Il nemico visibile

Il nemico visibile

di Anna Losurdo

È terminata da poco la clausura di questi nostri giorni sospesi, imposta per sfuggire all’insidia di un nemico invisibile.
E già. Noi di qua e gli altri di là, noi dentro casa e la città fuori.
Una linea di confine condivisa, linea di chiusura e linea di contatto per il bene comune.
Tanto più ora che stiamo imparando a stare insieme riducendo al minimo il rischio di contagio.

Questa pandemia era stata ampiamente annunciata, prevista; non come possibile ma come certa, solo che non si sapeva quando sarebbe esplosa. E oggi sappiamo che ce ne saranno altre.
Abbiamo chiamato in diversi modi il contagio globale: lo abbiamo chiamato guerra e no, non lo è.

Perché non conosciamo il nemico né le strategie per combatterlo (se non le cure che via via sono state sperimentate dal suo avvento). Perché non possiamo negoziare con il virus la fine della pandemia. E perché la guerra, ogni guerra, è molto più distruttiva del coronavirus. E infine perché siamo stati chiusi in casa mentre durante le guerre case e strutture vengono abbattute.
Oltretutto questa definizione rischia di legittimare, in nome dell’emergenza, compressioni di diritti e di libertà, espansione di poteri e l’uso di parole e di strumenti ritenuti inappropriati in tempo di pace.

Lo abbiamo definito un incubo e invece è la realtà.

Non abbiamo sognato: una volta svegli lo scenario resta lo stesso. Non è una dimensione virtuale dalla quale uscire e ritrovare il proprio orizzonte abituale.

Il primo insegnamento, allora, è proprio questo: abolire i pensieri piatti, abolire le parole pigre.

Usciamo da casa e ci scopriamo arricchiti, proprio come succede alle persone quando tornano da un lungo viaggio. Quasi che per aprirci a qualcosa, abbiamo avuto bisogno di chiuderci a tutto il resto.
Avrà avuto questo effetto, su di noi, il confinamento?

E ora, che succederà?
Si sente ripetere che “nulla sarà come prima”: così facendo non rimpiangiamo il nostro passato prossimo ma continuiamo a immaginare un futuro diverso.
Non ci attende la terra promessa né la catastrofe.
Quel mondo diverso, se saremo capaci di costruirlo, sarà solo opera nostra.

Non tutti sono ottimisti, sul futuro; così, per esempio, Michel Houellebecq:

“Non ci sveglieremo, dopo il confinamento, in un nuovo mondo; sarà lo stesso, un po’ peggiore”

o Ángel Luis Lara

Non torniamo alla normalità. La normalità è il problema

E veniamo alla seconda linea guida per la “ripartenza”.

Non potremo agire solo in vista della ripresa economica, come è appunto necessario dopo una guerra, per tornare alle condizioni economiche precedenti.
Le nostre società erano povere prima della Seconda Guerra Mondiale ed erano opulente prima della pandemia: non sarà possibile tornare ai livelli precedenti, quantomeno nel breve periodo.
E soprattutto, dovremmo chiederci se davvero vogliamo continuare a distruggere impunemente la Terra.
I disastri ecologici hanno fatto negli ultimi decenni danni maggiori di quelli della pandemia. Ma l’effetto non ci tocca tutti nel nostro quotidiano come ha fatto il virus, stravolgendo quasi tutte le abitudini.

Uno degli impegni da mettere in campo subito, quindi, sarebbe quello di orientare tutte le attività economiche verso l’attenzione ambientale ed ecologica. Un green deal per l’Italia e, prima di tutto, per quella meridionale.

E proprio noi, al Sud, dovremmo farne la cifra caratterizzante e qualificante.

Una sorta di bandiera azzurra non solo per le nostre invidiabili coste ma per tutte le attività economiche del territorio, siano esse turistiche, agricole, industriali e commerciali.

Dovremmo liberarci degli stereotipi nei quali siamo imprigionati, in Italia e all’estero. Sono i veri nemici, e sono alquanto visibili.

Respingere la tentazione assistenzialista ma pretendere un effettivo sostegno per le imprese; privilegiare modelli organizzativi improntati alla cooperazione tra lavoratori e impresa; imporci una programmazione di medio e lungo periodo, con l’impegno degli enti locali di iniziare ad eliminare gli oneri burocratici di propria pertinenza.

Possiamo farcela, recuperando i valori antichi della nostra civiltà, per riqualificare il territorio, riconquistandone il valore; restituendo, con il lavoro, la dignità alle persone.
Ne abbiamo i mezzi, la capacità e la opportunità. Un piano Mashall sì, ma ispirato da nuovi obiettivi.
A patto di rimboccarci le maniche e impegnarci tutti: politici, amministratori, imprenditori, Cittadine e Cittadini.
Ognuno faccia la sua parte.

Image credit: Selling of my photos with StockAgencies da Pixabay

di Anna Losurdo su ORA LEGALE news: 18-aprile-ll/new-europe

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