Il regime di 41 bis è tortura

Il regime di 41 bis è tortura

di Maria Brucale (Avvocata in Roma)

Il 41 bis, comma II dell’ordinamento penitenziario è una norma di natura emergenziale resa ormai stabile il cui obiettivo è, oggi più che mai, la mera punizione e afflizione.
Per come è concepito, previsto, disciplinato e attuato tale regime è vendetta di Stato, è tortura.
È interruzione dello stato di diritto.

Si legge tra le righe della novella del 2009 che espressamente contempla l’indifferenza del tempo trascorso rispetto alla valutazione della necessità di mantenere in capo a un soggetto la misura restrittiva.
Immanenza di un regime privativo che è in ogni suo momento attuativo esclusione, annichilimento, fino alla privazione sensoriale.

Ci sono uomini in regime detentivo differenziato fin dal tempo di prima applicazione di tale misura, il 1992.

Quasi trent’anni, un tempo più che sufficente a consentire l’accesso alla liberazione condizionale che scorre inutile nella sostanziale sospensione del trattamento intramurario ordinario.
Non si vedono gli educatori in 41 bis. Per lo più assenti i criminologi, gli psicologi. Manca quasi sempre il c.d. “programma trattamentale” che dà il senso ad ogni reclusione proiettandola al recupero del sè, all’attesa di restituzione.

Eppure oggi la Cedu nella sentenza “Viola contro Italia” rimarca un principio già nel 1974 espresso, nella sentenza 264 che si occupava di ergastolo comune, dalla Corte Costituzionale: lo Stato ha un abbligo assoluto di fornire a qualunque ristretto, per qualunque pena, tutti gli strumenti utili a reintegrarsi restando al detenuto la responsabilità di cogliere fattivamente e produttivamente le occasioni che gli sono offerte.

In 41 bis, invece, c’è un’immanenza di buio, di mancanza di offerta formativa, di silenzio trattamentale.

Sono soggetti inemendabili dei quali lo Stato non si occupa se non nella perdurante persecuzione di un progetto eliminativo.

Gli indici da valutare per la proroga ogni due anni esplicitati dal Legislatore attengono al profilo criminale, al rango rivestito dal soggetto, alla perdurante operatività del sodalizio, al tenore di vita dei familiari, a eventuali nuove incriminazioni sopravvenute.
Unici indici valutati, tuttavia, da quando la competenza a giudicare è esclusivamente a Roma, sono il ruolo all’epoca (spesso molti anni addietro) rivestito e l’esistenza in vita dell’associazione.
Non importa se ormai nessun contatto o collegamento soggettivo il recluso abbia con il sodalizio di originaria appartenenza (nessun peso ha l’assenza di nuove contestazioni; di contatti; il tempo trascorso).
L’immanenza si radica sull’esistenza in vita dell’associazione spesso equivalente alla astratta affermazione che la mafia nelle sue tante declinazioni in quel dato territorio ancora esiste.

C’è anche un supercarcere disegnato per isolare dal mondo e da sé stessi.

Bancali: luogo di sepoltura a norma di legge, un alveare le cui celle, collocate in una sezione in cui si trovano non più di 4 detenuti, hanno accanto la sala video conferenze da cui assistere ai processi.
Ogni sezione ha il suo rettangolo per l’ora d’aria.
Una strettoia di cemento senza cielo.
Tutta la vita dei ristretti avviene in uno spazio di 10 metri quadrati, neppure un corridoio da percorrere, un saluto accidentale e frettoloso da scambiare con qualcuno.
Tortura a norma di legge, in una interpretazione che volutamente travalica ogni ragionevolezza nel ritenere qualunque lesione della dignità umana rispondente a scopi di prevenzione e sicurezza.

In realtà, pressoché nessuna delle prescrizioni imposte dal regime i 41 bis risponde a logiche di sicurezza e di prevenzione del crimine. Alcune risultano stridenti nella loro gratuita ferocia e nella esplicita e tracotante negazione dei diritti umani.

Un mio assistito è stato ricoverato nel reparto detentivo di un ospedale.

In carcere una gastroscopia aveva svelato una massa sospetta.
Ho incontrato il medico che lo aveva in cura e mi ha detto che temeva si trattasse di un tumore perché il colorito verdognolo del viso purtroppo era spesso un sintomo di quella malattia.
L’ho rasserenato, con profonda sofferenza. Gli ho spiegato che era il sintomo di un’altra malattia, la reclusione in 41 bis per oltre 15 anni.
Quindici anni senza la luce del sole; celle schermate in spazi aperti coperti da griglie.
Quindici anni senza un angolo di cielo.
Gli ho raccontato che vederlo in ospedale mi aveva spiazzata perché mi ero resa conto che, pur avendo finalmente una finestra sul cielo, aveva smesso di guardarlo.

Quale rispondenza alla prevenzione? Alla sicurezza?

I detenuti in 41 bis non hanno quasi mai prospettive visive.
Il loro sguardo è interrotto dal cemento, in ogni direzione, a tutta altezza.
Una visione kafkiana del mondo che si sposa appieno con la frequente, concorrente condizione di ergastolani ostativi.
Una vita senza luce e senza prospettive; senza speranza. Sono privati dell’affettività, di una carezza ai propri genitori, ai propri figli, per anni e anni.

I loro figli non sono bambini come gli altri.

Lo Stato pretende che non lo siano. I bambini di reclusi in 41 bis non hanno diritti.
I protocolli dell’infanzia e i loro sperticati proclami sulla tutela delle esigenze dei minori cui sempre deve essere accordata prevalenza, sulla necessità che lo Stato aiuti e accompagni l’ infanzia dietro le sbarre, perché la carcerazione di un congiunto non sia un trauma insuperabile, indelebile nella crescita di un bambino.
La necessità, proclamata nei protocolli, che i colloqui avvengano in luoghi adatti all’infanzia, colorati, puliti, che il personale sia formato ad accogliere i minori, a tranquillizzarli, niente vale per i figli dei 41 bis.

Una piccola cella di ferro e vetro, spoglia, vestita di niente, accoglie i figli dei detenuti.
Un vetro antiproiettile a tutta altezza li separa dal loro caro che incontrano per un’ora, una volta al mese.
Se il detenuto ne fa richiesta, possono toccarlo, abbracciarlo ma gli adulti che lo accompagnano devono essere allontanati.
Altro che trauma! Vengono posti da un agente penitenziario tra le braccia di un uomo che conoscono appena mentre i loro familiari vengono allontanati.
Finito l’incontro lo straziante passaggio si ripete. Questo fino al compimento del dodicesimo anno di età. Dopo saranno adulti e pericolosi. Lo dice la legge!
I bambini dei detenuti in circuiti diversi dal 41 bis, la loro infanzia è importante, è protetta.
Non quella dei figli dei 41 bis.
I loro genitori non sono uomini. Loro non sono bambini.

Così sul detenuto grava oltre alla disperazione oggettiva della sua condizione, anche l’orrore di un male inflitto a causa sua ai suoi cari, ai suoi figli, ai suoi affetti, una condizione di disperazione oggettiva che si incancrenisce in un tempo che non si muove.

La vita in ogni sua forma si interrompe nel silenzio delle mura di un 41 bis.

Dal 2011 anche la possibilità di leggere, studiare, informarsi, è stata compressa inesorabilmente da una circolare che dopo altalenanti pronunce dei giudici di merito, è stata definitivamente avallata dalla Corte di Cassazione e poi dalla Corte Costituzionale.
Qualunque materiale di cultura o informazione può essere acquistato dal detenuto con il denaro che è custodito in carcere, attraverso l’amministrazione penitenziaria.
Il detenuto deve sottrarre al vitto e alle sue piccole necessità la possibilità di informarsi e, soprattutto, deve affidare ai tempi ed alle risorse della amministrazione penitenziaria la stessa possibilità di ottenere i testi che desidera leggere.
Spesso la risposta sarà che non è stato possibile reperirli e amen.
Neanche la cultura ha accesso al 41 bis.
Tortura, ecco tutto!

Image credit: Michael Schwarzenberger da Pixabay

Di Maria Brucale, su Ora Legale News

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