La grammatica dell’imputato
di Giorgia Fusacchia (Linguista – Associazione di promozione sociale S.Co.S.S.E)
“Io non sono il difensore della vittima, io sono l’accusatore di un certo modo di fare i processi.”
Era il 1979 quando l’avvocata Tina Lagostena Bassi accusa in diretta RAI le modalità dei processi per stupro in Italia.
È il 2021 e quella accusa è ancora valida.
Le aule di tribunale sono luoghi in cui, tramite il linguaggio, si ripropongono stereotipate visioni di genere capaci di creare un significativo divario tra le leggi in materia di violenza maschile contro le donne e la loro effettiva attuazione. Un’apertura interdisciplinare da parte del diritto potrebbe arricchire le competenze degli operatori e delle operatrici della materia relative agli stereotipi di genere e alla loro reiterazione attraverso il discorso.
In questo senso la figura del o della linguista potrebbe giocare un ruolo fondamentale.
Dall’analisi linguistica svolta sulle trascrizioni dibattimentali dei processi per reati di violenza sessuale e molestie agiti da uomini nei confronti delle donne si evincono schemi linguistici capaci di manipolare la narrazione interna all’aula a discapito della credibilità della parte offesa.
Schemi significativi sono presenti tanto per la parte relativa all’imputato quanto per quella relativa alla parte offesa.
I dispositivi linguistici attuati dall’imputato sono tutti volti alla sua deresponsabilizzazione.
Ciò che risulta essere particolarmente rilevante per questi reati è che l’ovvia strategia di deresponsabilizzazione dell’imputato non si basa sulla negazione dell’esistenza dell’atto nella fattispecie, bensì sulla negoziazione dell’irrilevanza dell’atto stesso.
Questo avviene all’interno di un quadro linguistico che potremmo definire “la grammatica della non agentività”.
I vari espedienti messi in atto dall’imputato non vengono contrastati dal Pubblico Ministero o dal Giudice, ma vengono accettati e introdotti nei loro turni conversazionali.
Complementare alla “grammatica della non agentività” dell’imputato è il quadro della “grammatica dell’agente inefficiente” della parte offesa.
La donna sopravvissuta ai reati di violenza maschile durante la fase dell’esame ha la possibilità di rispondere a domande aperte che le permettono di autodeterminarsi come soggetto attivo.
Al contrario, durante la fase di controesame la donna si ritrova a dover rispondere a domande chiuse, spesso polarizzanti.
È in questa sede che gioca un ruolo essenziale la presupposizione di cui si serve principalmente l’avvocato della difesa.
La presupposizione è un patto implicito tra interlocutori o interlocutrici e permette di dare per scontato qualche cosa che fa da base per procedere oltre nella conversazione. In questo senso fare domande del tipo:
“lei non ha pensato minimamente di fuggire, di allontanarsi a piedi?” o ancora “non ha chiesto aiuto per strada?” significa creare all’interno dei tribunali una narrazione altra rispetto a quella realmente vissuta dalla donna.
La negazione nelle risposte che seguono queste domande infatti alimenta la presupposizione presente al loro interno. Nello specifico, la negazione di non esser fuggita o di non aver chiesto aiuto lascia sullo sfondo l’assunto della possibilità di farlo.
All’interno di questa impostazione conversazionale emerge un significato della violenza basato su due forze contrapposte e non, come dovrebbe, sulla mancanza di consenso.
L’analisi linguistica svolta su questi casi trova la sua ragion d’essere all’interno delle sentenze che individuano nella banalizzazione del reato e nell’accettazione della presupposizione i loro principali motivi di non condanna.
Intervenire su un corretto uso linguistico o intervenire sulla consapevolezza di come gli stereotipi agiscano all’interno della narrazione in tribunale significa porre un’ulteriore chiave di lettura all’interno di un processo di cui spesso la testimonianza della donna è l’unica fonte di prova per giungere a un giudizio di colpevolezza.
La figura del e della linguista in questo campo può aiutare l’ambito giuridico a raggiungere una parità di diritto tra i due generi non solo formale ma anche e soprattutto sostanziale.
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