Tengo famiglia

Tengo famiglia

di Giuseppe Artino Innaria (Giudice del Tribunale di Catania)

“La nostra bandiera nazionale dovrebbe recare una grande scritta: Ho famiglia”.

Con uno dei suoi soliti aforismi taglienti, Leo Longanesi, nel lontano 1945, appena finita la guerra, inaugurò la corrente di pensiero che additava proprio nella famiglia uno dei tanti mali italiani.

Dopo di lui, toccò al saggio di Edward C. Banfield, “Moral Basis of a Backward Society” (Le basi morali di una società arretrata), risalente al 1958.
Lo studioso americano effettuò una indagine nel Sud Italia, rintracciando l’inclinazione diffusa di ogni singola famiglia a ricercare il massimo vantaggio solamente per sé, disinteressandosi del resto della comunità.
Banfield aveva davanti il modello tipico del piccolo centro meridionale (convenzionalmente denominato “Montegrano“), rappresentativo di un Mezzogiorno appena uscito dalla seconda guerra mondiale e alle prese con difficoltà economiche notevoli.

Lo stesso familismo – che Banfield aggettivò come “amorale”, perché indifferente ad un orizzonte comunitario più ampio della famiglia – fece dire a Sciascia ne “Il giorno della civetta” che la famiglia è l’unica istituzione che il siciliano riconosce, sembra essere rimasto un tratto costante della società non solo meridionale, ma in generale italiana. Per Banfield il familismo è un dato di natura antropologica, che connota un atteggiamento non orientato verso la comunità e che rappresenta l’esatto contrario del senso civico.

In tempi più recenti, Carlo Tullio Altan (“La nostra Italia”) è ritornato sul familismo, scovandone le radici antiche e dimostrandone la persistenza nell’Italia contemporanea.
Un altro studioso americano, Robert D. Putnam (“La tradizione civica nelle regioni italiane”), ha ripreso il tema, individuando una profonda differenza tra le regioni d’Italia in tema di senso civico.
Alla nozione di familismo si ricollega anche Paul Ginsborg (“L’Italia del tempo presente. Famiglia, società civile, Stato 1980-1996”), allorché ne segnala l’utilità nello spiegare la storia italiana più recente, in cui il modello familiare ed i suoi valori tendono ad essere predominanti sulla società civile e sullo Stato.

Altro che seminarium civitatis, verrebbe da dire!

“Tengo famiglia” è diventato lo schermo per giustificare qualsiasi forma di egoismo antisociale, ogni scorrettezza verso il prossimo, per il solo fatto che si collochi fuori dal recinto sacro familiare.

La mente corre alla lezione di Giovanni Vivaldi, alias Alberto Sordi, che in Un borghese piccolo piccolo, mette in guardia il figlio, neodiplomato ragioniere, candidato ad un impiego in un ufficio ministeriale:
«Pensa a te, Mario, pensa solo a te! Ricordati che in questo mondo basta fare sì con gli occhi e no con la testa, che c’è sempre uno pronto che ti pugnala nella schiena. D’altronde io e tua madre siamo soddisfatti: abbiamo un figlio ragioniere, che vogliamo di più? Per noi gli altri non esistono»

Eppure, questa particolare sensibilità verso il proprio sangue pare non avere dato frutti particolarmente positivi.

Negli ultimi decenni si sono ridotti i salari d’ingresso ed è aumentata la precarietà. I livelli retributivi in Italia sono più bassi che negli altri Paesi principali dell’Unione Europea e oggi nel nostro Paese il lavoratore con più di sessant’anni guadagna più di un ventenne o trentenne, mentre in Germania o nel Regno Unito le retribuzioni sono coerentemente più alte nel periodo centrale della vita lavorativa, normalmente ritenuto il più produttivo.

Prospettive di reddito più basse e precarietà incidono pesantemente sulla visione del futuro e sullo stile di vita dei giovani italiani, che detengono il poco invidiabile primato in Europa nella permanenza a casa con i genitori.

Il risultato è che nell’Italia di oggi i giovani pagano lo scotto delle scelte delle generazioni che le hanno precedute sia in termini di livello di tenore di vita nel presente sia in termini di prospettive future.
Insomma, una generazione di padri e madri ha goduto di privilegi che non è riuscita ad assicurare ai figli, i quali, in tempi di crisi, hanno sempre meno voglia e risorse per mettere su famiglia.

Che fare? Percorrere la via dello scontro generazionale è sicuramente poco proficua.

Si dirà che le nuove generazioni devono fare i conti con una vita con meno certezze, con meno garanzie di stabilità, e pertanto dovrebbero essere in grado di abbracciare una mentalità al passo con i tempi e azzardare di più l’imprenditorialità.
Soprattutto, ai figli andrebbe consigliato di ambire a smarcarsi il prima possibile dall’ala protettiva della famiglia, perché questa è la via maestra per crescere e costruire il proprio successo personale.
Ai padri e alle madri, invece, andrebbe insegnato che tutti i “figli so’ pezz’e’ core”, non solo i propri, ma soprattutto quelli degli altri. Genitori di tutti dovrebbero diventare, adottare tutti i giovani. E tutti, proprio tutti, compresi i propri figli, sicuramente starebbero meglio.

Image credit: Pedro Amaro da Pixabay

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