la via della seta

La via della seta, rischi e benefici

di Ugo Patroni Griffi (Presidente dell’autorità portuale dell’Adriatico Meridionale)

La moderna “Via della seta” non ha niente a che vedere con l’epopea di Marco Polo o di Matteo Ricci.

Si tratta di un grandioso progetto geopolitico cinese, promosso sin dal 2013 dal presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping e ritenuto così strategico per lo sviluppo della Cina da essere addirittura costituzionalizzato nel 2017.
La Costituzione cinese (che è la Costituzione del Partito Comunista Cinese), a differenza di quelle di molti paesi occidentali, è dinamica e soggetta una immanente revisione a seconda di quelli che vengono considerati gli interessi prioritari della nazione.

Il 19mo Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese, dunque, approvava due emendamenti alla Costituzione.
Il primo aveva ad oggetto il “pensiero di Xi Jinping sul socialismo con le caratteristiche cinesi per una nuova era”, un moderno “libretto rosso” che delineava le linee d’azione per il futuro del Partito Comunista Cinese.
Il secondo emendamento, invece, aveva ad oggetto la One Belt One Road (“una cintura, una via”, denominato nella Costituzione “Belt Road Iniziative”), vale a dire la cosiddetta “Via della Seta”, come strumento per perseguire la crescita economica dei paesi coinvolti attraverso gli strumenti della discussione e della collaborazione.

La Belt Road Iniziative comprende, sostanzialmente, tre corridoi logistici

Uno terrestre che collega, prevalentemente via ferrovia, la Cina con l’Europa attraversando l’Asia, il Medio Oriente, e la Russia.
Due sono invece i corridoi marittimi.
Il primo che lambendo l’Asia collega la Cina con il Mediterraneo attraversando il canale di Suez.
Il secondo che – approfittando dei recenti mutamenti climatici – collega la Cina attraverso l’Artico.
La partecipazione al progetto non è automatica, ma preceduta dalla formale sottoscrizione di un memorandum tra la Repubblica Popolare Cinese e i Paesi esteri coinvolti.
Un accordo del tipo FNC (friendship, navigation and commerce)

Le ragioni del progetto possono così essere riassunte:
a.- utilizzo proficuo dei capitali accumulati dalla Cina nella prima fase dell’economia mista (gli investimenti in infrastrutture hanno un altissimo moltiplicatore);
b.- creazione di nuovi mercati, sostenendo lo sviluppo economico dei paesi coinvolti, per le merci Cinesi (che a causa dell’overcapacity produttiva non possono più essere assorbite dal mercato interno);
c.- posizione geopolitica di preminenza della RPC, che diventa un protagonista globale di un nuovo ordine mondiale;
d.- controllo dei corridoi logistici per sostenere l’interscambio commerciale;
e.- delocalizzazione della produzione in paesi con minor costo del lavoro.

La via della seta porta, empiricamente, degli immediati vantaggi per i Paesi coinvolti

Sia perché permette di dotare gli stessi dei capitali necessari per la realizzazione di costose infrastrutture (strade, ferrovie, porti e aeroporti).
Infatti gli investimenti totali nel decennio sono stimati in circa 1.800 miliardi di dollari con la Asian Infrastructure and Investiment Bank come principale finanziatore.
Sia perché, anche grazie all’ammodernamento delle infrastrutture, i 67 Paesi che già aderiscono alla via della seta hanno prospettive di crescita maggiore e stabile.
Infatti, nei prossimi tre anni questi Paesi cresceranno del 5,3% (la crescita globale è prevista in un più modesto 3,7%).

I porti pugliesi sono già sulla via della seta

Il porto di Bari è collegato direttamente da Cosco (e da altre compagnie) con il Pireo, porto – come è noto – gestito direttamente dai cinesi.
Inoltre, attraverso il corridoio Paneuropeo 8 la Puglia interseca a Burgas e ad Istanbul il corridoio terrestre della via della seta.

Le zes potrebbero dunque interessare i cinesi, per iniziative sia nel campo della logistica che del settore manifatturiero e delle nuove tecnologie.
In particolare, fortemente attrattive sono le zone doganali intercluse (ZDI) che la legge oggi consente di istituire nelle Zes con una procedura semplificata.
In queste zone si può produrre, per i mercati extra UE, autentico made in Italy in esenzione di dazi e iva.

Ovviamente per essere attrattivi dobbiamo colmare alcuni gap: ultimo miglio (a Bari la camionale), accosti e dragaggi idonei alle cosiddette meganavi (per sfruttare le economie di scala le navi sono sempre più grandi e per accoglierle i porti vanno ammodernati).

Non vanno sottaciuti i rischi

La Cina ha una visione lucida e di lungo periodo.
In molti paesi europei, compreso il nostro, spesso si naviga … a vista.
Inoltre, mentre i mercati europei sono aperti quello cinese lo è solo parzialmente, consentendo agli stranieri solo investimenti greenfield (costituzione di nuove società) e precludendo invece la scalata di società cinesi.
Senza contare ovviamente il tema dei diritti (privative industriali, lavoro etc. etc.) e il rischio geopolitico che la Cina controlli infrastrutture essenziali e strategiche del paese.

Da qui l’esigenza di introdurre una regolamentazione che consenta di impedire gli investimenti diretti esteri, specie da parte di Fondi Sovrani (fondi di investimento che dipendono direttamente da stati esteri) o di società a controllo pubblico straniere.

L’Italia via ha provveduto con la legge 11 maggio 2012, n. 56 (così come modificata dalla legge 4 dicembre 2017, n. 172), che consente al Governo di esercitare poteri speciali (golden powers) in caso di investimenti esteri diretti nei comparti della difesa e sicurezza nazionale, energia, trasporti, telecomunicazioni e nei settori ad alta intensità tecnologica (infrastrutture o tecnologie critiche o sensibili).

Poteri che includono quello di esercitare il diritto di veto o di imporre impegni diretti agli acquirenti in caso di acquisizione di partecipazioni in imprese strategiche ove sussista la minaccia di grave pregiudizio per gli interessi pubblici relativi alla sicurezza e al funzionamento delle reti e degli impianti e alla continuità degli approvvigionamenti.

Nel determinare la sussistenza di una minaccia agli interessi prioritari dello Stato, il Governo potrà tenere conto del fatto che l’investitore sia controllato (anche eventualmente solo finanziariamente) da uno stato terzo.

Analogamente la UE – cui ai sensi dell’art. 207 TFUE spetta la competenza esclusiva in materia di investimenti diretti esteri di paesi terzi – sta cercando di definire il quadro normativo entro cui gli stessi possono essere sindacati dai paesi membri (ComunicazioneAccogliere con favore gli investimenti esteri diretti tutelando nel contempo gli interessi fondamentali”, [COM(2017)494], Proposta di Regolamento che istituisce un quadro per il controllo degli investimenti esteri diretti nell’Unione europea [COM(2017)487]).

La Cina è già in Italia

Dal 2008 gruppi cinesi (oltre 168 gruppi) hanno acquisito imprese italiane per 22 Miliardi di dollari (mentre le imprese italiane hanno investito in Cina solo 300 milioni di dollari).
Le imprese italiane a partecipazione cinese sono circa il 7%, e nel 90% dei casi tali imprese sono a controllo cinese.
I cinesi hanno investito nello scalo di Vado Ligure, hanno acquisito il 40% di Ansaldo Energia, il 30% di Snam e di Terna, la Pirelli, e il Gruppo Ferretti, nella moda hanno acquisito Sergio Tacchini e Krizia, nel settore della meccanica Matermacc, Arbos e Goldoni, per citare solo alcuni tra i più noti investimenti.
Ad ottobre sotto l’egida di Banca Impresa la nostra Autorità sarà a Pechino dove presenterà le opportunità di investimento nella Zes ai principali gruppi cinesi.
Insomma, la Cina è più vicina di quanto si possa pensare…

http://www.adspmam.it/

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