Chi paga l’Avvocato?

Chi paga l’Avvocato?

di Alessandra Capuano Branca (Avvocata in Vicenza)

Non si parla abbastanza dell’ostinato misunderstanding che ristagna nel rapporto tra il cliente e l’Avvocato in Italia.
In termini tecnici si dovrebbe parlare di doppia riserva mentale, perché il Cliente pensa di non pagare, convinto com’è che chi ha ragione non paga, mentre l’Avvocato pensa che è meglio non chiarire subito la faccenda della parcella, per non vedere il cliente sparire all’orizzonte.

Il legislatore di recente è intervenuto per rassicurare i clienti con una serie di norme che rendono illusoria la riserva mentale dell’avvocato ma molto meno quella del cliente. Mi riferisco alla clientela privata, perché è evidente che quegli interventi, nei confronti dei clienti “forti”, servivano invece a spostare a loro vantaggio ulteriori margini di profitto in danno di una categoria professionale disunita e troppo acculturata per battersi collettivamente per i soldi.

L’abolizione dei minimi tariffari, l’equo compenso, l’obbligo di preventivo, il procedimento speciale per il recupero del credito e così via, sono soltanto alcuni dei dispositivi con i quali in questi ultimi anni si è trattata la vexata quaestio, senza mai avere il coraggio di affrontare il problema alla radice.

Per farlo è necessario rispondere onestamente alla domanda che il cliente in cuor suo si pone, “ma perché devo pagare per ottenere ciò che mi spetta, quando poi il risultato dipende dalla decisone del giudice?”.
Il corollario di questo lieto pensiero è “ma in definitiva l’avvocato che ha fatto? Ha riempito un po’ di carte, ha parlato col giudice e dopo una vita di attesa finalmente mi hanno dato ragione. Ci mancava pure che mi dessero torto!”.
Non riporto, per decenza, i foschi pensieri del cliente quando invece gli danno torto.

In breve, e chiunque svolga questa professione lo sa bene, per ciascun Cliente che ci riconosce il merito di avere bene e utilmente operato nel suo interesse ce ne sono altri nove che considerano l’azione dell’avvocato una necessità burocratica dal costo ingiustificato, una specie di lusso che sono obbligati a concedersi per ottenere ciò che comunque gli spetta.
Le Aziende, poi, considerano i compensi legali come uno di quei costi che ogni nuovo consiglio di amministrazione e ogni nuovo direttore generale deve farsi un punto d’onore a comprimere.
Analogo punto di vista, invece, non viene applicato ad altri professionisti, come i commercialisti, i consulenti del lavoro, i notai.

La differenza, evidentemente, sta nel fatto che incaricare un avvocato è sostanzialmente facoltativo, o si ritiene che lo sia, mentre degli altri non si può fare a meno, o così si ritiene.
E’ vero che questo non è il punto di vista di tutti i clienti, perché ce ne sono di sufficientemente avveduti e culturalmente attrezzati da riconoscere il valore insostituibile di un bravo avvocato, ma questi soggetti illuminati non sono la maggioranza.

Nominare un avvocato, quindi, è spesso considerato facoltativo o, peggio ancora, necessitato dalle iniziative altrui, per cui nel corso del rapporto professionale traspare ripetutamente il dubbio del cliente di essersi impegolato in una situazione che gli costerà dei soldi in cambio di nulla.
A questa incertezza talora contribuiscono i Giudici, che appena hanno l’occasione di incontrare le parti difficilmente si astengono dal rafforzarle nel dubbio sulla dispendiosa inutilità dell’azione intrapresa (o subìta con ottusa resistenza).
Neppure, d’altronde, sono da preferire i clienti causidici, che “non badano a spese” pur di intraprendere le più strampalate iniziative legali, alla cui cura si dedicano con quotidiana e maniacale attenzione, perché se è vero che – come si dice – fanno la fortuna degli avvocati, è vero pure che nessuna fortuna è pagata più a caro prezzo di questa.

Insomma, il problema parcellare è una irrisolta questione che infelicita l’esistenza degli avvocati e popola di incubi le notti dei clienti.
Ma è così ovunque? Sembrerebbe di no.
Per un’ampia disamina del panorama internazionale si veda l’articolo di Isidoro Barbagallo in “La previdenza forense” ( n.1/2018, http://www.cassaforense.it/riviste-cassa/la-previdenza-forense/avvocatura/avvocati-e-tariffe-forensi-negli-ordinamenti-stranieri/).
Quasi ovunque gli avvocati sono retribuiti sulla base di tariffe orarie note al momento del conferimento dell’incarico.
La discussione sull’eventuale incongruità del tempo addebitato viene normalmente risolta dagli Ordini o da organismi associativi analoghi. Soltanto quando l’attività riguarda un unico atto o un procedimento semplice, di prevedibile contenuto e durata, si trovano accordi preventivi sul costo complessivo.

Comunque la si voglia pensare, tuttavia, una cosa è certa ed è che gli avvocati italiani dovrebbero impostare il loro atteggiamento nei confronti della spinosa materia mettendovi al centro la fierezza e l’orgoglio di svolgere una professione ad alto tasso di specializzazione, che in nessun caso può essere remunerata con un compenso orario inferiore al minimo sindacale previsto per le prestazioni di lavoro domestico (http://www.lavoro.gov.it/notizie/pagine/lavoro-domestico-accordo-sui-minimi-retributivi-2019.aspx/).
Ove si consideri che difficilmente una causa di medio impegno richiede meno di 100 ore di lavoro, si vedrà che il raffronto con il lavoro domestico non è scelto a caso.

Tra tutte le impegnative tematiche che sono al centro del dibattito sulla condizione attuale della professione legale in Italia, purtroppo non sembra che quella sulla sua scarsa remuneratività desti il dovuto interesse.
Sembra quasi che siano gli stessi Avvocati a rifuggire il tema, forse per il timore di essere subissati dalle critiche, interessate quanto infondate, che non si ha la forza di contrastare come invece è possibile e giusto.

Image credit: Jeanne Duval, 2019
https://www.facebook.com/jeanne.duval.

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