Anestesia cognitiva

Anestesia cognitiva

L’uomo che incontro ogni giorno è tutto quello che non vorrei mai essere, ovvero, mai essere stato se, come qualcuno ritiene, si possano vivere più esistenze, più vite. Non desidererei esserlo mai, per tutto l’oro del mondo. Non tanto per l’avversione che provo per la volgarità di certe posture o per la rozzezza di determinati comportamenti ovvero ancora per l’eloquio scomposto e incerto che lo accompagnano, quanto, piuttosto, per una faccenda di coerenza del vivere. Insomma sì, coerentemente, cerco di fuggire a gambe levate dalla tragedia della mediocrità. (La Disequazione Y. Massimo Corrado Di Florio)

Immagino che questo accada a tutti. Se poi mi sbaglio, peggio per chi non fugge. Ad ogni modo, l’uomo che purtroppo mi capita di incontrare ogni giorno è tutto ciò che non vorrei mai essere stato. Nessuno ha ancora ben compreso di chi io stia parlando.

Adopererò, perciò, uno spunto letterario nobile. Disvelo il mistero attraverso la chiarezza narrativa di uno Scrittore (prego, notare la esse maiuscola):

“Sentite, figliuoli; date retta a me,” disse, dopo qualche momento, Agnese. “Io son venuta al mondo prima di voi; e il mondo lo conosco un poco. Non bisogna poi spaventarsi tanto: il diavolo non è brutto quanto si dipinge. A noi poverelli le matasse paion più imbrogliate, perché non sappiam trovarne il bandolo; ma alle volte un parere, una parolina d’un uomo che abbia studiato… so ben io quel che voglio dire. Fate a mio modo, Renzo; andate a Lecco; cercate del dottor Azzecca-garbugli, raccontategli… Ma non lo chiamate così, per amor del cielo: è un soprannome. Bisogna dire il signor dottor… Come si chiama, ora? Oh to’! non lo so il nome vero: lo chiaman tutti a quel modo. Basta, cercate di quel dottore alto, asciutto, pelato, col naso rosso, e una voglia di lampone sulla guancia.” …“quello è una cima d’uomo! Ho visto io più d’uno ch’era più impicciato che un pulcin nella stoppa, e non sapeva dove batter la testa, e, dopo essere stato un’ora a quattr’occhi col dottor Azzecca-garbugli (badate bene di non chiamarlo così!), l’ho visto, dico, ridersene. Pigliate quei quattro capponi, poveretti! a cui dovevo tirare il collo, per il banchetto di domenica, e portateglieli; perché non bisogna mai andar con le mani vote da que’ signori. Raccontategli tutto l’accaduto; e vedrete che vi dirà, su due piedi, di quelle cose che a noi non verrebbero in testa, a pensarci un anno.”

Ora è tutto più chiaro: 1-non vorrei essere -mai!- quel tipo d’uomo; 2-non è questo un avvocato. Probabilmente il Manzoni aveva problemi irrisolti con la legge. Il parafulmini, come d’abitudine, l’avvocato. Ma sì! L’avvocato che sempre più spesso viene confuso con gli interessi e le istanze dei propri clienti. Un tragico errore che, ahimè, non appartiene al mondo che circonda i tribunali ma permea di sé i tribunali stessi e, con essi, tutti gli operatori che lì ci lavorano e alcuni, semplicemente, stazionano.

Tornando all’Alessandro nazionale, sappiamo tutti come andò a finire: l’asservito dottore rifiutò il cadeau poiché intimorito dalla sicura reazione violenta del potente di turno. A ben vedere, trattasi di reazione ben tipizzata e che attraversa, impunemente, l’intera storia dell’uomo superando, d’un balzo e trasversalmente, categorie, ruoli, professioni e istituzioni.

Il potente, per esserlo, deve far paura. In mancanza, nemmeno la più timida sceneggiata napoletana conoscerebbe il successo che ben le appartiene di diritto e, con essa, o’ malamente finirebbe, per così dire, male.

Di certo, proprio perché questo mio breve articolo non vuole essere nemmeno un ologramma auto celebrativo della nobile professione, va anche detto che il male della odierna intellettualità della professione forense risiede in una sorta di “anestesia cognitiva” che, in quanto tale, è la esatta misura del tempo frettoloso che viviamo e, allo stesso tempo, la espressione più o meno cosciente della pavidità umana.

Insomma, non è una novità affermare che il ruolo dell’avvocato oggi si trova appiattito su certe posizioni meramente compilative e assai poco coraggiose se messe di fronte alla (questa, sì) continua e reiterata autocelebrazione del sé manifestata a più riprese da una certa magistratura apparentemente indipendente e comunque sonnacchiosa e infastidita.

Siamo arrivati al trionfo dell’imperativo farmacologico delle benzodiazepine, “bellezza”! Gli avvocati infastidiscono, sì. Lo fanno quando si ribellano alla potenza sedativa degli ansiolitici culturali.

Gli avvocati infastidiscono quella certa forma politica della impossibilità di crescere che va annoverata nella c.d. uterotopia. Per dirla con Danilo Dolci: “l’immaginario creativo opera oltre sé…smette di inchinarsi riverente a chi distrugge distruggendosi, smette d’inchinarsi riverente alla miope smania del principe, cerca nel governare corresponsabili prospettive” (Danilo Dolci, Poema umano, Einaudi, Torino 1974).

Gli avvocati non asserviti alla legge ma servitori del Diritto infastidiscono. Gli avvocati che non sono vittime della dittatura dell’opinione e che sono contro la semplificazione dell’essere e dell’agire mostrano una reale avversione nei riguardi del sempre più diffuso astio verso la complessità. Un avvocato dovrebbe essere l’alfiere dell’esatta contrapposizione nei riguardi della pur diffusissima celebrazione del nulla.

Ecco chi vorrei sempre essere.

Photo credit: images.fineartamerica.com/streak-koji-tajima

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