Cinema e processo politico

Cinema e processo politico

di Roberto Oliveri del Castillo (Consigliere della Corte d’Appello di Bari)

Nel 1992, appena entrato in magistratura, leggendo alcune note del prof. Giovanni Fiandaca a sentenze della Corte Costituzionale, i cui interventi sul codice di procedura penale erano all’epoca quasi quotidiani, mi imbattei in un saggio che veniva spesso citato, il cui nome era “I volti della giustizia e del potere: analisi comparatistica del processo” (Il Mulino, 1991) del giurista sloveno-americano Mirjan Damaska.

Il tema mi incuriosiva molto, perché la struttura del processo penale, il ruolo del giudice e lo scopo che si prefigge dice molto dello Stato nel quale si pone come strumento della funzione giurisdizionale. Il quadro di fondo nell’ambito del quale si sviluppava il saggio era il seguente: il giudice è un risolutore di conflitti? Deve occuparsi solo della questione che gli viene posta o deve realizzare obiettivi statali che si trovano al di fuori del processo? È un terapeuta o un educatore? Deve farsi condizionare da scopi esterni al processo o meno?

L’analisi comparatistica e l’approfondimento delle varie tipologie di processo a seconda dell’ambito statale sviluppate nel saggio mi appassionarono talmente che le ricordo ancora adesso a distanza di trent’anni. C’è però un aspetto lasciato in ombra nel saggio, e che spesso si fa strada nelle riflessioni di chi è anche solo un semplice appassionato di processi e di giustizia, senza essere necessariamente un esperto di diritto processuale comparato.

Che accade infatti quando nel processo si affrontano temi che hanno a che fare con concetti come “sicurezza nazionale”, “salute pubblica”, “sicurezza dello Stato”, e simili?
Infatti, ciò che accomuna Stati di diversa struttura politica, di diversa o diversissima tradizione processuale, e che rende superflue le distinzioni tra paesi di civil law e di common law, come di tradizione continentale ed anglosassone, o di paesi dell’est e dell’ovest è un solo tipo di processo: il processo politico.

Quando pensiamo al concetto di “processo politico”, dobbiamo tuttavia intenderci. Vogliamo riferirci al tasso di politicità del processo per la caratura politica dei soggetti coinvolti? O vogliamo fare invece riferimento alla natura dell’accusa? O ancora ai casi, tutt’altro che infrequenti, di processi che coinvolgono gli interessi politici dello Stato?

Tralasciando i primi esempi, mi interessa in questa sede concentrarmi sul quel particolare processo politico caratterizzato dal pregiudizio da parte di chi deve giudicare nei confronti dell’imputato, sia esso per motivi politici, razziali o religiosi: in definitiva, quando si processa “un nemico”, ovvero qualcuno che sia espressione di un gruppo etnico ritenuto avversario o che esprime valori diversi o addirittura antitetici rispetto a quelli espressi dall’ordinamento statale e dal giudice innanzi al quale si svolge il processo (cfr. Alexander Demandt, “Processare il nemico”, Einaudi, 1996).

In questo senso, siamo soliti pensare ai processi avvenuti in regimi autoritari o totalitari, in cui il pregiudizio appare cifra simbolica dello svolgimento del giudizio, fino a farlo giungere ad una decisione stabilita in modo implicito o esplicito prima ancora che il processo inizi, a causa della particolare qualità dell’imputato e degli interessi sottesi al processo stesso. Esempio di tali processi possono essere quelli avvenuti in URSS nell’epoca staliniana, nel periodo delle cd. “purghe” (di cui parla Nicolas Werth in “Nemici del popolo. Autopsia di un assassinio di massa. Urss 1937-1938”), o ai processi durante il III Reich nella Germania di Hitler (di cui parla Ernest Fraenkel nel suo saggio “Il doppio Stato. Contributo alla teoria della dittatura”).

Se limitassimo lo sguardo a questo spaccato, tuttavia, perderemmo di vista il vero pericolo costituito dal pregiudizio politico, ovvero quello di insinuarsi come un mostruoso serpente nelle nostre società occidentali cd. “democratiche” e nei nostri processi penali, normalmente caratterizzati da diritti e garanzie personali costituzionalizzati.
Una volta entrati nel processo in modo subdolo e occulto come un tarlo nel legno, soprattutto in determinati momenti storici, il rischio è quello di rendere il processo stesso un vuoto simulacro, e trasformarlo da luogo di garanzie in strumento di potere fine a se stesso, pericolosamente vicino ai processi in uso in realtà autoritarie di cui abbiamo fatto triste esperienza in Europa nel secolo appena trascorso.

Come spesso accade, tuttavia, il cinema ci mostra vicende che costituiscono una risposta, per quanto inquietante, alle nostre a volte rassicuranti (e infondate) certezze, travolgendole e spingendoci ad assumere un livello superiore di consapevolezza circa la realtà che ci circonda, e per tal via, costringendoci ad aprire gli occhi e a guardarci intorno con la necessaria attenzione, come un cane da guardia che abbaiando, ci mette in allarme da un aggressione in atto o anche solo potenziale.

Prendendo spunto dal bel saggio del collega Antonio Laronga (cfr. “La giustizia crocifissa: le ferite, mai rimarginate, del processo a Sacco e Vanzetti”, in Questione Giustizia, settembre 2017), si può dire che quando in un processo prevale la ragion di stato e il pregiudizio politico, quando si vuole sovraccaricare il processo di finalità estranee al mero accertamento della verità, per assumere scopi di difesa sociale o di affermazione di messaggi di politica sociale, la giustizia e l’imputato vengono “crocifissi”, ovvero viene riprodotta l’ingiustizia del processo politico più famoso della storia, quello a Gesù Cristo, la cui condanna rispose più a motivi extraprocessuali (ad esempio, i buoni rapporti col Sinedrio, l’eliminazione di un predicatore molto ascoltato dalle folle che minacciava il potere del Sinedrio, rispettare la scelta della folla e quindi motivi di ordine pubblico, etc.: cfr. “Il Crucifige e la democrazia”, Gustavo Zagrebelski, Einaudi) la presente riflessione può riguardare, tra i tanti, tre esempi cinematografici di altrettanti processi penali caratterizzati da pregiudizio politico in contesti socio-politici a noi prossimi, ovvero in paesi “occidentali e democratici” e con processi penali astrattamente garantiti, cui mi viene di pensare.

Il primo è un film franco-italiano di Roman Polansky piuttosto recente, “L’ufficiale e la spia”, e tratta del famoso “caso Dreyfus”.
La vicenda è nota. Nel clima da caccia alle streghe successivo alla guerra franco-prussiana del 1870, si diffonde la psicosi della presenza di spie al servizio dei tedeschi. Nel 1894, il capitano francese Alfred Dreyfus, quarantenne ufficiale di origini ebraiche, solo in base a una calligrafia lontanamente somigliante ad un biglietto contenente indicazioni militari riservate destinato all’ambasciata tedesca di Parigi, viene accusato di tradimento e spionaggio, e condannato all’ergastolo da scontare nella Guyana francese, all’Isola del Diavolo.

https://www.empoli.gov.it/sites/default/files/2019-11/L%27Ufficiale%20e%20la%20Spia.jpg

La procedura è da subito caratterizzata da assenza di diritti difensivi, da prove contraddittorie e dalla evidente volontà di trovare un capro espiatorio, con l’opinione pubblica che vede nel militare ebreo “il traditore” per definizione, proprio in quanto ebreo.
Più volte interrogato senza difensore, segregato, senza poter comunicare con i familiari, Dreyfus non cede alle pressioni che lo volevano far confessare.
Al momento della condanna con pubblica degradazione del capitano Dreyfus, nel cortile dell’Ecole Militaire di Parigi è presente anche Georges Picquart, un ufficiale che poi assume un ruolo importante nella vicenda, che osserva la scena. Al disonore segue l’esilio, e nell’isola sperduta della Guyana francese Dreyfus si dedica in solitudine a scrivere lettere alla moglie lontana.

Il caso sembra risolto e archiviato. Ma Picquart, divenuto capo della sezione informazioni del controspionaggio militare, la stessa unità dove lavorava Dreyfus, si accorge che il passaggio di informazioni al nemico non si è ancora arrestato, e quindi verosimilmente non era Dreyfus il responsabile delle fughe di notizie riservate, bensì un altro militare, il maggiore Esterhazy, del quale viene intercettata una lettera destinata all’addetto militare tedesco a Parigi, il quale ha tra l’altro una calligrafia simile al biglietto inizialmente attribuito a Dreyfus.

Si insinua nella sua mente il dubbio che Dreyfus sia stato condannato ingiustamente, forse vittima di un piano ordito proprio da alcuni militari infedeli del controspionaggio. Nella mente di Picquart si fa strada la convinzione di dover continuare ad indagare per scoprire la verità, pur sapendo che potrà mettersi contro i suoi stessi superiori e una parte dell’opinione pubblica. Infatti, all’epoca in Francia vi era un forte pregiudizio antisemita, come d’altra parte anche nel resto d’Europa, e come verrà messo in luce anche nella celebre lettera-pamphlet di Emile Zola al Presidente della Repubblica, che costarono allo scrittore un anno di carcere per vilipendio.

Il punto di vista preso in considerazione dal film è quello del colonnello Picquart, il quale, pur animato da un certo pregiudizio personale e razziale nei confronti di Dreyfus, si rende presto conto delle gravi mancanze del processo e delle faziosità dell’inchiesta da parte dei suoi predecessori e diventa fautore di una sua riabilitazione, convinto della sua innocenza rischiando di scontrarsi con i meccanismi di autodifesa delle gerarchie militari e con un’opinione pubblica molto schierata contro il militare ebreo.

Il film mostra come il pregiudizio antisemita nella corte giudicante e nell’opinione pubblica, in una sorta di osmosi che si autorigenera, abbia potuto partorire un mostro giudiziario, fino ad una condanna in assenza di prove, ma basata solo su sospetti e suggestioni. Dreyfus sarà graziato nel 1901, ma la Francia continua ancora oggi a dividersi tra innocentisti e colpevolisti, e ha continuato a far scrivere di sé, come Hanna Arendt che dell’Affaire, come verrà ricordata la vicenda Dreyfus, scrisse: “Generali mossi dallo spirito di ceto, magistrati preoccupati esclusivamente dei contatti sociali, e infine Dreyfus, con le sue velleità di parvenu, che si vanta dei suoi soldi e delle sue conquiste”.

Ma l’Affaire, non è stato solo un processo politico caratterizzato da pregiudizio razziale, è stato molto di più: è stata la prova generale per l’onda di razzismo xenofobo che si sarebbe scatenato nel XX secolo obnubilando le menti e gli spiriti dei singoli e delle masse, e che avrebbe travolto l’intero continente provocando milioni di morti.

Il secondo film rappresentazione di un processo caratterizzato da gravi manipolazioni delle prove dovute al pregiudizio politico è “In the name of the Father”, film anglo-irlandese del 1993, di Jim Sheridan, pluripremiato, anch’esso originato da una vicenda reale accaduta nel 1974, ovvero il sanguinoso attentato dinamitardo (cinque morti e sessantacinque feriti) rivendicato dall’IRA ad un pub di Guildford, nel Surrey, del quale furono accusati Gerry Conlon (impersonato da uno straordinario Daniel Day-Lewis) Paul Hill, Paddy Armstrong e Carole Richardson, quattro ragazzi che non avevano nulla a che fare con il terrorismo.

https://images-na.ssl-images-amazon.com/images/I/91GLjcbTIpL.SX342.jpg

I quattro vennero arrestati e trattenuti per sette giorni e sottoposti ad ogni genere di pressione psichica e fisica, e senza poter avere alcuna assistenza né medica né legale. In seguito a tali pressioni ed interrogatori con pressioni fisiche fino a vere e proprie torture, gli accusati firmarono confessioni estorte in condizioni estreme di frustrazione e prostrazione, che furono portate in giudizio e usate per giungere ad una condanna all’ergastolo.

Nel processo, in una sorta di responsabilità familiare allargata, vengono coinvolti anche il padre di Gerry Conlon, Giuseppe (il pluripremiato Pete Postlethwaite, da poco scomparso), e alcuni familiari residenti a Londra (i cd. “Maguire seven”). A nulla serviranno testimonianze a favore e incongruenze delle accuse, con le confessioni estorte, come cerca di mettere in evidenza la combattiva avvocatessa Peirce (la bravissima Emma Thompson).
Tuttavia, sarà proprio la sua testardaggine, la sua convinzione dell’innocenza dei ragazzi e dei loro familiari a spingerla a cercare le prove della loro estraneità all’attentato, prove occultate dalla polizia e da giudici conniventi, desiderosi solo di chiudere il caso con dei colpevoli “qualunque”.

Nel film viene messo in risalto come un luogo processuale solitamente deputato all’accertamento garantito e neutro della verità possa essere distorto e strumentalizzato per scopi politici e di pura propaganda (dare dei colpevoli all’opinione pubblica per tranquillizzarla durante un periodo di sanguinosi attacchi terrroristici).
Ma parallelamente al dramma esteriore vissuto dai protagonisti, il film mostra anche una profonda disamina del rapporto padre-figlio tra il giovane Gerry e il padre Giuseppe, che da sempre problematico per incomprensioni di tipo personale e generazionale, trova nella dimensione carceraria e nella disperazione il luogo per trovare quella complicità, quella autenticità prima sconosciuta.

Questo ritrovato rapporto padre-figlio, nel dolore della restrizione intramuraria ingiusta, con il costante sostegno del padre Giuseppe, partorisce la trasformazione del giovane Conlon, da disimpegnato hippie ladruncolo e senza alcun progetto di vita (motivo dei contrasti col padre prima dell’arresto) a punto di riferimento della comunità irlandese nella battaglia per far venire a galla la verità e smascherare le falsità costruite in un processo-farsa.

Questo processo di trasformazione, quasi un processo nel processo, trova il culmine con la morte in carcere di Giuseppe, già molto provato per la detenzione e le angherie cui era sottoposto. Grazie alla sua ritrovata consapevolezza del ruolo sociale e familiare rivestito, e alla combattiva avvocatessa che ritroverà le prove della loro innocenza, verrà riaperto il caso e fatto un nuovo processo, che comporterà l’annullamento della precedente condanna.

Nel 1989 Gerry Conlon viene finalmente prosciolto dalle accuse insieme agli altri “Guildford four”, e uscito dal tribunale a testa alta, Gerry dichiara che lotterà sempre “Nel nome del padre” perché venga riabilitato, come gli ha promesso in punto di morte. Dal momento dell’arresto sono tuttavia trascorsi 15 anni, anni che hanno lasciato il segno: Gerry Conlon muore nel 2014 ad appena 60 anni per un cancro ai polmoni.

La sua battaglia e quella dei suoi compagni è culminata nel 2005 con le pur tardive scuse del primo ministro Tony Blair, che ha parlato di “ingiustizia e tragedia”. Conlon negli anni dopo la liberazione ha dovuto affrontare trattamenti psichiatrici, dipendenza da alcool e droga, e tentativi di suicidio, come conseguenze di 15 anni di ingiusta detenzione: come ricordava, “Non solo dovevamo sconfiggere il sistema giudiziario, ma dovevamo anche sopravvivere in prigione. La nostra realtà era un incubo”.

L’ultimo film-processo di cui voglio occuparmi è senza dubbio l’archetipo dei processi caratterizzati da pregiudizio politico: “Sacco e Vanzetti”, film-cult franco-italiano del 1971 diretto da Giuliano Montaldo, con due mostri sacri del cinema come Gian Maria Volontè (Bartolomeo Vanzetti) e Riccardo Cucciolla (Nicola Sacco).
Lo scenario è costituito dal clima di violenze e intolleranza del primo dopoguerra negli Stati Uniti d’America, dove da una parte le lotte tra gangsters, dall’altra attentati dinamitardi attribuiti al movimento anarchico, rendono l’opinione pubblica incline a chiedere a polizia e magistratura interventi duri ed esemplari.

https://www.silenzioinsala.com/photos/5094/locandina5094.jpeg

L’antefatto. Boston 1920. Un anarchico italiano, Andrea Salsedo, amico di Sacco e Vanzetti (che si erano conosciuti qualche anno prima nell’ambito del movimento anarchico italo-americano), viene trovato morto sotto il grattacielo dove ha sede il Bureau of Investigation, la polizia politica, probabilmente precipitato dal 14° piano, sede della polizia, dove Salsedo era trattenuto da giorni. Nell’ambito delle proteste susseguitesi, vengono arrestati numerosi attivisti anarchici italo-americani, tra cui Sacco e Vanzetti. Sacco era stato anche trovato in possesso di una pistola e munizioni.
Trattenuti per accertamenti, dopo alcuni giorni viene formulata nei loro confronti anche l’accusa di rapina ed omicidio, per i fatti di South Braintree, nei pressi di Boston, dove poche settimane prima, durante il tentativo di assalto alla cassa del calzaturificio Slater ed Morrill, erano stati uccisi il cassiere ed una guardia giurata.

Il processo fu caratterizzato da prove contraddittorie ed elementi costruiti ad arte, oltre all’occultamento di prove a favore della loro innocenza come la confessione di Celestino Madeiro, il vero colpevole del duplice omicidio, appartenente ad una banda di criminali comuni coi quali i due italiani non avevano nulla a che fare.
I protagonisti di questa vicenda furono il giudice Webster Thaier, che definì senza giri di parole Sacco e Vanzetti come due “bastardi anarchici”, il pubblico ministero Frederick Katzmann, tra i principali organizzatori delle prove false contro i due italiani, e il governatore del Massachusetts Alvan Fuller, il quale rigettò le richieste di grazia che gli provenivano da più parti.

Sacco e Vanzetti furono giustiziati, o meglio assassinati, il 23 agosto 1927, mediante sedia elettrica. Il processo, fin dal momento dell’arresto, e fino al momento del verdetto finale, fu caratterizzato da una esplicita volontà di dare una risposta esemplare a dei soggetti che vivevano una doppia condizione di “nemici dello stato”: erano umili immigrati italiani, e ciò già li poneva in una condizione esistenziale deteriore nella classista giustizia americana, che ha sempre messo immigrati, ispanici e neri in una categoria di imputati “naturali”; e inoltre erano anarchici, ovvero comunisti, e ciò era altro motivo di avversità naturale, in quanto i comunisti erano visti come nemici della nazione dopo le vicende della rivoluzione sovietica dell’ottobre 1917.

Questa doppia condizione di minorità, unitamente ai precedenti coinvolgimenti in scioperi, agitazioni, disordini e propaganda contro la guerra, ne aveva fatto i capri espiatori perfetti per una condanna esemplare che costituisse un monito contro tutto il movimento anarchico. In sostanza, una sentenza già scritta.

Il contesto, peraltro, era quello di un diffuso pregiudizio nei confronti degli immigrati europei e latini in particolare, da un canto per la loro forte presenza nell’ambito della criminalità organizzata, e per l’altro canto per l’elevato tasso di politicizzazione e sindacalizzazione nelle fabbriche.
Inoltre, nel periodo bellico (1917-1918), per evitare che gli operai dell’industria degli armamenti potessero con scioperi e proteste bloccare la produzione e per cementare il fronte interno, fu fortemente represso qualunque comportamento critico, e ogni forma di dissenso venne bollato come antipatriottico e antiamericano (Sedition and Espionage Act, 1917).

La cd. Red scare, la “paura rossa”, raggiunge l’apice proprio negli anni 1919-1920, con una serie di attentati dinamitardi riconducibili al movimento anarchico, che quindi venne visto come un movimento da combattere con ogni mezzo. E la condanna di Sacco e Vanzetti apparve al fronte anticomunista un mezzo per indebolire il movimento anarchico e allontanare le simpatie che riscuoteva, facendoli apparire come dei volgari criminali assassini.

Uno dei momenti più intensi del film è senz’altro l’arringa di Bartolomeo Vanzetti, che svela la vera natura razzista e politica del processo, di cui gli imputati erano pienamente consapevoli, quando si proclama innocente:

Io non ho mai pensato di arricchire, non è questa la ragione per cui sto soffrendo e pagando. Sto soffrendo e pagando per cose di cui io sono effettivamente colpevole! Io sto soffrendo perché io sono un anarchico, e davvero io sono un anarchico!; io ho sofferto perché ero un italiano, e davvero io sono un italiano! Ma sono così convinto di essere nel giusto, che se voi aveste il potere di ammazzarmi due volte, e io per due volte potessi rinascere, rivivrei per fare esattamente le stesse cose che ho fatto.”.

Sacco, che era meno dotato di eloquio del compagno, scrisse una struggente lettera al figlio Dante, nella quale lo esorta a ricordare sempre i più deboli:

(…) Non dimenticarti giammai, Dante, ogniqualvolta nella vita sarai felice, di non essere egoista: dividi sempre le tue gioie con quelli più infelici, più poveri e più deboli di te e non essere mai sordo verso coloro che domandano soccorso. Aiuta i perseguitati e le vittime perché essi saranno i tuoi migliori amici, essi sono i tuoi compagni che lottano e cadono, come tuo padre e Bartolomeo lottarono e oggi cadono per aver reclamato felicità e libertà per tutte le povere cenciose folle del lavoro (…)”.

E ancora

Si, Dante mio, essi potranno ben crocifiggere i nostri corpi come già fanno da sette anni: ma essi non potranno mai distruggere le nostre idee che rimarranno ancora più belle per le future generazioni a venire”.

Anche Vanzetti è consapevole del fatto che il loro nome resterà scolpito per sempre nel cuore della gente, e lo dice chiaramente nella sua famosa arringa. Ed in effetti, a distanza di 100 anni dall’arresto dei due migranti italiani, il nome di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti è sinonimo di sacrificio della vita in nome della libertà, della pace, e della fratellanza, contro lo sfruttamento e l’abuso dell’uomo sull’uomo, ideali universali, mentre quelli di Thayer, Katzmann e Fuller sono nomi che evocano l’ingiustizia, il pregiudizio e la vergogna.

La potenza evocativa del film, la maestria del regista, la bravura degli interpreti (magistrale la performance di Gian Maria Volontè nell’arringa finale di Bartolomeo Vanzetti) fu tale, da determinare la riapertura del dibattito politico, e a distanza di 50 anni dalla loro esecuzione, nel 1977, appena 6 anni dopo l’uscita del film di Giuliano Montaldo, finalmente, la riabilitazione da parte del governatore del Massachusetts, il democratico Michael Dukakis, che emanò un decreto che recitava: “Io dichiaro che ogni stigma ed ogni onta vengano per sempre cancellati dai nomi di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti”.

Un film che andrebbe riportato anche oggi nelle sale cinematografiche, per l’estrema attualità dei temi trattati, primo fra tutti l’intolleranza nei confronti dei migranti, il pregiudizio politico e razziale, il controllo e l’orientamento dell’opinione pubblica e dei mezzi di informazione.

In definitiva, non solo nei regimi autoritari e totalitari, ma anche nelle nostre rassicuranti società occidentali il pericolo del pregiudizio politico è sempre in agguato, con esiti disastrosi per la giustizia e per l’innocente di turno, pericolo che può essere scongiurato solo mantenendo un’elevatissima soglia di attenzione da parte di tutti gli attori processuali, senza farsi condizionare nel proprio né dall’opinione pubblica, né dal contesto culturale del momento, né dall’inseguire onde mediatiche a la pagè, come purtroppo accade oggi soprattutto da parte di alcuni pubblici ministeri, un po’ troppo preoccupati dell’impatto mediatico delle proprie indagini.

Ma anche il P.M. più incline all’esposizione mediatica non raggiunge la vera barbarie, si passi il termine, costituita da sedicenti leader politici che, per accreditarsi con l’opinione pubblica come “uomini forti”, hanno inaugurato l’era dei processi “al citofono”, ovviamente al migrante presunto spacciatore, al solo scopo di dare una dimensione “social” alle loro bravate e acciuffare qualche “like” in più.

Mai come in questo momento occorre da parte di tutti vigilare contro il decadimento morale e materiale cui assistiamo quotidianamente da parte di chi dovrebbe avere ruoli di guida politica e dare in tal guisa l’esempio. Se tale approccio populista e forcaiolo, essenzialmente fondato sul tipo d’autore di cui sono intrisi i casi giudiziari sopra accennati, si facesse strada nelle nostre aule di giustizia, ecco che potremmo assistere a nuovi casi di “giustizia crocifissa” ai danni del “povero cristo” di turno.

Contro tale decadimento è sempre più necessario, per usare le parole di un grande magistrato che da poco ci ha lasciato, “resistere, resistere, resistere, come su di una invalicabile linea del Piave”.

Image credit: Tristan Zhou
https://66.media.tumblr.com

#TOPICS: ultimi articoli

Kubrick e la pena giusta

Umberto Apice
Uno Stato repressivo, che tale voglia essere sia pure a fin di bene, sarà sempre uno Stato ingiusto

Leggi l'articolo

Sette uomini d’oro

Enzo Cianciotta
La delinquenza silenziosa dei colletti bianchi, quella che non ha bisogno di azioni sanguinarie

Leggi l'articolo

Dormire con le porte aperte

Paolo Cotza
Mai lasciare che le proprie convinzioni vengano manipolate ed usate dagli altri e rifuggire dalle verità precostituite ed imposte

Leggi l'articolo

Derivati: più tutele a risparmiatori ed enti locali

Ugo Patroni Griffi (Ordinario di Diritto Commerciale nell’Università di Bari “Aldo Moro”) e Nicola Benini (Consulente finanziario indipendente)
Le Sezioni Unite segnano un punto, probabilmente definitivo, a favore del cosiddetto risparmio tradito

Leggi l'articolo

Dove è finita l’innovazione?

Carla Broccardo (Avvocata in Bolzano – Noi di Spoiler)
Un nuovo umanesimo che raccolga le istanze e le ragioni di donne e uomini che lavorano nelle istituzioni

Leggi l'articolo

I 150 anni della Ragioneria Generale dello Stato

Biagio Mazzotta (Ragioniere generale dello Stato)
Il nuovo scenario vedrà impegnata la Ragioneria ad assicurare collaborazione e supporto ai diversi soggetti istituzionali

Leggi l'articolo

Il coraggio indispensabile

Anna Losurdo
Per non tornare ai labirinti normativi e culturali della nostra legislazione attuale è indispensabile il coraggio di riscrivere tutte le norme delle procedure amministrative

Leggi l'articolo

Occorre fare

Noi di Spoiler think tank di futuristi
Portiamo avanti il diritto di guardare al futuro con occhi pieni della speranza di trovare altri che completeranno il nostro percorso

Leggi l'articolo

Cuore ibernato

Gianfranco Terzo
L’incontro introspettivo tra le due anime, fragili e tristi, determina un cortocircuito

Leggi l'articolo

Archivio

Indice

Rubriche: ultimi articoli

L’abuso infantile

Pubblicato in |||

Andrea Mazzeo
Continuare a rappresentare al giudice questo concetto antiscientifico come un abuso psicologico può configurarsi come negligenza e imperizia

Non è questione di nome

Pubblicato in |||

Andrea Mazzeo
La definizione “problema relazionale” non è riportata nel Manuale diagnostico dei disturbi mentali

Il problema relazionale

Pubblicato in |||

Andrea Mazzeo
Non è questa la strada per comprendere il motivo del rifiuto, ovvero del problema relazionale genitore-figlio

Libertà di non amare

Pubblicato in |||

Andrea Mazzeo
Mezzi coercitivi negano al bambino lo statuto di persona e la libertà più profonda dell’essere umano

Riconoscere la violenza domestica

Pubblicato in |||

Umberto Nizzoli
Il genitore che ha condotte di violenza domestica danneggia il presente e il futuro del figlio che vi assiste

Il CTU: ipse dixit?

Pubblicato in |||

Marco Scarpati
Occorre ridare alla consulenza psicologica nel giudizio separativo il ruolo che le compete

La negazione dell’abuso

Pubblicato in |||

Ida Grimaldi
Nelle nostre aule giudiziarie la violenza viene spesso confusa con il conflitto

Il muro del silenzio

Pubblicato in |||

Giovanna Fava
Per chi non vuole vedere, la soluzione è semplice; la violenza al contrario é complessa: serve maggiore competenza

IL RIFIUTO DEL MINORE

Pubblicato in |||

Andrea Mazzeo
Gli operatori psicosociali e giuridici devono rivedere tutti i propri preconcetti sul rifiuto del minore di frequentare un genitore

Non c’è più tempo

Pubblicato in ||

Angelo Schillaci
Storie come quella di Caivano ci ricordano che la proposta di legge contro l’omotranslesbofobia non è un capriccio

Junk science

Pubblicato in |||

Andrea Mazzeo
Il mancato riconoscimento della PAS come malattia è dovuto alla mancanza di studi, clinici, epidemiologici, riconosciuti dalla comunità scientifica

Ancora la PAS?

Pubblicato in |||

Alessandra Capuano Branca
È giusto chiedersi quale sia l’ideologia di riferimento.
La risposta non è difficile, ed è la difesa del patriarcato.