breve diario di un morto per mare

Breve diario di un morto per mare

di Massimo Corrado Di Florio

Un grande mare davanti a me. Mi osserva immobile, come solo il mare può fare; quel mare così severo, perché immenso e misterioso, contiene in sé le emozioni di quanti gli si sono già affacciati davanti. Racchiude, questo mare, ogni piccola stilla di pensiero, persino quelli neanche mai esternati, quelli nati e abortiti sul nascere perché troppo pericolosi, ovvero, troppo semplici.

Non meritevoli, sia i primi che i secondi, di essere comunicati. La complicità del mare è completa, silenziosa, sempre disponibile ad accogliere e senza mai chiedere nulla in cambio. Un’avidità senza limiti, lontana da qualunque forma di giudizio morale, un serbatoio naturale e naturalmente accessibile a tutti, senza distinzioni.

L’acqua, però, raccoglie e conserva senza mai restituire nulla. Eppure, da questo grandioso contenitore si è ammaliati, forse perché ci lascia intuire la sua altrettanto grandiosa memoria, la memoria di tutti, del tutto, una memoria fatta di tante memorie degli uomini andate lì ad immergersi e a farsi rapire.

Ma quella stessa memoria è gelosa e nient’altro racconta se non quello che immaginiamo possa dirci. Ed è in quel momento che inizia l’ipnosi dalla quale è difficile distrarsi. La nostra immaginazione ci porta verso il rapimento.

Mare e Memoria, l’una e l’altro in accordo scellerato col nostro tacito consenso, e non v’è più un cominciare, né un finire che salvi la nostra mente: essa è assorbita e riversata nella sterminata distesa d’acqua, dentro la memoria acquosa del mare.

E così come non esistono tanti mari, ma uno solo, così esiste una sola memoria, a noi ignota, poiché non completamente svelata. Il mare conosce le nostre debolezze, così come le nostre forze, e le une come le altre -il mare lo sa bene- sono indissolubilmente legate a filo doppio, tanto da indurre ogni spettatore indeciso a sciogliere il più intricato voto di segretezza.

Il mare affascina senza mai raccontare e ci convince, col suo silenzioso e costante movimento, che è proprio nel suo non raccontare che risiede il suo fascino. E la seduzione, questa seduzione, fa scivolare, scivolare, scivolare, portandoci verso un agone senza competizione, poiché siamo già vinti dal suo affascinamento, consapevoli dell’incantamento, il suo.

In questo enorme pezzo di me, ognuno conta, a modo suo, senza farsi condizionare dal tempo di tutti gli altri. E il tempo degli avvenimenti è esso stesso un tempo unico e necessariamente diverso rispetto agli altri, poco importando se poi, in effetti, lo scorrere delle lancette di un qualunque orologio si muova sempre e costantemente nella stessa direzione e sempre e costantemente con lo stesso ritmo.

Così, c’è il tempo che non passa mai e quello che passa troppo velocemente; eppure, entrambi i tempi, quello lento e quello rapido, hanno seguito la stessa identica melodia di un qualunque cronometro.

In questo enorme mare, un pezzo di me, davvero un pezzo di me. In fin dei conti, l’unico vero tempo che conta è quello che affidiamo al nostro pensare, al pensare della nostra anima. Il resto, ciò che rimane, tutto ciò che rimane fuori dal “sé”, scandisce elementari funzioni di vita che regolano unicamente una vita biologica fatta dai piccoli gesti del mangiare o del bere.

E tutto questo nulla ha a che vedere con la misura, con il conto di ciò che è stato e di ciò che sarà. Persino il vivere presente, l’attuale, è privo di misura, poiché la misura stessa è pur sempre fatta di un prima e di un dopo relativi.
Nei dintorni di questo mare immenso, tutto il mondo continua a girare esattamente nella stessa maniera di sempre, coi suoi ritmi, le sue interruzioni, i suoi precisissimi meccanismi ed i suoi incastri.

Una mirabolante giostra all’interno della quale si consumano gioie e disgrazie, ripartite in egual misura, talvolta col prevalere delle prime, talaltra delle seconde, ma entrambe in un sempiterno e magistrale rapporto di equilibrio matematico. Un luna park delle emozioni, un tiro a segno delle anime, la riffa delle occasioni perdute, l’elegia del gioco e della scommessa.

Ciò che non combacia finisce, o prima o poi, per combaciare alla perfezione.
In questo mare di morti dimenticati la pietas, di cui il destino è capace, è solo una parvenza di generosità verso chi, come molti tra noi, cerca di tracciare una linea o di attraversare un confine. E una morte e una vita, al di là delle singolarità loro proprie, altro non sono se non la morte e la vita.

Il dolore, la tristezza, il rancore, la malinconia, non possono che appartenersi ai singoli. Ben vana cosa la presunzione di sostenere che la conoscenza dell’animo altrui produce comprensione. Il vero motore immobile del mondo è la curiosità, quella strana cosa che spinge a sommare i piccoli passi di ogni giorno per dimenticare, da un lato, la parziale somma stessa, e, dall’altro, l’ineluttabile arrivo della fine-corsa.
Di mare si muore, anche tra i suoi dintorni.

Mi ripeterò: tutto il mondo, gira esattamente come sempre, da sempre, un po’ divertendosi, un po’ annoiandosi, un po’ qui, un po’ lì, come se fosse impegnato a nutrire pollame, spargendo becchime a casaccio, ovvero, accordando premi e regalìe di vario genere, ma sempre secondo il gesto della elargizione di un nutrimento per polli: chi vuole, può gonfiarsene la pancia ma senza mai sapere se quel mais appena beccato ha un sapore amaro, oppure dolcissimo. Il caso, come unica strada tracciata nel caos.

Una vita, una morte, una vita, una morte, da una vita, una morte, da una vita, verso una morte. E dentro, tra una vita e una morte, una certa quantità di becchime, tra tante altre vite e tante altre morti.

Nessuno, in realtà, pensa mai a sufficienza agli interventi del caso, sia quando esso si mascheri dietro la romantica figura del destino (nome privo di senso se non fossero gli uomini ad attribuirgliene uno e, tutto sommato, anche più di uno), sia pure quando -smascherato- non assuma vesti particolarmente piacevoli. E allora, così denudato, diventa azzardo, gioco pericoloso, lotteria, rischio, rischio calcolato (pia illusione quest’ultima veste), gioco eccitante, piacevole, sensazione di abbandono (solo una sensazione, null’altro).

In ogni e qualsivoglia tenuta si presenti, contrariamente a quel che si pensa, il caso, semplicemente c’è. Si affaccia, osserva le parti in causa, decidendo quante e quali parti debbano esserci e quanti e quali ruoli debbano assumere, le valuta, le soppesa, le irretisce e le seduce, le conduce verso l’errare. E la doppia valenza della parola -errare- già svela le sottili arti manovriere che il nostro caso utilizza. Difficile capirne il significato quando si inizia il gioco, quando veniamo cioè ammantati dal gioco: errare ed errare, entrambe le cose, è così che il gioco inizia. Come sottrarci? E se il sottrarsi fosse già un errare? E, ancora, se il non farlo fosse già errare?

L’acqua da attraversare, con tutti i suoi dintorni, quella stessa acqua che mostra di cullarci, ci chiede una dedizione assoluta, uno smarrirsi senza perché, senza avere più la necessità di ritrovarsi o di trovare qualcosa o qualcuno, e perfino se stessi. Un asservimento totale, incondizionato, senza ripensamenti, una completa assimilazione nel liquido, un lento ed inesorabile diluirsi dove la misura del piacere e la misura del dolore semplicemente non esistono più. L’acqua ed il tempo, cosi come la memoria dell’una ed il fluire dell’altro, pur cullandoci e perciò rapinando definitivamente la coscienza di un ricordo, uno qualunque, da un lato accarezzano e, dall’altro, insegnano a non cercare più carezze. Abbandonarsi nel nulla è un piacevole morire.

Così il tempo ci lascia e così finisce, finisce a noi. Ogni tempo ha un suo legittimo proprietario e non esistono tempi omogenei, uguali. Ognuno ha un suo preciso tempo. Quello che va via ce lo si ricorda per bene, ed i contorni di quella memoria sono netti, privi di sbavature, sono fotografie chiarissime, una specie di scherzo ordito dal tempo. Ricorda il mio fluire, pare voglia dire, ricorda come mi sono allontanato. Si apre la mano, basta poco, un gesto sciocco che si conosce da sempre, e quello, il tempo, se ne va.

Infine, non ci resta che un desiderio, quello di smetterla di desiderare, solo perché ci appare giusto tentare la via dell’affrancazione dal senso di ansia (cui ci porta la paura di perdere ciò che abbiamo o possediamo) o quella della fuga dal senso di frustrazione (cui ci conduce la insopprimibile voglia di uscire da ciò che ci ritroviamo addosso senza aver mai scelto nulla, pur senza mai riuscire ad uscire da nulla).

Una vita amara ci rimane addosso, di questo si tratta, una sorta di fardello verso cui, ad intervalli regolari, mostriamo attenzione. Ed è salutare l’esistenza di intervalli regolari, poiché, altrimenti, ci perderemmo in cunicoli senza fine, come se fossimo diventati novelli mangiatori di fiori di loto ma, tuttavia, senza neanche avere la speranza di incontrare un Ulisse disposto a portarci via da lì.

La nota melodiosa che ci segue o che, talvolta addirittura ci precede, è per l’appunto l’amarezza: né tristezza, né malinconia e neppure rimorso o rimpianto. Un’amarezza densa, catramosa con la quale occorre convivere.
Tutto qui, null’altro se non questo. Le tenui speranze di modificare il corso delle cose, di qualunque cosa si tratti, affondano, lentamente e sadicamente nella massa amara e bituminosa. Così affondo, insieme ai miei sventurati compagni di viaggio.

Così son morto. In questo immenso mare. Un pezzo di me.

Pic.: Paesaggio marino, Olio su tela, Massimo Corrado Di Florio

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