Il diritto alla giustizia

Il diritto alla giustizia

di Umberto Apice (già Avvocato Generale presso la Corte di Cassazione)

Era il 2006 quando Stefano Rodotà scriveva che non è tanto l’ampliarsi del catalogo dei diritti fondamentali, il susseguirsi di diverse “generazioni” dei diritti, a dover attirare la nostra attenzione, bensì il modo in cui essi variamente si insediano nel sistema politico – istituzionale e ne connotano il modo di essere. La riflessione di Rodotà è quanto mai idonea a svelare alcune sfaccettature della commedia – tragedia di Eduardo De Filippo, Il Sindaco del Rione Sanità, che oggi è sugli schermi cinematografici in una versione “attualizzata” (ma fedele al testo originario) del regista napoletano Mario Martone.

Una specie di giustizia “sostitutiva” e atipica è quella che amministra – per una tacita investitura popolare – don Antonio Barracano, un idealista imbevuto di cultura camorristica, sempre pronto a dare protezione ai poveri e agli umili del quartiere. Al medico Fabio Della Ragione, che con orrore scopre di avere aiutato Barracano nell’apprestare ogni tipo di soccorso a imbroglioni, delinquenti in erba e veri e propri camorristi, il “sindaco” Barracano (che, come un “giudice di pace”, ogni giorno tiene udienza), così risponde: “Vittime, sì. È naturale. Perché si tratta di gente ignorante, e la società mette a frutto l’ignoranza di questa gente. Professò, sui delitti e sui reati che commettono gli ignoranti si muove e vive l’intera macchina mangereccia della società costituita”.
La sfiducia nelle istituzioni e determinate condizioni storiche – sembra voler dire Barracano – conducono alla formazione di organi alternativi, compresa un’autorità locale che dirima le controversie.

La commedia, fin dagli anni Cinquanta, ha fatto molto discutere sul suo significato. Infatti, se è evidente che essa trova origine nella crisi della giustizia e della società italiana, non è però univoco il senso dell’intera vicenda.
Ritengo che avessero colto nel giusto già quei primi commentatori che videro in Barracano un visionario, un utopista che s’illude di poter ristabilire i valori antichi della famiglia e della società di una volta. Barracano si arroga funzioni di controllo e di mediazione, spinto dall’illusione di poter arginare le derive (di violenza, di sopraffazione, di cecità) che incombono ogni giorno di più.
Quando conclude un “caso” è con grande soddisfazione che dice le parole rituali “Il fatto non ha seguito”: sembra quasi un istintivo e compiaciuto controcanto rispetto alle lungaggini della giustizia ufficiale. E nei consigli che egli dà, come negli ordini che detta, mostra di confidare che certi princìpi resteranno insradicabili:

  • negli affari, anche se illegali, bisogna improntare il proprio agire al massimo di lealtà e senso dell’amicizia;
  • chi presta denaro per guadagno deve saper porre un limite alla propria avidità;
  • il rispetto a cui sono tenuti i figli non deve cessare neanche di fronte alla eccessiva severità dei padri, che a loro volta devono essere solleciti verso le aspettative dei figli.

Barracano ce la mette tutta -se necessario, anche la forza e l’intimidazione- per evitare che i più semplici, gli ignoranti, commettano errori e paghino conseguenze troppo spropositate. Quando, in finale, deciderà di lasciarsi morire (piuttosto che recarsi al pronto soccorso dopo essere rimasto ferito durante un incontro di cui aveva sottovalutato il pericolo), lo farà, in coerenza con i suoi princìpi, per risparmiare a moglie e figli la verità e, con essa, un presumibile “seguito” di rappresaglie e vendette, di sofferenze e ingiustizie.

Una lettura in controluce del testo di Eduardo ci porta a Rodotà e a interrogarci sul “diritto di accesso alla giustizia”. Non basta che l’ordinamento riconosca l’esistenza di tale diritto: bisogna renderlo effettivo e tener conto del fatto che esistono poteri illegali (criminalità organizzata) e addirittura poteri legali (grandi concentrazioni di capitali, attività esercitate in condizioni di quasi monopolio, centri di informazione, ecc.), che hanno nei confronti dei cittadini una straordinaria capacità di coazione.

In un simile contesto, il prioritario problema da risolvere è apprestare una macchina giudiziaria perfettamente efficiente, tale da contrastare i soprusi di ogni tipo. Se bisogna pagare per lavorare, per non essere derubati, per vivere tranquillamente, vuol dire che, da solo, il diritto alla giustizia non basta. Esiste, ma come pura astrazione: rischia, a causa della crisi di efficacia della giustizia, di restare scritto sulla carta.

L’imprenditore siciliano che denuncia chi lo costringe a pagare il pizzo sa che la macchina della giustizia si metterà in moto, ma sa pure che resterà esposto alle azioni di rappresaglia della mafia. Allora vuol dire che c’è uno scarto tra ciò che è garantito in astratto e ciò che è assicurato in concreto. Non si tratta solo di garantire a tutti l’accesso ai tribunali. Per esserci giustizia ci dovrà essere lavoro, informazione, istruzione. Ci dovrà essere una maggiore soddisfazione delle aspettative dei cittadini da parte delle pubbliche amministrazioni.

Puntare sulla scorciatoia legge–giudice è un errore: portare sul tavolo del giudice ogni malessere sociale, senza provvedere alla eliminazione delle cause, finisce per tramutare in fisiologico quello che è patologico. Con un pericolo in più: i vuoti di potere generano il fenomeno della “supplenza” o, peggio, dell’usurpazione illegittima.

E nella realtà, che è sempre più triste dell’invenzione poetica, l’“usurpatore” non è don Antonio Barracano, metafora letteraria, ma più spesso è un altro soggetto, meno poetico e più agguerrito, più proteso verso l’impossessamento del territorio.

Dal somministratore privato di giustizia, che è al di fuori del sistema legale, all’accaparratore di funzioni al di fuori di ogni controllo il passo può essere breve.

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