La pace senza missili
di Enzo Varricchio
Le utopie fanno la storia. Senza utopie non ci sarebbero stati il telefono, la penicillina, la scoperta dell’America e lo sbarco sulla luna. La pace è la più grande tra le utopie ancora irrealizzate. Nonostante le promesse a fine seconda guerra mondiale e dopo la caduta del muro di Berlino, la pace non è ancora assicurata neppure nella vecchia Europa, che più di tutti ebbe a patire le conseguenze nefaste del conflitto.
Strana utopia la pace. Tutti la vogliono e ne hanno bisogno come il pane ma la violenza prevale nel piccolo quotidiano come nel sistema globale. Attualmente, nel mondo si combattono ben 59 guerre, dall’Ucraina all’Afghanistan, alla Libia, al Myanmar, alla Palestina, alla Nigeria. Sono causate da lotte per il possesso di risorse strategiche, per giochi geopolitici delle superpotenze economiche e militari, per commerci di sostanze illegali. Norberto Bobbio ci ha insegnato che oggi nessuna guerra è inevitabile né tantomeno “giusta”, mentre sappiamo che tutte colpiscono deliberatamente la popolazione civile.
Ciononostante, e nonostante l’art. 11 della nostra Costituzione ripudi la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, il nostro Paese ospita ben 120 basi NATO, più si dice una ventina “segrete” ed è impegnato in 10 missioni in ambito NATO, 12 in ambito Unione Europea e 7 in ambito ONU.
La verità amara è che alla guerra ci si abitua, soprattutto se è quella che ammazza gli altri e non noi, se non sono le scuole dei nostri figli a essere bombardate, se a combatterla sono i figli dei poveri e coloro che a scuola non hanno trovato risposte alla domanda di futuro. Si riduce persino a una forma di macabro spettacolo mediatico. E, a quel punto, ognuno di noi tenta di giustificarsi chiedendosi “Che cosa posso farci io?”.
È proprio in quel momento che la guerra vince la sua battaglia contro l’Umanità e l’utopia di pace rimane solo un’utopia; è esattamente con quell’autoassoluzione che si accetta colpevolmente l’ipotesi che la guerra colpisca invece proprio noi, le nostre case e i nostri bambini, i nostri guadagni e le nostre energie. Perché no, se le guerre di oggi si combattono da molti per il potere di pochi? Che cosa impedisce all’occhio del destino di rivolgere il suo sguardo sciagurato proprio nella nostra direzione, chi assicura che il Putin di turno non colpisca il nostro benessere, se non le nostre vite? Per giunta, le guerre minacciano un pianeta già allo stremo in cui tutti viviamo.

«La possibilità di un disastro nucleare è solo la punta dell’iceberg quando si tratta delle innumerevoli conseguenze che l’invasione dell’Ucraina infliggerà all’ambiente. L’impatto è sbalorditivo, includendo le crescenti emissioni dovute all’attività militare, le fuoriuscite e le nubi tossiche causate dalla distruzione di impianti industriali e di stoccaggio del carburante, la contaminazione dell’acqua e del suolo da metalli pesanti e sostanze chimiche da bombe e armi e persino la distruzione di colture e fauna selvatica. Potrebbero volerci decenni prima che l’Ucraina e il mondo intero si riprendano dall’impatto del conflitto» (Euronews.green).
Dopo tanto parlare, promettere e finanziare per l’ecologia, dopo Greta e i suoi innumerevoli fan, ecco la risposta che il mondo sta dando all’emergenza dell’inquinamento globale. Viepiù, dopo aver inquinato la Terra, stiamo inquinando anche lo spazio con satelliti, sonde e viaggi interplanetari, in nome di una supertecnologia che rimane nelle mani di pochissimi, a sua volta figlia della ricerca bellica che diventa ogni giorno più potente e più pericolosa. Si stima che in Europa ci sia all’incirca un centinaio di bombe nucleari (sia di tipo B61 sia di altri tipi) divise in sei basi NATO: Kleine Brogel in Belgio, Büchel in Germania, Volkel nei Paesi Bassi, Incirlik in Turchia e nelle due basi italiane di Aviano e Ghedi. Siamo seduti sul cratere di un vulcano attivo.
È evidente che non abbiamo il diritto di tollerare tutto questo ma, soprattutto, la storia ci insegna che nulla è impossibile quando una grande utopia si traduce in tanti piccoli sforzi individuali. La risposta alla domanda autoassolutoria è sempre:
“Anche io posso e debbo fare qualcosa per la pace“.
C’era una volta un giovane avvocato indiano, di religione jainista, che amava il Discorso della Montagna di Gesù e applicava alla lettera il principio “porgi l’altra guancia“. Quest’uomo povero e minuto, di nome Mohāndās Karamchand Gāndhī, il 15 agosto 1947 liberò l’India dal secolare dominio britannico con la forza della verità (Satyagraha), senza sparare un solo colpo di fucile, con la prassi della disobbedienza civile e della non-violenza (”ahimsa”).
Il mondo può cambiare. Ce lo insegnano la fine della schiavitù e dell’apartheid, il crollo del muro di Berlino.
La rivoluzione pacifista è un’utopia che può realizzarsi, che ogni giorno a suo modo si realizza, a patto che ciascuno di noi si impegni individualmente, prima che la guerra raggiunga anche noi, invitando in ogni occasione i nostri governi a combattere per la pace, visto che sinora hanno fallito nel costruirla.
E nessuna pace si è mai costruita sui missili.
Credits: Laika, Rotta Balcanica
Di Enzo Varricchio, su Ora Legale News
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