Dormire con le porte aperte
di Paolo Cotza (Avvocato in Livorno)
La vita artistica di Gian Maria Volontè si è incrociata più volte con quella di Leonardo Sciascia, ben cinque (caso rarissimo nel mondo del cinema e della letteratura!), quattro direttamente ed una – diremo così – in modo indiretto.
Sto parlando dei film “A ciascuno il suo”, “Todo Modo”, “Porte aperte” e “Una storia semplice” che sono stati tratti dagli omonimi romanzi di Leonardo Sciascia e nei quali Gian Maria Volontè è stato il protagonista; penso invece al film “Il caso Moro” (di Giuseppe Ferrara), ed a “L’affaire Moro” (di Leonardo Sciascia, 1978), dove entrambi affrontano il tema della prigionia e dell’assassinio del Presidente della D.C., vicenda dalle molte letture politiche, alla quale Sciascia e Gian Maria Volontè hanno dato il loro contributo critico.
E penso anche che non avrebbe potuto essere diversamente: l’attore e lo scrittore infatti hanno sempre fatto scelte “politicamente” importanti, e quando scrivo “politicamente” voglio intendere che nel loro lavoro hanno (spesso) cercato di mostrare – a chi vedeva un film e a chi leggeva un libro – quali debbano essere i principi ispiratori ed irrinunciabili di una società nella quale l’individuo si possa esprimere compiutamente e, dico io, possa – con ragionevole “approssimazione” – definirsi libero (il concetto è talmente importante ed “alto” che penso sia necessario parlare di approssimazione).
Non si tratta di impartire lezioni, di rivelare ricette; lungi dai Nostri un pensiero simile! Si tratta invece di tracciare un confine, una linea, al di là della quale c’è violenza, prevaricazione e mai salvezza, mentre al di qua – pur con tutti dubbi della vita e della condizione umana – rimane comunque la speranza di un miglioramento per l’uomo e pertanto, per tutto ciò che si muove con esso.
Il tema portante del film (come quello del libro, dal quale è “liberamente tratto”), è quello dell’assoluta e definitiva contrarietà alla pena di morte, al quale si aggiunge – come vedremo – quello dell’amore per la Giustizia che si concretizza nella necessaria correttezza del processo.
Ci sia permesso di riportare un brano del libro, che sintetizza il pensiero del giudice sulla pena di morte:
(parla il giurato) “L’ho ammirata molto, in camera di consiglio: lei è riuscito a porre il problema della pena di morte, nei suoi termini più angosciosi, senza mai riferirvisi direttamente”. “Anche lei: e sono convinto che senza il suo intervento l’esito della votazione…” ; “Non ho fatto che seguire la sua linea. Ma voglio dirle, anche se lei l’ha già capito, che io sono venuto a far parte della giuria proprio per questo: un gesto contro la pena di morte…”; “Le dirò che anch’io potevo sottrarmi a quel processo, mi è stato anzi autorevolmente consigliato. Ma l’ho visto come il punto d’onore della mia vita, dell’onore di vivere”
Un punto di onore della mia vita, dell’onore di vivere.
Una dichiarazione profonda, decisiva, che non ammette mezze misure o compromessi: “il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri” (così scriveva Voltaire, filosofo tanto caro a Sciascia), cui si aggiunge l’altro imprescindibile corollario, quello per cui lo Stato non può “uccidere” , non può e non deve essere brutale quanto lo è stato il colpevole, perché lo Stato non può essere “assassino”.
Questo è il principio per il quale battersi strenuamente, anche a costo di pagare personalmente, ed il giudice Di Francesco, che tutto questo sa perfettamente, non cede di un passo nel seguire la strada della civiltà contro la barbarie, la strada che gli detta la sua coscienza di uomo libero.
All’epilogo del romanzo, quando il Procuratore capo gli domanda se la decisione del primo grado (quella dell’ergastolo), non abbia semplicemente protratto “l’agonia” dello Scalia, (che sarà certamente condannato a morte in appello), solo per la “difesa di un principio”, la risposta del giudice è la sintesi di tutto: “ E’ vero che per me la difesa del principio ha contato più della vita di quell’uomo. Ma è un problema non un alibi. Io ho salvato la mia anima, i giurati hanno salvato la loro: il che può anche apparire molto comodo. Ma pensi se avvenisse, in concatenazione, che ogni giudice badasse a salvare la propria… ”
Non ci sono e non ci possono essere giustificazioni alla pena di morte, men che meno quella di poter dormire “con le porte aperte”, frase che dà il titolo al romanzo ed al film.
E non si deve mai abdicare ai principi, neppure quando la loro strenua difesa sembri nell’immediato portare più sofferenza che liberazione: la difesa del principio porterà nel futuro alla sua affermazione e quindi al bene per l’umanità, per ogni consociato.
Ma, come si diceva, insieme al coraggio di battersi contro la pena di morte, contro la “barbarie” dello Stato assassino (parlo di coraggio in considerazione dell’ambientazione che lo scrittore ha voluto dare al romanzo: il 1937, in piena epoca fascista del “consenso”, ed il coraggio del Nostro è massimo proprio perché esplicitato in tempi di totale conformismo, in cui ogni voce fuori dal coro viene colpita e dileggiata), si deve dire dell’altro argomento tanto caro a Sciascia, quello della giustizia, del dubbio per chi giudica, dell’approfondimento delle circostanze e delle motivazioni, non accontentandosi mai di cedere alle volontà ed alle convinzioni degli altri, od alle verità di comodo (come nel film bene si mostra).
Sarà lo svolgimento sempre puntuale e corretto del suo lavoro che darà al giudice Di Francesco – si badi bene, con gli strumenti che il codice stesso gli fornisce (il rispetto delle regole del processo per Sciascia è garanzia di legalità, e tenere fede a questo principio tante critiche gli valse negli ultimi anni della sua vita) – a non condannare a morte il colpevole che tutti ritengono debba invece essere condannato alla pena capitale per la commissione dei tre omicidi.
“Sono convinto di aver fatto il mio dovere di uomo e di giudice; sono convinto di aver lavorato, tecnicamente, con gli argomenti giuridici, come meglio non si poteva…….. L’argomento principe sarebbe stato quello dell’infermità mentale; mancandomi, l’ho surrogato assumendo i tre omicidi nella continuità di un unico disegno criminale. Ora penso con orrore a quello che accadrà ……Paura: ecco quello che sento”.
Mai quindi lasciare che le proprie convinzioni vengano manipolate ed usate dagli altri e rifuggire dalle verità precostituite ed imposte: questo è l’insegnamento del giudice Di Francesco, il suo credo nel lavoro, nella correttezza assoluta del suo svolgimento, affinché neppure un dubbio possa rimanere sulla coscienziosità dell’uomo chiamato ad una prova certo non facile, come quella di giudicare.
E tutto questo va di pari passo con il rispetto per le regole (in questo caso processuali e del diritto penale), che sono garanzia per tutti, anche per coloro che, come il Tommaso Scalia, abbiano commesso il più efferato e ripugnante dei delitti.

“PORTE APERTE” (di Gianni Amelio, 1990)
(E’ doveroso ricordare che il film ha avuto la nomination all’Oscar quale migliore film straniero per l’anno 1991. Tra gli altri numerosi premi, il film e Gian Maria Volontè sono stati premiati con il David di Donatello nell’anno 1990, miglior film e miglior attore protagonista).
http://www.commediaallitaliana.it/eventi/34-voce-volto-di-gian-maria-volont%C3%A9.html
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