Zen attitude

Zen attitude

di Cecilia Manganelli (Ancona)

Ho trascorso a Chios un paio di settimane alla fine dello scorso Novembre.
Avevo letto decine di articoli e newsletters di ong e associazioni che lavorano negli hot spot delle isole greche, mi bruciava una urgenza di esserci, pur consapevole che sarei stata parte di quello che qualcuno ha definito turismo umanitario.
Come se un breve soggiorno potesse attenuare quel doloroso senso di responsabilità individuale e collettiva dell’essere testimone passiva di un olocausto moderno.

Parto con Doriana che è gia stata molte volte sull’isola, ha dei contatti con la “Chios people’s Kitchen” e con “One family no borders” , una piccola ong norvegese che raccoglie fondi e ogni paio di mesi circa organizza distribuzioni al campo di VIAL. Lavoreremo con loro.

Abbiamo prenotato una umida casa nel “castello” di Chios, il centro storico proprio a ridosso del primo campo di “accoglienza”, quello di Souda allestito dall’UNHCR sotto le mura nel 2015.
Racconta Doriana che all’epoca la popolazione aveva dato prova di grande solidarietà.
E’ in quel periodo che nasce la Chios people’s kitchen, come cuochi alcuni membri di una associazione coreana: preparava e distribuiva un pasto caldo al giorno per un numero sempre crescente di persone.

Col tempo alle condizioni già precarie del campo – pochi tendoni dell’unhcr, qualche bagno chimico maleodorante – si aggiunge una distesa di tende da campeggio per lo più donate da cittadini e associazioni, una situazione invivibile già dopo pochi mesi. Dopo un anno sono circa un migliaio le persone che “vivono” li, sciamano nei bar e nei locali del centro alla ricerca di un riparo dal caldo o dal freddo, di wifi, di un bagno, di una umanità altrove negata.

Quando le autorità spostano il campo a Vial, nel 2017 i sentimenti dei cittadini sono ormai cambiati: il campo ha subito vari incendi dolosi, due volte di notte dall’alto delle mura del castello qualcuno ha scagliato sopra le tende dei massi enormi che solo per un fortunato caso non hanno fatto vittime, i negozianti non vedono più di buon occhio persone sporche e maleodoranti frequentare le loro botteghe.

Vial è un ex compattatore di spazzatura a circa 10 km da Chios città, in mezzo a verdi campi di ulivi: dentro un recinto di filo spinato e torrette di guardia vengono preparati container e bagni per 1040 persone.

Al mio arrivo i “residenti” sono più di 5.000.

Io e Doriana iniziamo il nostro lavoro con alcuni turni in cucina; i coreani non ci sono più, i pasti che vengono preparati non sono più distribuiti al campo ma negli appartamenti in città dove vivono alcune famiglie “vulnerabili” – donne sole con bambini, disabili – e ad una associazione che ospita una quindicina di minori non accompagnati.
Cento pasti al giorno circa, per quattro giorni a settimana, un pasto a settimana ai minori che vivono al campo – sono un centinaio- occasionali distribuzioni di cibo secco.

Si fa carico dell’organizzazione del tutto Kostas, uno dei pochi di Chios che ancora si prodiga in ogni modo possibile. Lo incontro una mattina in cucina, uno sguardo limpido che lascia trasparire una stanchezza interiore, ci racconta di come a poco a poco le associazioni che rendevano più civile se non umana la permanenza dei migranti incastrati nell’isola se ne siano andate, di come non ci siano più la scuola per i bambini, le attività per gli adulti, i trasporti dal campo alla città…. Ci racconta di come le poche persone che ancora si danno da fare come lui siano oggetto di un ostracismo sociale che mette a dura prova relazioni , famiglia, lavoro…

Nel frattempo la famiglia Hoff, l’anima di “One family no borders” ha cominciato la distribuzione di coperte al campo. Per quanto la temperatura di giorno sia ancora mite, le notti sono gelide e la pioggia ha cominciato ad imperversare….

Le distribuzioni vengono fatte in una stradina laterale a 5 minuti a piedi dal campo, lontano dagli sguardi della polizia. Collaborano con gli Hoff un nutrito gruppo di ragazzi del campo: la sera distribuiscono dei biglietti settore per settore con scritto il giorno in cui ritirare la coperta.
Quando arriviamo io e Doriana hanno già distribuito 1.000 coperte, serviranno altri 10 giorni circa per distribuire le altre 5.000.

Ogni giorno al nostro arrivo decine di persone in coda : l’attesa è la costante della quotidiana sopravvivenza al campo. Si fanno code di ore per l’unico pasto fornito, per l’acqua, per il medico – due per tutto il campo-, per i pochi legali delle ong, per l’abbigliamento, per il bagno.
Devi essere paziente al campo mi raccontano i ragazzi che lavorano con noi, “zen attitude” mi dicono, “strong mind“, non devi lasciarti sopraffare dallo sconforto o dai pensieri , devi essere “focused“, restare concentrato e lontano dai guai.

E i guai in un campo infernale come Vial sono dappertutto, persone perfettamente innocenti incastrate in un limbo, imprigionate per mesi e anni – si può arrivare a 3 anni di permanenza-, la frustrazione e la rabbia è facile che abbiano il sopravvento e una scintilla può scatenare risse e violenze. Si vive costantemente nella tensione e nella paura, le donne non escono dalle tende appena comincia ad imbrunire, un tacito coprifuoco. ‘Vial problem’ è il mantra di tutti.

Il terzo giorno O. arriva tardi all’appuntamento, mi dice che deve rinnovare il permesso che scade ogni 30 giorni, ma che lo sportello oggi non avrebbe aperto e ci tornerà il giorno dopo. Quando sono ripartita non era ancora riuscito a rinnovarlo….

Dopo una settimana io sono già in frantumi, le enormi pozzanghere nella strada della distribuzione sono solo un vago sospetto dell’inferno nel campo: nella notte una pioggia battente ha allagato tutto, gli enormi cumuli di spazzatura sono franati spargendo ovunque liquame e immondizia, molte tende sono crollate. La jungle di tende affastellate fuori dalle reti dell’hotspot ufficiale è un mare di melma scivolosa, tutt’intorno un affaccendarsi alla ricerca di bastoni, teli, mattoni, pietre, qualsiasi cosa che possa fare da argine all’acqua.

Ogni ramo degli alberi intorno, ogni rete disponibile, ogni palo ha il suo umile bucato appeso ad asciugare. Comprese le coperte appena distribuite

‘Vial problem’…

Sono sopraffatta da un senso di rabbia e impotenza: decine di foto e reportage che documentano l’orrore dei campi profughi, la loro violenza e deumanizzazione, lo svilimento della vita delle persone, non hanno impedito che tutto ciò si ripetesse ancora e ancora. Mi chiedo se avessimo visto i campi di sterminio cosa avremmo fatto, perchè ora che li vediamo e li sappiamo, ora che sono ben noti nelle nostre isole di vacanza o a cento chilometri dalle nostre coste, ora che irrompono nelle nostre case dagli schermi delle tv e dalle pagine dei giornali, ora che facciamo?

Nota esplicativa di Daniele Valeri (Avvocato in Ancona -A.S.G.I.)

Nel 2016 l’Unione Europea e la Turchia iniziano a lavorare su un accordo per limitare il numero di rifugiati che arrivavano in Europa attraverso le isole greche del Mar Egeo (Lesbo, Kos, Leros, Samos e Chios).
L’accordo prende forma il 17/18 marzo 2016 (Cosiddetto accordo UE-Turchia come decisione dei Capi di Stato e di Governo dell’UE) e prevede:

  • a) il respingimento forzato verso la Turchia dei richiedenti asilo giunti in Grecia attraverso il territorio turco dopo che la loro domanda di asilo è stata dichiarata inammissibile
  • b) la possibilità di respingere forzatamente verso la Turchia tutti i cittadini stranieri giunti in Grecia dopo aver attraversato il territorio turco che non abbiano presentato la domanda di asilo
  • c) Per ogni profugo siriano che viene rimandato in Turchia dalle isole greche un altro siriano verrà trasferito dalla Turchia all’Unione europea attraverso dei canali umanitari (in realtà questa parte di accordo risulta ad oggi non eseguita).

Per effetto di questo accordo nelle 5 isole citate esistono dei centri per l’accoglienza e l’identificazione delle persone che arrivano e che a quel punto devono necessariamente rivolgere domanda di protezione internazionale alla Grecia per non essere respinti e reinviati in Turchia.
Questa politica di fatto ha creato una restrizione geografica delle persone sul territorio greco dato che, eccettuati alcuni casi, ai richiedenti asilo non è permesso trasferirsi nella Grecia continentale né lasciare le isole di sbarco.
La restrizione geografica delle persone unitamente all’enorme ritardo nell’evasione delle richieste di protezione internazionale ha creato luoghi di vita infernali che, riteniamo, non sono degni di stati che si definiscono democrazie moderne.

Il 31 ottobre 2019 Dunja Mijatovic, commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa, dopo una visita ai centri di accoglienza di Corinto e delle isole di Lesbo e Samos ha dichiarato “La Grecia deve trasferire con urgenza i richiedenti asilo che si trovano sulle isole dell’Egeo e migliorare le condizioni di vita nei centri d’accoglienza”, che sono “esplosive” e al “limite della catastrofe. La situazione dei migranti, inclusi i richiedenti asilo, sulle isole egee è drammaticamente peggiorata durante l’ultimo anno e sono necessarie misure urgenti per migliorare le disperate condizioni in cui vivono migliaia di esseri umani”.

Con una recentissima pronuncia, la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo ha accordato una soluzione immediata per salvaguardare l’integrità fisica e psicologica di cinque minori profughi non accompagnati, presenti sull’isola di Samos, in Grecia, disponendo che il governo greco dovrà disporre il loro tempestivo trasferimento in un luogo sicuro, nel rispetto dell’art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, che sancisce il divieto di tortura e di trattamenti degradanti (https://www.asgi.it/notizie/cedu-minori-samos/).

Image credit: Jofre Oliveras- Doug
https://jofre.net

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