In nome del popolo italiano
di Paolo Cotza (Avvocato in Livorno)
L’anno dell’uscita di questo bellissimo film, un anno tra quelli che furono contrassegnati da un grigio appellativo: gli “anni di piombo”.
Piombo inteso come il metallo dei proiettili troppo spesso usati per uccidere chi si trovava dall’altra parte della “barricata”, ma (per me) anche piombo inteso come il colore grigio che mi sembra – facendo appello anche ai miei ricordi di gioventù – pervadesse quegli anni: o forse è solo una sensazione personale nel vedere le vecchie foto – rigorosamente in bianco e nero – di quel periodo.
Perché dunque ho iniziato queste mie considerazioni parlando degli “anni di piombo” e del grigio che mi ricordano?
Perché un’aria grigia e vagamente catastrofica a me sembra si rappresenti anche nel film, nel mostrare la sporcizia e l’abbandono in cui sono tenute le spiagge, il degrado ambientale conseguente all’inquinamento che in quegli anni era davvero incontrollato (la legge Merli, la prima che metteva un freno all’inquinamento delle acque, è solo del 1976), il crollo del Palazzo di Giustizia ed il grigiore dei suoi androni e degli uffici, un’aria catastrofica che coinvolge e coinvolgerà i (magistrali) protagonisti, l’imprenditore senza scrupoli e l’integerrimo magistrato.
Il giudice istruttore Bonifazi conduce le indagini sulla morte di Silvana, egli è dunque un Giudice, si “sente” profondamente Giudice e non “uomo di parte” come lui considera il Pubblico Ministero: emblematica in questo senso è la discussione che ha, nei corridoi e per le scale del Palazzo di Giustizia con il Dott. Perrocchio, Pubblico Ministero che aveva “passato” all’ufficio del Giudice Istruttore Bonifazi il caso della “puttanella drogata” (parole di Perrocchio) e chiedeva una veloce conclusione delle indagini.
Le differenze tra i due si colgono sin dalle prime parole scritte sul copione:
quello che proprio Bonifazi non sopporta è l’atteggiamento del Pubblico Ministero Perrocchio, non sopporta che chiami quella povera ragazza “puttanella drogata”, non sopporta che gli metta fretta nello svolgimento delle indagini e che gli dica in quale direzione rivolgere le sue attenzioni investigative (“indebite interferenze”, le chiama proprio così Bonifazi); ma soprattutto non sopporta che quel Pubblico Ministero, così ligio nel “seguire” il codice penale, sia arrivato a chiedere l’applicazione della recidiva per un tale che aveva rubato un chilo di albicocche!
Bonifazi considera Perrocchio un pubblico accusatore freddo e cieco, preoccupato solamente di applicare le norme e questo lo “disgusta” (il termine è forte ma leggendo il copione la sensazione è proprio questa, sensazione che nella pellicola è ancora più accentuata, data dalla scelta della “faccia” dell’attore e dei particolari [gli occhiali, il profondo accento meridionale, indicato dagli stessi sceneggiatori, ma che conferiscono a Perrocchio un’aria da statico burocrate piuttosto che da attivo magistrato]), arrivando a intimargli di tacere, di non “rompergli i corbelli” ed infine, quando Perrocchio risponde con veemenza a Bonifazi dicendogli “Io sono un Giudice per lo Iddio”, questi gli risponde secco, deciso e tagliente “No! Lei è un Piemme, lei!”, marcando così una differenza che è tutt’oggi ancora sentita.
C’è però una particolarità: quest’ultima battuta non è nel copione poi licenziato per il film: in quest’ultimo Bonifazi, all’esclamazione di Perrocchio “Anche io sono un Magistrato, per Dio!”, risponde seccato “Lei è …”, ma la frase rimane tronca: non c’è più, infatti, nella stesura definitiva, il “destro” per la battuta “No! Lei è un Piemme, lei!”, atteso che giudici e pubblici ministeri sono entrambi magistrati.
Quella particolare differenza tra chi giudica e chi accusa (cioè tra chi è chiamato ad una funzione “superiore ed imparziale” [il giudice], e chi invece è chiamato ad “accusare” e quindi ad essere “parte processuale” alla quale non si deve chiedere di essere imparziale), non ha poi trovato sfogo nel testo finale della sceneggiatura.
Piemme – cioè Pubblico Ministero – e Giudice: l’annosa diatriba del nostro ordinamento giudiziario che negli ultimi due decenni è stata alla ribalta della “questione giustizia” (e lo è ancora), ma che, come vediamo, arriva da lontano, tanto che Age e Scarpelli nel 1971 marcavano questa distinzione tra i due personaggi della loro storia: il Giudice deve essere “terzo” tra le parti del processo, egli non è una “parte” processuale come invece è il pubblico accusatore, il Piemme appunto, cui si contrappone il difensore dell’imputato, l’avvocato.
Detto questo e precisata questa differenza che ancora oggi appassiona le discussioni sulla separazione delle carriere, a me pare che Bonifazi non disprezzi Perrocchio in quanto Piemme, perchè magistrato che svolge una funzione meno “alta” della sua (lui – in quanto Giudice – è super partes): disprezza Perrocchio proprio perché egli rispetta “cinicamente” la lettera della legge ed ha “ ……lo zelo eccessivo di chi ha scarsa indipendenza morale” (proprio così gli dice Bonifazi).
Ed è qui che si evidenziano le profonde differenze non solo tra Bonifazi e Perrocchio, ma tra il Giudice ed ogni altro personaggio del film: l’indipendenza morale di Bonifazi (che rimprovera a Perrocchio di averne scarsissima), non lo porta – pur applicando la legge e rimanendo nei limiti di essa per… quasi tutto il film – ad inseguire e far condannare il ladro di albicocche, ma a “volare più in alto”, per giungere sino ai gangli di un potere corrotto e corruttore che egli identifica con Santenocito, l’imprenditore-inquinatore dell’ambiente e delle coscienze, ed egli farà di tutto per arrivare a cercare quella “verità” che si è precostituita nella mente perché, se i fatti fossero davvero andati così come egli ha pensato (e cioè che Silvana sia stata uccisa dall’Ing. Santenocito), ne avrebbe un piacere immenso (e non solo perché avrebbe fatto punire il colpevole, ma perché il colpevole è Santenocito… e non può essere altrimenti per Bonifazi…), perché egli in cuor suo sa bene da che parte sta il male e dove il bene, ed un Giudice (o comunque un magistrato che abbia indipendenza morale) deve – come vedremo, ad ogni costo – estirpare la mala pianta.
E qui si deve tornare agli “anni di piombo”, alle connotazioni politiche e morali che erano fortissime in quegli anni; ne è emblematico un altro dialogo del copione (tra Bonifazi ed il collega Giudice Istruttore Colombo che più sotto si riporta integralmente), anche in questo caso non inserito nella stesura definitiva, che ci dà la misura dell’impegno di Bonifazi, della sua volontà di perseguire uno scopo, volontà che alla fine lo porterà a sbagliare forse più della sua “preda”, quel Santenocito che egli considera soltanto un obbiettivo da abbattere ad ogni costo:
BONIFAZI (pungente)
Per questo non hai tempo per altre lotte.
Colombo sa a cosa allude e distoglie lo sguardo imbarazzato:
COLOMBO
Perché ieri non sono venuto all’assemblea?
BONIFAZI
Datti uno scopo!… Così dai ragione a quelli che sostengono che l’impegno del giudice verso l’esterno è nullo, che resta arroccato nel suo assai poco splendido isolamento cartaceo, ignorando i grossi problemi del Paese! COLOMBO
Non …. non è vero!
Non fingiamo di non sapere che abbiamo un nostro vasto ambito in cui muoverci: la Costituzione!
BONIFAZI
La Costituzione dice che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. Ma la verità è che il poveraccio considera la giustizia un luogo rischioso! Una istituzione fatta soltanto per imporgli dei doveri mentre i potenti trovano in questa disfunzione giuridica la complice alla perpetrazione dei loro soprusi.
Il dialogo è davvero emblematico di un’epoca della nostra storia recente e degli scopi che il Bonifazi intende ad ogni costo perseguire, e che – proprio perché perseguiti ad ogni costo e senza limitazione alcuna se non quella della propria morale – arriveranno ad obnubilare la mente del Giudice a tal punto da farlo diventare un criminale tale e quale a Santenocito (ma …… è davvero questa la “lettura” del film?).
Bonifazi infatti getterà nell’immondizia il diario di Silvana dal quale egli apprende – per averlo scritto la stessa Silvana – che le ecchimosi ed i segni delle percosse sul suo corpo (“botte e colpi e compagnia bella, insomma qualcuno l’ha menata…” aveva affermato il medico legale Dott. Brunori, sbagliando clamorosamente), non sono altro che la conseguenza di un “normale” tamponamento con “gran testata al parabrezza. La fronte ed un ginocchio mi fanno malissimo” (dal diario di Silvana): e lui che era certo che fosse stata picchiata e che lo avesse fatto il suo indiziato eccellente!
Ma il colpo finale alle sue convinzioni di colpevolezza è scritto nel diario alla pagina del 7 Maggio (data della morte di Silvana), laddove la povera ragazza ha vergato queste poche, eloquenti, parole “7 Maggio. Fourteenth lesson. No: this is my last lesson, questa è la mia ultima lezione. Ruhenol” (il Ruhenol è un medicinale contenente un alcaloide sintetico, tipo “eroina” e la ragazza è morta per “eccessivo uso di oppiacei”, come aveva affermato il medico legale), e la descrizione della scena successiva (scena n. 36), quella del momento in cui Bonifazi legge queste poche righe ed immediatamente comprende che la ragazza si è suicidata, è bellissima nella sua semplicità:
“Dettaglio della pagina del quaderno rosso: sotto quelle poche righe, scritte svogliatamente in cima al foglio, c’è il vuoto: la pagina bianca è eloquente come un testamento. Di nuovo risuona, nel silenzio totale, come il fragore improvviso di una cascata…”.
“Bonifazi è dolorosamente trafitto: udiamo la voce di Bonifazi:…Sette Maggio”.
Che cosa farà dunque del diario che scagionerebbe l’Ing. Santenocito? Ed è qui che il Giudice decide di mettersi contro la legge, quella legge che lui è chiamato ad applicare: getta il diario nell’immondizia, facendo perdere per sempre la prova dell’innocenza del Suo “nemico”: egli è dunque convinto che la Giustizia si attui (anche) attraverso queste manipolazioni, purché il sistema venga finalmente scardinato e quindi i biechi personaggi come l’Ing. Santenicito siano comunque perseguiti perché la loro “colpa” è quella di ostacolare un percorso “inarrestabile”.
Rileggendo un libro pubblicato nel 1998, nel quale il magistrato Francesco Misiani ripercorre gli anni della sua attività di Giudice a cavallo tra la fine degli anni sessanta e l’inizio dei settanta (“La toga rossa” di Carlo Bonini e Francesco Misiani; Marco Tropea Editore), a pagina 29 troviamo scritto: “La sintesi è nella mozione approvata a Roma, in dicembre (il 5 Dicembre 1971, esattamente lo stesso anno in cui il film è stato scritto, ndr). “il nostro comune assunto teorico” si legge “è che l’attuale giustizia è una giustizia di classe” tale da “imporre un processo di riappropriazione popolare”.
Obiettivo dunque “La realizzazione di un modello di teoria e prassi giudiziaria volto a privare la giustizia delle sue caratteristiche di strumento e di tutela degli interessi delle classi dominanti per renderla funzionale alle esigenze di uguaglianza, partecipazione ed emancipazione, sociale ed economica, delle classi lavoratrici”.
In sintesi: la Giustizia “da piegare” per il raggiungimento di un obiettivo.
Come la “giustizia” praticata dalla Corte Marziale in “Orizzonti di gloria”: la condanna dei tre fanti era scritta, la loro punizione non era dovuta perché realmente colpevoli, ma perché ritenuti simbolo di ciò che i loro “carnefici” volevano in quel momento avversare e combattere.
Quando accade tutto questo, il diritto è solo quello del più forte e non quello di tutti.
Il Giudice Bonifazi ha ceduto a tutto questo: si può considerare un buon giudice? Io credo proprio di no.
Articolo tratto dal libro “Age & Scarpelli. In nome del popolo italiano. La sceneggiatura” a cura di Massimo Ghirlanda (“I quaderni di storia del cinema – Centro Studi Commedia all’italiana”, edizioni Erasmo, Livorno 2014).
Image credit: Michal Krzyszkowski, Teddy
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