce la diffusione e dispersione delle responsabilità.
La Deumanizzazione sottrae agli esseri umani le due qualità che li definiscono come tali:
l’identità, le caratteristiche che individuano nell’altro come una persona autonoma, indipendente, capace di agire, di compiere scelte, di avere dei diritti e la Comunità, l’essere parte di una rete sociale di individui che si prendono cura gli uni degli altri.
Privare una persona di tali aspetti significa spogliarlo dello status umano e permettere quindi che sia trattato come oggetto e usata come mezzo per scopi altrui.
Gustav Jahoda ha mostrato come la cultura occidentale si sia servita dell’animalizzazione degli “indigeni” in tutti gli scenari coloniali, in cui la diversità etnica è stata rappresentata come barbarie, irrazionalità, carenza morale.
Tali rappresentazioni, condivise da intellettuali e gente comune, si sono tradotte in pratiche deumanizzanti, ogni volta che queste fossero funzionali allo sfruttamento intensivo delle popolazioni native.
Le donne nel corso dei secoli sono state animalizzate, oggettivate e demonizzate, perché la deumanizzazione non è stata confinata solo agli scenari coloniali e alla diversità etnica.
La deumanizzazione è stata usata per marginalizzare le classi povere e criminalizzarne le rivolte, per demonizzare avversari politici e nemici.
Quando si usano più immagini deumanizzanti per lo stesso soggetto siamo di fronte a casi più gravidi di conseguenze sul piano dello sfruttamento e della violenza.
La degradazione dell’altro è come un percorso obbligato per varcare la soglia che porta alla violenza, per compiere sull’altro azioni inaccettabili in un contesto normale, che può legittimare torture, omicidi, massacri, violazione dei bambini. Ogni società proibisce ai suoi membri di uccidere. Quando interessi e ideologie portano un gruppo a intraprendere lo sterminio dell’altro, confinarlo allo stato animale aiuta a oltrepassare il confine.
Per Bandura la deumanizzazione costituisce un processo di disinnesco delle sanzioni morali.
Se attribuiamo all’altro tratti inumani possiamo fargli del male senza provare angoscia, stress, senso di colpa. Coloro che vengono deumanizzati non sono più considerati persone, ma oggetti subumani, “stupidi selvaggi … sporchi indigeni … demoni … ed altri esseri spregevoli … degenerati … maiali … vermi.”
Gli ebrei sono stati visti contemporaneamente come bestie e come demoni (bestializzazione e demonizzazione), come se entrambe le strategie fossero necessarie per legittimare lo sfruttamento prima, e l’annientamento poi.
Da notare che questa doppia attribuzione sia come entità subumana che superumana – ha caratterizzato anche le donne in molti contesti storici e religiosi.
Il primo passo avviene attraverso il linguaggio. È stato visto che tutti i genocidi del secolo scorso hanno avuto come prologo una vera e propria campagna propagandistica tesa a screditare tramite un linguaggio deumanizzante i nemici. “Regimi, paesi interi sono stati travolti dal linguaggio che si diffondeva come un virus … Quando gli eserciti insegnano ai soldati ad uccidere, gli istruttori fanno bene attenzione a riempire la loro bocca con espressioni cariche di odio: è facile uccidere una scimmia nera o un indigeno degenerato. Quando i torturatori insegnano il mestiere agli apprendisti, questi ultimi imparano a farlo attraverso un lessico rivoltante. Quando i gruppi rivoluzionari preparano le azioni, i loro nemici sono ritenuti moralmente riprovevoli. Quando si bruciavano le streghe, lo si faceva con accompagnamento di una litania di calunnie” (Lessing, 1994, p. 323).
Ugo Morelli, un grande studioso della contemporaneità, sostiene a proposito dell’indifferenza e dell’intolleranza, che caratterizza il presente, è che è dentro di noi che siamo la bomba di noi stessi. La guerra con l’altro della porta accanto. “L’indifferenza è contro-natura per un animale relazionale come l’homo sapiens, ma in quanto animale simbolico può operare la me-ness e giungere ad implodere in sé stesso” (Morelli, 2017, p. 42)

V. Il perdono come antidoto dell’irreversibilità dell’esistenza

Poi accade che leggo l’ultimo romanzo di Nicola Lagioia dove lo scrittore si avvicina più che può alla mente e alla psiche di due assassini di un orribile delitto avvenuto a Roma alcuni anni fa. E si chiede “Per quali strade il male può irrompere nella nostra quotidianità distruggendo vite dentro cui ci sentivamo al sicuro? E in che modo certe persone, considerate ordinarie fino a un attimo prima, si ritrovano a compiere le azioni più mostruose restando loro stesse incapaci di una spiegazione?”
E tutto si rimescola nuovamente in me.
E io che ne so di quell’uomo?
Niente, assolutamente niente.
Chi era?
Aveva figli, un lavoro, una famiglia?
Tanti e tanti perché.
L’avevo scritto nel mio libro che una vicenda tragica come quella di Paola sarebbe stato interessante se l’avesse scritta Truman Capote o Emmanuel Carrère.
L’assassino di Paola è stato de-umanizzato, sul piano giornalistico è un mostro, un pazzo, il raptus, ecc.
Come si elabora un lutto portandomi dentro un mostro?
Uno dei rischi in queste vicende violente abbiamo visto è la colonizzazione mentale dovuta all’ identificazione con l’aggressore.
Più volte sono stato sollecitato dai giornalisti della possibilità di poter perdonare il gesto dell’assassino di mia moglie.
Scrivevo. “Per poter perdonare l’assassino, lui dovrebbe confessare, pentirsi, spiegare i suoi perché. Questa persona, dopo aver compiuto un gesto premeditato di una ferocia inaudita, ha dimostrato di essere anni luce dalla impossibilità di potersi pentire. Non si può perdonare a prescindere. Perché farlo?”
Ho trovato interessante nei miei studi e nella mia personale ricerca di senso il concetto di perdono nell’accezione che ne ha dato la psicoanalista Clara Mucci ( )
Il lavoro della Mucci si occupa di quello che può andare al di là del trauma.
Il sentimento di frammentazione interna e la perdita stessa della vita psichica in un soggetto possono essere superati, e la catena delle identificazioni traumatiche tra una generazione e l’altra può essere interrotta.
Oltrepassare il trauma a livello individuale significa superare l’esperienza di de-umanizzazione attraverso la capacità di legame.
L’autrice segnala come le ricerche convergano nell’indicare che una forte capacità di legame è la base per la ricostruzione dopo il trauma.
Se il soggetto si riconnette con gli altri può far cadere il legame con il persecutore e abbandonare sia l’idea di ottenere una compensazione dal persecutore sia quella di vendetta: entrambe implicano il perdurare di un legame.
Il lavoro del trauma, che nei traumi collettivi può richiedere più di una generazione, implica liberarsi dai sentimenti negativi verso gli aggressori, e anche dal dolore. Questo è il “lavoro del perdono”, termine che non ha qui l’usuale accezione religiosa, ma si riferisce piuttosto alla capacità di comprendere il comportamento altrui senza giustificarlo ma senza esserne più né perseguitati né parassitati. Questo processo, a partire dal livello individuale, conclude Clara Mucci, si riverbera sulle relazioni umane e “ha conseguenze anche sul mondo”.
Non si tratta di “perdonare gli accadimenti”: non li si può né li si deve cancellare perché questo sarebbe immorale, ma, come mostrano gli interventi psicologici di gruppo dopo guerre e genocidi, anche collettivamente ci si può liberare dall’odio, dalla ripetizione, dalla disperazione.
Capire quello che è successo a Paola è cercare di comprendere quello che sta dietro l’atto violento e crudele del suo assassino, cercare in qualche modo di “umanizzarlo”, per non portarlo dentro di me come una “cosa” maledetta e incomprensibile, capire il suo punto di vista, con qualche livello di empatia, anche se non accetterò mai il suo gesto assurdo. Senza quella scelta prevarrebbe in me l’odio e la sete di vendetta.
L’odio e la vendetta autorizzano a propria volta a diventare aggressori in nome di un vissuto che vuol riparare un’ingiustizia, ma una persona che segue questa strada difficilmente trova spazio per un futuro “integrato”. Un processo non facile e privo di contraddizioni, ma di fondamentale importanza per non avvelenare la mia anima.
“Fare il lutto” vuol dire abbandonare pensieri e sentimenti di rabbia, venire a patti con l’impossibilità di andari in pari con il persecutore.
Separarmi da fantasie di vendetta non vuol dire abbandonare richieste di giustizia, ma trovarmi ad affrontare la speranza e la possibilità di riconquistare il mio bisogno di essere vivo, libero, contemplare un processo di recupero più sociale, generale e ideale.

Personalmente visto che continuavo a chiedermi che so pochissimo dell’assassino di Paola, ho pensato di avvicinare l’ex moglie dell’assassino.
Tempo fa un’operatrice sociale mi contattò perché questa signora voleva parlarmi.
L’ho sentita telefonicamente. Aveva molta voglia di raccontarsi. M’è sembrata una persona estremamente fragile. È seguita, prendendo psicofarmaci da uno psichiatra del Policlinico per attacchi di ansia e di panico. Dall’assassino ha avuto un figlio che attualmente ha quindici anni, che non conosce il padre. Non ha mai saputo né è stata aiutata a farlo, come affrontare col figlio la vicenda del padre e del suo essere in prigione, finché un giorno il ragazzo l’ha saputo brutalmente da alcuni suoi compagni, durante un alterco. Si mantiene economicamente facendo da badante ad una signora anziana.
Ha una storia dolorosissima alle spalle, perché è un’orfana speciale. Il padre ha assassinato sua madre, quando lei aveva pochi mesi. Sarebbe stata cresciuta dalla sorella della madre. L’assassino è stato il suo primo e unico uomo della sua vita. Nonostante si fossero lasciati dopo pochi mesi che lei è rimasta incinta, ha continuato a vedersi con lui ed avere rapporti sessuali occasionali fino a quattro mesi prima dell’assassinio di Paola, perché si incontrarono casualmente alla stazione di Bari.
Si è preso cura dell’assassino che viene descritto come un “barbone”, dedito all’alcool e stupefacenti, violento, ma anche buono, perché la madre l’avrebbe partorito dopo la morte di un altro figlio e lei era depressa e non l’avrebbe mai accettato. Lei era l’unica che le voleva bene e si occupava di lui. Una volta l’avrebbe denunciato per percosse.

Si sente in colpa perché a suo dire l’ex marito non doveva prendersela con la dottoressa, ma con un parente o con lei. “Non gli perdonerò mai questa cosa… per me è morto quel maledetto giorno… che ha fatto quella cosa, io non sto bene, vedo e penso che gli uomini sono tutti uguali, anche se so che non è così ma questo essere maledetto mi ha dato un blocco che nessuna persona riuscirà più ha sbloccarmi. Non sarò più in grado di dare un padre a mio figlio”.

https://www.oralegalenews.it/wp-content/uploads/2020/12/I-GIORNI-DEL-DOPO-Vito-Calabrese.pdf

Articolo scritto per giraffaonlus

Image credit: Olga Diasparro, Crepe nell’anima, Bari, 2018

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