una giovane vita scherza con la morte

Binomio violento

di Ida Grimaldi (Avvocata in Vicenza)

Violenza contro le donne e violenza contro i bambini: un binomio spesso inscindibile

Quella della violenza alle donne è una questione tanto antica, quanto delicata e spinosa: non è un male moderno, ma è così radicato nella tradizione e nella mentalità del passato da poter essere definito a buon diritto storico e culturale al tempo stesso, nonché di discriminazione di genere.

Il ‘900 è stato certamente il “secolo sparti-acque” per quanto attiene l’eliminazione della vergognosa discriminazione di genere. Molto, moltissimo, in questa sotto-cultura, è radicalmente cambiato dacché “le donne erano ristrette dà voleri, dà piaceri, dà comandamenti dé padri, dé fratelli e dé mariti” e molta “malinconia o gravezza di pensieri” (G. Boccaccio, “Decameron”: Proemio), tutta coniugata al femminile, si è stemperata nel corso dell’ultimo cinquantennio grazie all’abbattimento dei pregiudizi culturale e psicologici e a leggi coraggiose ed innovative.

Tuttavia, la quasi quotidiana cronaca di abusi perpetrati soprattutto sulle donne in pressoché ogni ambito, nonostante le conquiste in materia di diritti e Diritto, sembra ancor oggi smentire conquiste, cambiamenti, rinnovamenti.

Una particolare forma di violenza alle donne è quella tra le pareti domestiche, la più difficile da dimostrare e anche da denunciare. La famiglia è il luogo in cui i diritti più difficilmente si fanno valere, perché confliggono o si confondono con i sentimenti. Non solo. Nell’ambiente familiare è più forte la difesa ad oltranza delle convenzioni e del cosiddetto perbenismo, così come è più accentuato il sovvertimento dei sentimenti: è la donna, vittima di violenza, a vergognarsi, a sentirsi in colpa piuttosto che il suo carnefice. Questo paradosso ci porta al nodo della questione: l’incapacità delle vittime di denunciare l’accaduto; sentendosi sottomesse e, al tempo stesso, impotenti, le donne non riescono a prendere il coraggio a due mani e a far valere i loro diritti, anche quando sono vittime di violenza. Nemmeno lo Stato è sentito come difensore, anche perché, nel momento in cui la donna decide di lasciare l’uomo violento e intraprendere il percorso giudiziale, le cose si complicano: laddove c’è violenza domestica, infatti, i procedimenti di separazione possono rappresentare un momento di particolare rischio non solo per le donne che detta violenza subiscono, ma, soprattutto, per i figli che vi assistono. In ricerche svolte presso i Tribunali emerge il dato che i maltrattanti usano nelle separazioni il sistema giuridico come mezzo per continuare a maltrattare ed esercitare il controllo sull’ex partner e sui figli .

Violenza contro le donne e violenza sui bambini risultano essere fortemente correlate anche dopo la separazione.

È pertanto cruciale guardare a questi due volti della violenza come a un unico problema sociale cui dare una risposta integrata, superando, in virtù del confronto con i dati di ricerca, la speranza che un partner violento sia comunque un buon padre e focalizzando l’attenzione sulla protezione e sulla sicurezza della donna e dei figli. Al contrario, spesso, nei Tribunali, emerge una linea di tendenza impegnata ad accusare le madri di voler sottrarre i figli ai padri nelle separazioni, con attacchi pesanti all’attivazione delle risorse protettive materne nei confronti dei figli vittime di violenza domestica e intrafamiliare. Da questo punto di vista non è raro il caso in cui la madre passa da vittima a “imputata”, con processi di autocolpevolizzazione, che rappresentano una nuova e più sottile forma di violenza.

Assistiamo così al c.d. fenomeno della vittimizzazione secondaria, per cui le donne nel percorso processuale ‘non vengono credute’, vengono sottoposte dalle istituzioni, che le dovrebbero tutelare, a procedure di valutazione attraverso analisi del profilo di personalità e genitorialità; messe spesso a confronto, nelle sedute tecniche di valutazione del miglior affido, con i partner abusanti che incutono timore ed implicitamente costituiscono una minaccia per la donna.

Chiari episodi di violenza vengono molto spesso trattati come “conflitti”, offuscandone così la gravità e la responsabilità di chi li ha compiuti e rendendo inoltre legittimi strumenti, come la mediazione familiare, che, invece, sono vietati dalla legge in presenza di violenza: così l’art. 48 della Convenzione di Istanbul del 2011, ratificata in Italia con Legge n. 77 del 2013. La violenza esclude quella parità di posizioni che i genitori devono avere per un esercizio effettivamente condiviso della responsabilità genitoriale.

Spesso, tuttavia, i professionisti di area psico-sociale e giuridica, non esperti di violenza domestica, falliscono nell’individuare la presenza della violenza da parte del partner e incorrono in errori interpretativi, portando a decisioni potenzialmente pericolose per le donne e per i bambini,: é invece fondamentale essere in grado di eseguire una valutazione del rischio volta ad impedire azioni come quelle che conducono all’omicidio di mogli o compagne e figli.

E’ necessaria una formazione specifica sulla violenza domestica per tutti i professionisticoinvolti. Lo stesso legale, quando è chiamato alla tutela di una donna vittima di violenza, se da un lato deve garantire “l’ingresso in Tribunale” della Convenzione di Istanbul, dall’altro deve capire se questa donna ha le risorse necessarie per affrontare il percorso di uscita dalla spirale delle violenza; se così non fosse, deve trasmetterle che, quando le risorse individuali non sono sufficienti, quando la rete familiare è inadeguata, quando gli amici non capiscono e quando, in ogni caso, la situazione diventa drammatica e insostenibile, è fondamentale chiedere aiuto.

Spesso, infatti, il legale da solo non basta perchè, soprattutto per i fenomeni riguardanti i soggetti più deboli, nella nostra società la “tutela giudiziale” da sola non è sufficiente, in quanto se manca un sub-strato di servizi, di attività realizzate attorno alle persone, la tutela legale rimane legata all’ambito delle cose espresse ma non praticate.

Image credit: Olga Diasparro, Crepe nell’anima, Bari, 2018

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