Il processo perfetto

Il processo perfetto

di Tania Rizzo (Avvocata in Lecce)

Il ventaglio di questioni problematiche che, oggi, ritroviamo nel processo penale, ha iniziato a dipanarsi nel momento stesso in cui si pensava e si redigeva un codice totalmente distante dalla cultura latina della “santa” inquisizione; un codice di rito troppo moderno ed evoluto per noi italiani, cristallizzati dinnanzi la figura del giudice-investigatore.

In effetti e non a caso, il nostro neo codice veniva ben presto azzoppato da decisioni della Corte Costituzionale e, poi, da norme di modifica determinate dalle esigenze di urgenza, da un canto, per fatti di mafia e, dall’altro canto, per l’esplosione di tangentopoli; per non dimenticare, infine, negli anni le interpretazioni in stile ancien régime imposte dalla Corte di Cassazione.

A tutto questo lavorio per un ritorno al passato, si aggiunga la perdurante malinconia del pretore espressa da molti operatori di giustizia, avvocati e magistrati, e si comprende, così, come mai a distanza di oltre 30 anni si parla ancora di “codice nuovo” e si allestiscono continue battaglie per la sua modifica.

Il nostro codice era, quindi; non è più.

Siamo oramai alle prese con una serie di norme affatto sistemiche e affatto logiche, tra le quali – forse- le meno sconvolte sono state quelle sul dibattimento.
Da queste, quindi, credo sia giusto partire se si vuole descrivere un’idea di “processo perfetto”.

Il dibattimento, come momento di formazione della prova e di attività per la formazione della prova, andrebbe trattato, ad avviso di chi scrive, con meno familiarità e maggiore rigore formale.
La disamina dei testimoni andrebbe svolta nel massimo rispetto delle norme esistenti, lasciando il deus ex machina (rectius: il giudice) come mero spettatore di un’attività di esclusiva titolarità delle parti processuali.

D’altronde, i difensori e i rappresentanti della Procura dovrebbero prepararsi specificamente sulle tecniche di esame e controesame per evitare lungaggini con domande inutili o ripetute o suggestive o addirittura nocive alla genuinità del teste.

Insomma, occorrerebbe studiare come fare l’esame, il controesame e il riesame per saperlo fare in modo utile al processo ma anche per capire se e quando farlo.

Ma l’esercizio relativo all’idea di un processo “perfetto” è di particolare difficoltà anche perché non si può prescindere dal ruolo sociale che lo stesso processo assume e dal peso nella cultura sociale che esso determina.

Ad esempio, possiamo ritenere che la fase investigativa dovrebbe essere realmente rapida e realmente rispettosa del segreto istruttorio: quindi, termini per le indagini rispettati e zero clamore mediatico come premesse per il vero processo giusto ed equo.

Inoltre, il ripristino della norma originaria sulla prescrizione del reato, pur essendo tema di diritto sostanziale e non strettamente processuale, tuttavia, avrebbe riverberi importanti sul processo.

L’idea di fermare, come un noto gioco tra bambini, il decorrere del tempo in cui lo Stato detiene il potere accertativo sul singolo cittadino è così terribile solo si ragioni in termini opposti e ci si chieda come sarebbe giusto, equo e certo tale accertamento svolto nell’arco di un semestre o un anno per le indagini preliminari ed una ed unica udienza per il primo grado.

Le persone offese troverebbero ragione alle loro denunce-querele e gli indagati poi imputati potrebbero affrancarsi subito dal peso della giustizia oppure pagare il loro conto.

Certo, andare veloci non significa essere superficiali quindi i tempi veloci dovrebbero essere supportati da un maggior numero di magistrati e da un minor numero di reati.
Insomma, affinché la Giustizia penale diventi giusta, equa, certa e celere si dovrebbe aumentare il numero dell’organico dei decidenti e diminuire, con una coraggiosa riforma di depenalizzazione, i reati esistenti.

Il carcere, infine, andrebbe rivisto e corretto: sono oramai decenni che studi di settore evidenziano la totale dannosità di questi ghetti eppure ancora oggi si invocano nuove strutture carcerarie e si crede che siano luoghi di “vacanza”.
Mancano gli strumenti sociali per applicare vecchie ma attualissime leggi che spingono, ad esempio, a far lavorare detenuti fuori dal carcere per dare una nuova speranza; ugualmente, è disumano che in carcere ci finiscano bambini con le madri detenute (oggi se ne contano alcune decine) ed è altrettanto disumano che in carcere vadano soggetti psicologicamente labili (i suicidi sono purtroppo una costante in crescita).

Non è chiaro, poi, perché ancora oggi si salti a piè pari la regola per cui il carcere preventivo (custodia cautelare personale) deve essere l’ultima scelta da prendere, prediligendo altre forme di custodia e di attenzione verso le esigenze cautelari.
Insomma, se ci si vuole pensare, il carcere è orpello di vecchie manie di vendetta quando, oggi, decisamente sarebbe più produttivo svolgere attività di riparazione del danno causato e, quando questo non più possibile, svolgere attività di riparazione verso l’intera società.
Su tutto questo, però, prevale despota una riflessione: quando maturerà l’idea sociale del processo non più come una sorta di vendetta collettiva?

Image credit: Bharat Mistry da Pixabay

Di Tania Rizzo, su Ora legale News

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