ci sei o ci fai?

Ci sei o ci fai?

di Andrea Casto (Avvocato in Bari)

Quante volte abbiamo giocato con questa domanda provocatoria quando ci sorgeva il dubbio che il nostro interlocutore fosse autenticamente sciocco piuttosto che recitare una parte?
E sì perché un conto è essere qualcuno o qualcosa, un conto è limitarsi a recitare un ruolo.

Proviamo a spostare questo concetto alla funzione di avvocato.
Che differenza c’è tra “fare” ed “essere” avvocato?
Provo a spiegarlo con un esempio: viene da me un assistito con un decreto di citazione a giudizio nel quale gli viene contestata la imputazione di favoreggiamento della prostituzione sol perché con la propria auto si prestava ad accompagnare donne straniere presso i luoghi di meretricio.
Lo sventurato non riesce proprio a comprendere che senso abbia la contestazione di un reato che ha a che fare con lo sfruttamento della prostituzione se è pacifico che non ha mai lucrato un centesimo dalla attività di meretricio delle sue passeggere.

A quel punto posso “fare” l’avvocato limitandomi a spiegargli la differenza tra agevolazione, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione; che faremo di tutto per limitare i danni della pena posto che una pena ci sarà essendo la sua condotta penalmente rilevante.

Ma se “sono” un avvocato potrei non rimanere insensibile ai moti di protesta del mio assistito e, se ne condivido i contenuti, potrei decidere di prendere posizione contro la stessa normativa al fine di farne valutare la legittimità costituzionale.

Parimenti, di fronte ad una assistita che subisce un provvedimento ablativo della responsabilità genitoriale con conseguente affidamento della prole ad una comunità selezionata dal Tribunale per i minorenni, potrei limitarmi a “fare” l’avvocato avanzando istanze volte al rientro in casa dei piccoli, ma potrei avere la soddisfazione e l’onore di “essere” avvocato laddove, prendendo in considerazione le segnalazioni – altrove inascoltate – della mia assistita di scarsa igiene, se non addirittura di maltrattamenti subiti dai suoi figli all’interno della comunità individuata dalla Autorità Giudiziaria, mi attivo per sondare, in base alla mia esperienza, alla mia sensibilità ed al mio intuito, la fondatezza di tali segnalazioni ed ho il coraggio di pretendere la verbalizzazione di tali denunce anche a costo di mettermi contro un sistema che si presume essere valido e corretto.

Ma, forse, l’esempio che più mi piace citare di un professionista che “è” avvocato e che non si limiti a “farlo” è quello di un Avvocato che, di fronte al proprio assistito dilaniato da un provvedimento giudiziale di allontanamento dei suoi figli per effetto del quale non vede questi ultimi da un anno e mezzo a causa di una macchina della giustizia difettosa e che – in ragione di una goffa e macchinosa burocrazia – non gli consente di riabbracciare i suoi amati figli perché non vi è personale dei servizi sociali che adempia alle sue funzioni di collante, decide di dedicare il proprio tempo nei giorni festivi per fungere egli stesso da mediatore tra i coniugi in conflitto così favorendo il riavvicinamento del padre ai propri piccoli e si commuove nel vedere come la sua nobile funzione di ad vocatus sta dando i suoi frutti.

Sì, perché chiamato in aiuto dal proprio assistito, senza bisogno di indossare una toga e senza bisogno di redigere atti su carta intestata sta offrendo una strada per risolvergli i problemi.

Forse tutto questo significa “essere” avvocato piuttosto che “farlo”.
Ed allora non sbagliava Calamandrei quando affermava che “ … Molte professioni possono farsi col cervello e non col cuore. Ma l’avvocato no.
L’avvocato non può essere un puro logico, né un ironico scettico, l’avvocato deve essere prima di tutto un cuore: un altruista, uno che sappia comprendere gli altri uomini e farli vivere in sè, assumere su di sè i loro dolori e sentire come sue le loro ambasce.
L’avvocatura è una professione di comprensione, di dedizione e di carità. Non credete agli avvocati quando, nei momenti di sconforto, vi dicono che al mondo non c’è giustizia.

Per questo amiamo la nostra toga: per questo vorremmo che, quando il giorno verrà, sulla nostra bara sia posto questo cencio nero, al quale siamo affezionati perchè sappiamo che esso ha servito a riasciugare qualche lacrima, a risollevare qualche fronte, a reprimere qualche sopruso, e, soprattutto, a ravvivare nei cuori umani la fede, senza la quale la vita non merita di essere vissuta, nella vincente giustizia. …”.

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