Quando una morte fa rumore

Quando una morte fa rumore

di Valeria Tocchio (Avvocata in Spoleto)

La morte di una persona scuote gli animi.
La morte di una persona, per sua stessa mano, scuote le coscienze.
La morte volontaria di un imprenditore, che si è sentito evidentemente inerme dinnanzi alla propria situazione di sovraindebitamento, dovrebbe scuotere ben oltre le singole coscienze.
Come singole persone non possiamo che provare compassione per l’uomo, per il disperato gesto, per ciò che lascia e per ciò che non ha trovato.
Come professionisti, si resta rammaricati, per l’ennesimo fallimento, non dell’imprenditore, ma del sistema.

A fronte di una legge, promulgata 10 anni fa, e definita non a caso “salva suicidi”, non si può che constatare ancora oggi che questa norma non è ancora arrivata al fine che si era ripromessa.
Per troppo tempo la l.3/2012 è rimasta latente, a causa di una grave deficienza informativa e formativa.
E la sua operatività e auspicabile efficacia, riscoperta da pochi anni (non possiamo nascondercelo) è ancora rimessa, troppe volte, alla buona volontà dei singoli, spesso senza l’affiancamento di un valido sistema istituzionale.

È impensabile che questa normativa venga utilizzata solo sull’orlo del baratro, a procedure esecutive quasi iniziate, (se non talvolta quasi concluse), spesso al solo fine di un salvataggio dell’ultima ora.
Il retaggio culturale che ci portiamo dietro dal dopoguerra del “buon padre di famiglia”, che al cospetto “degli occhi della gente” segue la regola popolare del negare sempre, e fino alla fine, dall’amante alla ludopatia, dall’affare andato male al sovraindebitamento, soccombe, ormai, e resta perdente, dinnanzi a una crisi economica generalizzata, dove solo i numeri parlano e dove il tempo dei numeri gira più veloce del tempo delle persone.

Ecco perché va diffusa ancora di più la cultura della presa di coscienza dei contesti e delle soluzioni ragionate.
I tempi sono cambiati e sono mutati velocemente, così come i sistemi operativi del mondo del lavoro, ma non tutti hanno la capacità di adattamento e flessibilità che il mondo di oggi ci impone.
Non è un caso che tra i lavoratori dipendenti, in special modo nella pubblica amministrazione, chi ha potuto, pur accettando una pensione minore, abbia deciso di ritirarsi dal mondo del lavoro anticipatamente, sentendosi spesso un pesce fuor d’acqua in un sistema sempre più sterilizzato dalla burocratizzazione digitale.

Ognuno di noi, in qualunque ambito lavorativo operi, avrà raccolto la doglianza del cambiamento di un mondo del lavoro “che non era così.”

Gli istituti di credito non sono più la banca locale, ma sono ormai inglobati in grandi gruppi, anche essi “messi a dieta” da importanti ristrutturazioni, che il più delle volte hanno portano a cessioni di credito indiscriminate a neo soggetti terzi, dai nomi inverosimili, ma dai modi di agire fin troppo reali.
E le strette di mano con il direttore della banca di un tempo non contano più, davanti ai neo assunti direttori, con tempi di permanenza lampo nella filiale di turno.
Contano solo le clausole sottoscritte, le direttive dall’alto e gli stringenti imposti protocolli massivi.

Tutte le imprese, pubbliche e private guardano budget e bilanci.
O sei dentro o sei fuori.
Le procedure sono tutte automatiche e automatizzate.

A ciò si aggiunga, nel tempo, una politica di credito al consumo spesso spinta, che ha indotto e ingenerato, in molti, l’attrattiva di rapida liquidità, senza la giusta considerazione delle eventuali conseguenze, in caso di modifica improvvisa delle situazioni economiche.
I cambiamenti sono avvenuti talora in corsa, quando magari quel “pasticciaccio brutto” era già compiuto e spesso ci si sente senza via d’uscita.

In questa situazione critica la legge 3/2012, se azionata in tempo, può essere una salvaguardia.

Ma anche le soluzioni giuste, per essere condivise, necessitano di un codice comunicativo valido per raggiungere lo scopo.
Il linguaggio degli operatori, ammesso che questi siano sempre opportunamente formati, è talvolta troppo tecnico e riservato ad addetti ai lavori, per essere concretamente recepito.
Ciò pone inevitabilmente le basi per l’istaurarsi di un rapporto diffidente.
Il sovraindebitato il più delle volte, prova vergogna per la propria situazione e anche quando ha preso coscienza del problema (mentre spesso lo dissimula), è reticente.
Ecco perché probabilmente la giusta comunicazione andrebbe parametrata su quelle che sono le dinamiche mentali e relazionali di chi ci si presenta davanti.
Perché se non si parla il medesimo codice linguistico, la conversazione non passa e non saremo in grado di comprendere cosa si nasconde dietro un non detto e non saremo in grado di offrire una valida alternativa a quello che potrà essere ritenuta come l’ultima delle soluzioni possibili.

Occorrerebbe forse una rete formativa e informativa alla portata effettiva dei diretti destinatari, non rimessa soltanto alle capacità naturali del singolo, ma strutturata e coordinata.
In Italia vi sono varie fondazioni antiusura, che si propongono come centro di ascolto, ma talora, il fatto che si invochi il problema dell’usura, può fungere da deterrente, per tutte quelle situazioni che non necessariamente sfociano nel problema dell’usura.

In alcune città italiane i centri di ascolto per gli imprenditori in crisi sono stati promossi dalle diocesi, ma anche in questo caso è chiaro che l’avvicinamento è strettamente correlato al credo religioso.
In altre realtà sono le camere di commercio o come a Bologna, la Confartigianato a promuovere centri di ascolto.

È chiaro che tali contesti, ove l’anonimato resta la regola, non possono diventare sede di accaparramenti di potenziale clientela, come a volte, luoghi nati con intenti differenti sono diventati.
A tal fine sarebbe auspicabile oltre che la buona volontà e capacità del singolo, un coordinamento con gli OCC locali e le differenti istituzioni e associazioni per incoraggiare e promuovere una cultura di presa di coscienza previdente, proattiva e solidale, finalizzata a sollevare quello che nel sovraindebitato viene sentito come “il peso” della vita.
Perché dovrebbe essere la vita ad essere ascoltata, non la morte a far rumore.

Credits: Bert Adams, Under pressure – Texas sand fest

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