ANTI-STIGMA
Come dice qualcuno, persino una foglia che cade può graffiare l’aria prima di posarsi a terra. Anche una cosa così delicata può trasformarsi in un cacofonico stridore. L’etica, così impalpabile, se infranta, è come una foglia che si stacca dal ramo.
Per quanto il clima attuale vada progressivamente riscaldandosi, se fosse possibile usare un misuratore della complessiva temperatura sociale, comunque un immaginario termometro dichiarerebbe formalmente la resa senza condizioni. Non è una novità assoluta. L’atmosfera è irrespirabile.
Un bancarottiere al governo è molto di più della fantasiosa cacofonia da caduta fogliare.
Però mi sia concesso affermare che non è mai vano ogni tentativo di segnalare lo sdegno per ciò che accade. L’abitudine al peggio, infatti, rischia di diventare una sorta di percorso di sdoganamento del brutto che, col suo lento procedere, appiattisce ogni più sfumata diversità.
Il punto sta tutto qui. Parliamo di divario. Divario tra ciò che è espressione della identità sociale virtuosa e ciò che è identità sociale effettiva, dove l’effettività sta finendo col coincidere con il brutto, un brutto, per così dire, etico.
Personalmente avverto la mancanza di una immagine, di un “segno” che descriva il discredito, qualcosa che mi aiuti a comprendere che un tratto differenziato tra ciò che si deve fare e ciò che non si deve fare ancora esiste. A furia di invertire le regole del gioco si è giunti nell’effimero mondo del gioco delle regole, a mio parere mutevole, liquido, malfermo, arbitrariamente variabile e funzionalmente legato ad interessi che, poco o nulla, hanno a che vedere con il bene della collettività.
Il segno negativo, visto come limite, insomma lo stigma, è venuto del tutto a mancare. Dove è andato a finire il giudizio di riprovevolezza? Caduto in un buco nero, giusto per non dimenticarci delle recenti scoperte scientifiche.
Probabilmente ha ragione Erving Goffman (“Stigma – Note sulla gestione dell’identità degradata”) quando sostiene che una persona con un determinato stigma, allorchè raggiunge una certa posizione sociale e magari diviene un rappresentante professionale di gruppi e/o di collettività omogenee, tende non soltanto a crearsi una nuova carriera ma anche e soprattutto a professionalizzare perfino uno stigma.
I leaders che, “invece di appoggiarsi alla stampella, arrivano a servirsene come mazza da golf, cessando in termini di partecipazione sociale, di essere rappresentativi delle persone che rappresentano”.
L’asimmetria impressa da un comportamento deviante, se proveniente dal rappresentante professionale abilita, tristemente, i rappresentati a seguirne le orme attraverso il meccanismo della giustificazione del comportamento stesso. L’asimmetria, ovviamente, non è lo stigma; essa è, semplicemente, la espressione del deviare che nasce proprio dalla profondità negativa dello stigma medesimo. In questo contesto, da noi, il più tipico comportamento deviante è il rifiuto a seguire i principi fondamentali della nostra Costituzione. Il guaio è che l’abitudine crea la prassi e la prassi troppo spesso esaltata, finisce col validare la deviazione stessa. Mi ripeterò: è la liquidità che ci sommerge.
Qual è effetto finale? La scomparsa del segno riprovevole poiché tutti siamo segnati. E la ricerca delle sfumature negative diviene una inutile (negativa) ricerca del nulla. Ma ecco la creazione del nuovo stigma, anzi, di un anti-stigma.
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