La giudice

La giudice

di Paola di Nicola (Tribunale di Roma)

Pubblichiamo il primo capitolo del libro La giudice. Una donna in magistratura, scritto da Paola Di Nicola nel 2012.

Prima di essere un giudice e un detenuto eravamo una donna e un uomo

Prima di essere un giudice e un detenuto eravamo una donna e un uomo che si misuravano in un duello di sguardi.
Io sapevo tutto di lui, mentre lui non conosceva nulla di me, a parte il mio cognome.
Dalle intercettazioni telefoniche avevo scoperto ogni cosa della sua vita: il figlio aveva avuto la febbre e la moglie ne era preoccupata; l’azienda andava a rotoli; i rifiuti li gettava senza limiti e ritegno in una piana meravigliosa, per ricoprirli in tutta fretta sotto terra; aveva un nome in codice cattivissimo; non era in grado di articolare una frase che fosse composta da più di cinque parole. Avevo conosciuto tutte le sue debolezze, i suoi modi di dire, le sue astuzie, il suo disprezzo per le regole e per le istituzioni.
Nulla sapevo del tono della sua voce, del colore dei suoi occhi.
Prima dell’interrogatorio avevo cercato di immaginarlo.
Era un uomo a tratti bruno e alto, poi all’improvviso piccolo e ossuto come il mio panettiere, poi robusto con la carnagione chiara simile al professore di mia figlia. Il punto è che avevo una grande curiosità di dare un volto a quel nome che si rincorreva, per pagine e pagine, nella mia ordinanza di “custodia cautelare in carcere” dove compariva come uno dei maggiori trafficanti di rifiuti che aveva distrutto, senza scrupoli, la Campania.
Era la prima volta che andavo a Poggioreale. Più che un quartiere di Napoli, dove il mio amico Don Tonino Palmese celebrava una messa tanto partecipata ed emozionante da essere applaudita dai suoi fedeli, per me era un carcere. Clang, clang, clang. Questo era il suono sinistro con cui le porte di ferro si aprivano e si chiudevano, l’una dopo l’altra, sotto lo sguardo immobile di una madonna di gesso. Ad ogni clang sentivo dentro di me un sobbalzo e l’impulso irrefrenabile di tornare indietro.
Eppure ero io il giudice. Invece, tra una porta di ferro e l’altra, ero sempre più senza toga, piena di paure, ansie, dubbi. Altro che un giudice quella che aveva messo la firma sotto centinaia di pagine fitte di numeri, nomi, date, quintali di rifiuti. In quel momento non ricordavo più niente di ciò che avrei dovuto chiedere a quell’uomo che mi aspettava; come quando dovevo essere interrogata in matematica alla lavagna, davanti a tutta la classe, e pur avendo studiato giorno e notte venivo presa solo dall’angoscia di non sapere, di non essere.
Dentro di me tuonava il suono sinistro dello sferragliare di decine di chiavi e di infinite cancellate che si chiudevano con una pesantezza insostenibile.
Si udiva, nel corridoio tirato a lucido, solo il rumore dei miei tacchi che strideva con quelle mura altissime e i neon accesi anche di giorno. Volevo sparire insieme alle mie scarpe femminili ed insulse. E pensare che non le avevo mai messe prima. Come mi era venuto in mente di farlo proprio oggi?
Mi sentivo osservata da tutti perché ero fuori posto, fuori contesto, con quella camicetta con i fiorellini piccoli che mi aveva regalato mia sorella Elisa e la collana di perle di zia Luciana. I miei amuleti dei giorni difficili che, però, lì dentro, stonavano in modo inopportuno con le divise blu scuro della polizia penitenziaria. Nel carcere non potevano esserci colori vivaci, occhi azzurri ridenti e capelli biondi leggermente spettinati, accompagnati da quel frivolo ticchettio sul pavimento. Percepivo che con quel modo di apparire, di camminare, di riempire i corridoi avrei rischiato di non essere presa sul serio, per quello che ero e che istituzionalmente rappresentavo. Il contrasto tra me e quel tetro contorno che stavo attraversando era troppo profondo, mi faceva male, mi procurava un disagio fortissimo.
Ma ormai c’ero, con tutti quei pezzi di me che mi pesavano come macigni. In quel momento avrei desiderato avere un completo scuro, con cravatta intonata e sobria, possibilmente una barba grigia ben curata ad incorniciare un viso serio ed impenetrabile. Se fossi stata così, se mi fossi presentata così, certamente, non mi sarei sentita fuori contesto e inadeguata rispetto al carcere, rispetto ai poliziotti, rispetto a Gennaro.
Insieme al mio giovane e compìto assistente ci avevano fatti accomodare nella sala interrogatori che mi ricordava tanto il monastero di Camaldoli, vicino Arezzo. Piccola, raccolta, pulita, spoglia, priva di qualsiasi umanità e superuità. Era in quella sorta di confessionale laico che dovevo aspettare “il mio detenuto”.
Durante l’attesa cercavo di riordinare le idee, di rileggere le parti dell’ordinanza che tenevano quell’uomo in carcere e le domande da porgli, diligentemente scritte, l’una dietro l’altra, in un foglio a parte che, adesso, non trovavo nella mia borsa da Mary Poppins.
Una valigetta ventiquattrore rigida, di colore marrone, con le chiusure automatiche in oro, sarebbe stata più adatta a conservare gli appunti; non avrebbe spiegazzato i fogli e mi avrebbe assicurato un tono più professionale. Ma io le ventiquattrore le ho sempre talmente detestate da arrivare persino ad accettare di perdermi nella mia vecchia borsa blu piena di sorprese degli ovetti kinder, scontrini appallottolati, chiavi dimenticate, penne senza cappuccio.
Tutto si ammassava confusamente nella mia testa e non mi sentivo pronta ad affrontare questo maledetto interrogatorio per il quale credevo di essermi preparata molto bene e che mi aveva fatto passare la notte in bianco.
Quel carcere, con tutte le sue chiavi, mi aveva chiuso dentro me stessa.
Quando, finalmente, mi avevano annunciato l’ingresso di Gennaro e del suo avvocato, il mio cuore aveva iniziato a battere all’impazzata. Mi ero aggiustata i capelli con il solito gesto di raccoglierli mettendo l’indice dietro l’orecchio e mi ero ripetuta, inutilmente, decine di volte “io sono il giudice, io sono il giudice, respira, respira” cercando un po’ di contegno, di autocontrollo.
Forse Gennaro, senza saperlo, aveva capito tutto quello che si muoveva dentro di me prima di varcare la soglia, perché quando c’eravamo trovati l’una davanti all’altro lui si era mostrato sfrontato, forte, sicuro. Il suo sguardo arrogante mi aveva avvolta tutta; non gli era sfuggito nessun particolare della mia persona, i suoi occhi furbi continuavano a percorrermi. Certamente per mettermi alla prova.
Era iniziato il nostro duello: Gennaro voleva vincere a tutti i costi, facendo prevalere il mio essere donna ed il suo essere uomo, sul mio essere giudice e lui “il mio detenuto”, come se questo avesse potuto fargli guadagnare la vittoria e quindi la libertà.
Sentivo che il mio sguardo si stava per abbassare. No, non lo potevo consentire in alcun modo. Bastava ancora qualche secondo e sarei crollata, sentendo solo il peso della mia collana di perle e della mia prepotente femminilità e non la loro evidente ed insopprimibile diversità.
L’orgoglio e il coraggio di essere una donna alla fine avevano preso il sopravvento.
Gennaro credeva che la sua virilità lo collocasse un gradino sopra di me, una montagna sopra di me, una storia millenaria sopra di me. Nel nostro duello, fatto di sguardi e sensazioni, con il quale si era aperto l’interrogatorio, lui stava vincendo perché io ero preoccupata solo di nascondere goffamente quello che mi rendeva insicura e imbarazzata, cioè l’essere prima di ogni altra cosa: una donna.
Come se potesse non vedersi, come se fosse una vergogna, come se esserlo mi rendesse inevitabilmente debole, incapace, arrendevole ai suoi occhi. Alla sua cultura. Alla sua subcultura. Dietro quello stato d’animo si muovevano le ombre delle donne venute prima di me, schiacciate dal peso della loro indotta inadeguatezza. Sentivo il rumore delle onde che, giorno dopo giorno, avevano lavato il loro cervello e la loro coscienza: incapaci, inadatte, insicure, fragili.
Nei secoli le loro intelligenze, i loro talenti, le loro capacità, il loro fuoco creativo erano stati derubati; come il loro spazio e il loro tempo, a causa di quel corpo che non poteva vivere di vita propria, ma stare e restare al servizio degli altri. Accudire e prendersi cura, nell’ombra. Anzi, nel buio. Lo stesso buio che immagino sia crollato addosso a mia madre, bionda, bellissima con la sua treccia lunga abbandonata sulla spalla, piena di vita, illuminata da un sorriso carico di progetti e di entusiasmo, quando si sentì negare da mio nonno l’iscrizione alla scuola d’arte perché frequentata da uomini. A mia madre è stato vietato di sprigionare le sue capacità perché di lei valeva solo il corpo desiderabile da nascondere. Per preservarla dagli uomini, un altro uomo, suo padre, le aveva spezzato i sogni.
Lei non aveva potuto decidere nulla.
Oggi io, davanti a Gennaro, invece decidevo, per me e per lui.
Di fronte a quell’uomo sentivo di essere l’ultimo anello di questa storia famigliare, comune a tante altre che l’avevano preceduta. Proprio adesso mi sentivo, più che mai, la figlia di mia madre e di tutte le donne inghiottite dal buio.
Su questa strada potevo solo perdere il nostro duello e far perdere l’universo femminile, oltre che l’istituzione che in quel momento rappresentavo. La posta era troppo alta. In una manciata di secondi avevo tenuto fermo il mio sguardo, che era diventato luminoso e fiero, sui suoi occhi neri arroganti; avevo percepito l’orgoglio dei miei capelli a mezza lunghezza e leggermente spettinati, della collana di mia zia, dei fiorellini colorati della camicetta di mia sorella e dei tacchi che purtroppo ora, sotto il tavolo, non apparivano più nella loro frivolezza. Adesso non volevo nascondere quello che ero e che, mio malgrado, si vedeva: chiunque vedeva. Avevo capito che solo vivendo il coraggio della mia diversità rispetto a quell’uomo tarchiato avrei potuto condurre un interrogatorio professionale e sentirmi finalmente un giudice.
Io mi ero presentata davanti a Gennaro preparata, sistemata, truccata e ben vestita per rispetto del mio, ma più ancora del suo, ruolo. Invece Gennaro no. Era trasandato, senza cravatta, con la barba incolta e, soprattutto, senza rispetto e senza paure.
Adesso che mi sentivo sicura, libera da convenevoli, poteva iniziare l’interrogatorio.
«Buongiorno, sono la dottoressa Di Nicola.»
Ho sempre ritenuto una minima regola di buona educazione salutare e presentarmi.
Il tono della mia voce era cambiato, sembrava venisse da un’altra persona. Era cupo, serissimo, profondo, gentile, gelido. Distante. Veniva da quella trasformazione fisica e caratteriale che mi si impone, con prepotenza, quando devo reagire a un sopruso, quando sono piena di rabbia con qualcuno, quando devo affrontare una situazione difficile.
È strano per me che accada, anche quando vesto i panni di un’istituzione seria e credibile. Forse dentro, in un luogo profondo del mio essere, per apparire tale, devo fare la voce inquisitoria di mio padre, di quando io e le mie sorelle avevamo fatto qualcosa di sbagliato. Non la voce di mia madre, che nelle stesse occasioni, con tono canzonatorio e un po’ scherzoso, sapeva già cosa avevamo combinato e chi era stata di noi quattro figlie.
Ecco quindi l’altro modo di difendermi.
Se la vista richiedeva un mio sforzo fisico ed intellettivo per riprendermi e ritrovarmi, la voce era riuscita a fare di più e meglio. Si era impostata su una corda che credevo di non avere e che apparteneva ad una parte di me nascosta, che avevo introiettato senza accorgermene: il mio modello di magistrato. Quello non lo vedevo. Lo avevo vissuto, bevuto, mangiato e, a questo punto, digerito, forse da sempre.
Mio padre, la mia guida ingombrante, era un uomo magistrato.
I suoi amici, che avevano frequentato la nostra casa e gustato il timballo di scrippelle di mia madre, finiti sotto il piombo per rendere la nostra una democrazia compiuta, come Giovanni Falcone, Girolamo Minervini, Mario Amato e Giacomo Ciaccio Montalto, erano uomini magistrati.
I pubblici ministeri del pool di Mani pulite, che avevano azzerato una classe politica corrotta restituendo credibilità e dignità alla Politica e alla gestione della cosa pubblica, erano uomini magistrati. Giancarlo Caselli, Armando Spataro, Marcello Maddalena, Mario Almerighi, Giovanni Tamburino, Pietro Calogero, che ho conosciuto quando portavo le treccine e oggi mi onoro di chiamarli colleghi, che hanno dato lustro alla magistratura per la lotta alla mafia, al terrorismo e alla criminalità economico-politica, erano uomini magistrati. Vladimiro Zagrebelsky, Giorgio Lattanzi ed Ernesto Lupo, che mi avevano dato tanti consigli per lo studio, anche sollecitandomi con articolate discussioni giuridiche dopo cena a casa nostra o a casa loro, oggi riferimenti istituzionali indiscussi, erano uomini magistrati.
Anche i miei affidatari, cioè i colleghi assegnatimi per apprendere questo lavoro che mi hanno lasciato un’impronta decisa sul modo di praticare ed intendere nel quotidiano il mestiere di giudice, erano tutti uomini magistrati.
Ma una donna c’era stata. Sullo sfondo.
Era Francesca Morvillo, uccisa accanto al suo compagno di vita, quando aveva la mia età.
Questa donna si muoveva con un incedere semplice ed elegante tra i nostri stretti ed angusti banchi durante gli scritti del concorso in magistratura.
Era una dei commissari.
Ricordo che, quando passò vicino a me, la guardai con ammirazione mentre proseguiva il suo cammino, calmo e silenzioso, per controllare le file di aspiranti magistrati, angosciati per la difficile prova che si stava svolgendo.
Sapevamo che quella donna era giudice a Palermo. Per noi, ragazze e ragazzi, chini su quei fogli da ore, era una funzione mitica, che rievocava impegno giudiziario e civile e imponeva coraggio, tanto coraggio. Come quello di Placido Rizzotto, di Peppino Impastato, di Pio La Torre, di Nando Dalla Chiesa, di altri e altri ancora.
Molti di noi erano lì, in quell’enorme salone dell’Ergife, a Roma, per diventare come Francesca Morvillo, che faceva il giudice senza tanti clamori e con rigore. Di ritorno dagli scritti del concorso, quella donna magistrato, dopo essermi passata accanto senza sapere che esistessi ma sentendo, di certo, il mio, il nostro sguardo sulle sue spalle, chiusa in un leggero tailleur – così almeno la ricordo – era volata in Sicilia.
Voglio immaginarla in auto, seduta accanto a suo marito,
Giovanni Falcone, mentre gli raccontava sorridendo di quelle migliaia di giovani visti in un’aula intrisa di emozione e tensione ideale. Un boato, a Capaci, le aveva fatto consegnare il suo testimone di serietà ed impegno proprio a noi, i suoi futuri colleghi, abbracciati per ultimi con il suo sguardo dolce.

Da quando ero bambina, però,
i miei modelli erano stati solo uomini

Da quando ero bambina, però, i miei modelli erano stati solo uomini: perché le istituzioni erano uomini. Per diventare un magistrato dovevo diventare, tentare di diventare, un uomo con il corpo di una donna.
Non ritenevo percorribile un’altra strada. Solo così avrei potuto indossare onorevolmente la toga regalatami dai miei genitori quando avevo vinto il concorso. Mia madre l’aveva femminilizzata con una pettina bianca con piccoli bottoni, pizzi e merletti antichi e leggeri, come quelli che impreziosiscono i corredi faticosamente accumulati e tramandati, di generazione in generazione, dalle donne abruzzesi, sagge e forti. Come le mie nonne. La pettina, da annodare intorno al collo, come un’ampia collana, mi dà sicurezza e allo stesso tempo mi rende diversa. La mia è unica.
Non credevo che l’uniforme del magistrato, potesse cambiare da persona a persona, da uomo a donna. E pensare che mia madre, che aveva dovuto abbandonare i suoi sogni di artista, che era stata portata a detestare la sua bellezza radiosa, che aveva vissuto nella luce riflessa di altri uomini nonostante la sua vivacissima intelligenza, che aveva visto indossare la pettina e la toga solo da persone in giacca e cravatta, era stata proprio lei a scoprire e a sottolineare che nel fare il magistrato sua figlia era diversa da suo marito. E si doveva vedere. Lei, che come le mie zie, aveva provato sulla sua pelle come la femminilità fosse una malattia da nascondere per essere libera, aveva capito, prima e meglio di qualsiasi filosofa della differenza di genere, che sua figlia l’avrebbe dovuta mostrare con orgoglio, proprio lì dove veniva istituzionalmente negata, per riscattarla e riscattarsi.
La pettina non era più un pezzo di stoffa bianco incorniciato dai trafilati della toga nera, era l’affermazione prepotente e coraggiosa di quello che ero, grazie alla lungimiranza inconsapevole, ma profonda, di mia madre.
Non era frutto di un’elaborazione questo percorso volto a trasformarmi da dentro; era una realtà, mio malgrado.
Come erano irraggiungibili, però, i miei modelli professionali!
Uomini di un’altra età che entravano in un’aula di giustizia e facevano calare il silenzio. La loro persona emanava un ipnotico e magico fluido, così lo percepivo, che incuteva paura e rispetto. Ma io non sono capace di instillare timore reverenziale e suscitare solennità.
Quando entro in un luogo pubblico, primo tra tutti in un Tribunale, con quei corridoi lunghissimi e le volte alte, mi sento piccola piccola. Fuori posto. Come dentro il carcere di Poggioreale. Non riesco proprio a fare in modo che gli oggetti, i luoghi, siano una parte della mia dimensione, se non quando li riempio di fotografie delle vacanze, di lettere e di disegni pieni di colori dei miei figli. Non mi appartengono le forme celebrative e gli spazi grandi, quindi non riesco a creare il silenzio con il solo mio apparire, come facevano mio padre e i miei modelli di magistrato con gli imputati che si presentavano al loro cospetto.
Anche davanti a Gennaro verificavo, per l’ennesima volta, di non esserci riuscita.
«Signor Gennaro… dove è nato? Che lavoro fa? Quanto guadagna? Dove risiede?»
Non riuscivo a smettere di pensare che dietro ad ognuna di quelle risposte c’era la storia di una vita, di scelte sbagliate, di strade spesso obbligate, di famiglie spezzate, di soldi che finiscono troppo presto. Forse tutto questo non doveva riguardarmi così in profondo, se non per inquadrare la personalità dell’arrestato, altrimenti mi sarei fatta sviare dall’unico obiettivo di quella che non era una chiacchierata dai risvolti sociologici, ma un interrogatorio che gli consentisse di difendersi.
Scavare oltre per capire anche la dimensione umana che vive dietro alle risposte è stato un impulso irrefrenabile che ho sempre provato di fronte ai testimoni, agli imputati, alle vittime, ai colleghi, alle persone. Lo ritengo ancor più doveroso per un magistrato.
Invece alcuni miei affidatari, rigorosamente uomini, mi mettevano in guardia dal farlo perché si rischia di entrare in un meccanismo che cattura, che invischia, che non ti consente di valutare con la dovuta oggettività e terzietà il fatto, nella sua semplice crudezza. Insomma, l’esperienza dice che è un pericolo, perché tende a portarti verso la giustificazione di qualsiasi situazione e comportamento. Ma più ancora di qualsiasi persona. Nella valutazione tra assolvere e condannare, tra tenere un essere umano in carcere o farlo tornare a casa, sono certamente i fatti a contare, ma anche la storia e lo spessore umano dei loro protagonisti, dei loro perché.
Alle domande: «È sposato? Ha figli?», Gennaro era diventato un fiume in piena. Aveva cominciato a raccontare, imperlato di sudore, tutti i guai della sua famiglia. Se fosse rimasto in carcere, mi spiegava con tono concitato, i suoi numerosi figli non avrebbero avuto di che mangiare; la moglie era casalinga ed era lui l’unico a lavorare. Io formulavo queste domande solo per rispettare le regole dell’interrogatorio in cui si deve avere anche il quadro della condizione famigliare dell’arrestato. Gennaro, invece, rispondeva a quelle domande ritenendole l’unica speranza di risvegliare i miei sentimenti di moglie e di madre che avrebbero vinto, nella sua logica e nella sua cultura, sui parametri di valutazione che devono guidare un magistrato.
Continuava a restare imprigionato, non tra le mura del carcere, ma nelle maglie della banalizzazione, riduzione, semplificazione di me come donna, rinchiusa nel suo atavico ed esclusivo ruolo famigliare. Continuava a non riconoscermi nella mia funzione di giudice che deve accertare fatti, reati, responsabilità.
Volevo spezzare subito quel suo lamentoso modo di utilizzare i suoi affetti per uscire di prigione.
«Si va bene, ho capito, passiamo adesso a quello che le viene contestato, addebitato.»
Avevo iniziato ad enumerargli, uno dietro l’altro, gli appostamenti dei carabinieri, gli orari in cui era stato visto scaricare quintali di rifiuti, le intercettazioni telefoniche dalle quali emergeva che aveva preso accordi con decine e decine di imprenditori senza scrupoli.
La mia voce, adesso, era seria, ma pacata e sicura, era tornata ad essere quella mia, orfana dei modelli e per questo vera. Erano le carte che mi davano sicurezza, erano il rigore e la fatica con cui avevo messo insieme i pezzi dell’indagine a rendermi un giudice davanti a quell’uomo e al suo avvocato.
Adesso era Gennaro che, a sentirsi snocciolare date, luoghi, persone e telefonate, abbassava lo sguardo, temeva il contenuto delle mie parole, vedeva di fronte a sé un magistrato, anzi una magistrata, con la camicetta a fiorellini, che non veniva abbindolata dalla febbre di suo figlio o da melensi paesaggi familiari.
Gennaro aveva cambiato registro, la sua sfrontatezza era sparita, i nostri ruoli erano finalmente chiari. Io avevo ritrovato la mia voce, perdendo quel suono impostato dell’inizio, e mi sentivo libera, senza lacci e senza modelli, se non il mio; lui aveva dismesso l’iniziale sguardo arrogante e il successivo lamento familistico, per essere un uomo che si misurava con le proprie scelte e con le proprie responsabilità. Ritrovandosi ciascuno in quello che eravamo, nessuno aveva il senso di avere perso.

L’interrogatorio era finito

L’interrogatorio era finito; il verbale era stato chiuso con le nostre firme, la mia sopra la sua.
Di quello che era accaduto in quell’auletta non era rimasta altra traccia che della parte meno significativa: le parole.
Avevo riordinato le mie carte, aggiustato alla bella e meglio i capelli e ripercorso verso l’uscita quel lungo corridoio tirato a lucido, sentendo la leggerezza del mio corpo femminile e tutto il peso della responsabilità di tenere un uomo in carcere.
Gennaro mi aveva insegnato tante cose in quel poco tempo e non lo avrebbe mai saputo. La più importante per me era che non ero solo un giudice, ma un giudice donna che, per entrare nel merito di un’accusa da formulare, doveva in pochi secondi demolire, dentro e fuori di sé, millenni di pregiudizi, tenere lo sguardo dritto e sicuro, nonostante i presenti facciano di tutto per farglielo abbassare e vederla cedere, poi cambiare voce per renderla maschile e dura, ed infine ritrovare la propria, diversa e femminile, l’unica capace di rendere l’istituzione credibile ed autorevole.
Questo disagio, questo complesso percorso di nascondersi, per poi mostrarsi ed infine imporsi, che appartiene a tutti i luoghi in cui si sviluppa un rapporto di forza, come quello dell’interrogatorio, forse è stato vissuto da ogni mio collega, uomo o donna che sia, specialmente all’inizio della propria attività professionale.
Trovarsi ad interrogare uomini potentissimi, intoccabili toccati, sanguinari senza scrupoli, capi-cosca protetti, brigatisti ideologizzati, gente che gestisce migliaia di miliardi con scaltrezza e professionalità o che conserva archivi capaci di ricattare metà del Paese, non è facile per nessuno.
Con ognuno di loro si apre un diverso canale di comunicazione, di riconoscimento, perché ognuno ha i propri codici interpretativi della realtà, i propri valori. Tutti profondamente diversi.
Ma mentre per un uomo c’è solo – si fa per dire – la difficoltà oggettiva di mettersi alla prova per quello che si rappresenta e che si è, ovvero per la propria professionalità; per una donna si aggiunge un altro pezzo, che necessariamente precede questo: essere riconosciuta dal proprio interlocutore, chiunque esso sia, come magistrato e non come l’altra metà del cielo che, per millenni, è stata estromessa da qualsiasi luogo decisionale perché inadeguata, incapace, irrazionale. Solo corpo, intellettualmente inesistente.
E vi assicuro, per averlo vissuto e viverlo, che non è cosa da poco.
Ma lo possono garantire anche le mie colleghe, molte, se non addirittura tutte, cosa vuol dire farsi gelare dallo smaccato e ostentato rifiuto di te come magistrato, da parte di chi hai davanti.
Come quando una mia amica, pubblico ministero di una zona calda del Sud Italia, si è sentita chiedere da un pluriergastolano che era stato portato dinnanzi a lei, in base ad un provvedimento sottoscritto da lei, scortato da dieci poliziotti per essere interrogato proprio da lei, in una stanza della Procura della Repubblica contrassegnata da una targhetta con il nome di lei ed in cui era presente solo lei, con i suoi splendidi e intelligenti occhi neri resi ancora più intensi dal rimmel, «Aund’è u magistratu?» (Dov’è il magistrato?).
Quell’uomo con quelle parole, dette in dialetto stretto, aveva voluto, così, darle uno schiaffo in pieno viso.
Contro l’evidenza non voleva riconoscerla come magistrato perché era una donna, e per di più giovane e bella.
Non poteva avere in mano il suo destino quella ragazza che, con molta sagacia e prontezza, senza perdere la calma e con tono istituzionale, lo aveva fulminato con un secco: «Ce l’ha di fronte». Se quell’ergastolano fosse entrato nella porta accanto, in cui c’era una targhetta con il nome di un uomo, non avrebbe mai osato sfidare il pubblico ministero con quell’arrogante domanda.
Anche a me la posero. Mi trovavo in udienza pubblica, dietro l’unico scranno alto collocato di fronte a tutti, con la toga nera indosso, i codici ben ordinati l’uno sull’altro e il fascicolo dell’imputato aperto davanti: «Signurì vacci a chiamà lu giudice».
Diversamente dalla mia amica pubblico ministero io, però, non avevo trovato subito le parole giuste e alla fine dell’udienza avevo vomitato per la rabbia.
Le reazioni da tenere di fronte a queste schiaffeggiate pubbliche non te le insegna nessuno. Come nessuno ti spiega che inesorabilmente, prima o poi, ti accadrà.
Le donne non ne parlano e imparano da sole cosa dire e cosa fare.
C’è poi un altro modo, ancora più sottile e infido, per squalificare, nei corridoi degli uffici giudiziari, nei commissariati, nelle caserme e nelle carceri una donna magistrato per il suo profilo professionale definirla: “una mamma di famiglia” se un suo provvedimento non lo si condivide; invitarla a cena senza conoscerla, mentre si discute di come eseguire un sequestro; fare apprezzamenti sulle sue forme, quando si allontana dopo avere tenuto un interrogatorio impegnativo, pensando di non essere sentiti; guardare insistentemente e senza vergogna la sua solo accennata scollatura, osservata allo specchio mille volte prima di uscire da casa per evitare che attiri sguardi sgraditi e inopportuni. Ma noi vediamo, sentiamo e percepiamo tutto. Con fastidio, rabbia, scherno, disprezzo. E tra noi, solo tra noi, ce lo diciamo. Passandoci, di bocca in bocca, i nomi di questi galantuomini, per stare attente.
Quello che sapevo adesso è che l’interrogatorio di Gennaro, dopo il nostro duello di sguardi, mi aveva restituito la vista: su di me, sul mio corpo femminile, sulle ragioni della mia scelta professionale.
Era questo il primo senso che avevo ritrovato.
Era accaduto a Napoli, e non poteva che avvenire in questa martoriata e generosa città, in cui il cielo sereno e carico di sole, illusoriamente, si confonde con un furioso mare in tempesta che cattura e distrugge.
Sentivo che nella mia vita, come nella mia professione, doveva iniziare la ricerca degli altri quattro sensi.

https://www.amazon.it/giudice-Una-donna-magistratura/dp/8897919030

Image credit: Rozenn Le Gall, 2018
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