La povertà è comunque una malattia
di Luigi Triggiani (Segretario generale di Unioncamere Puglia) e Luciano Sechi (Giornalista)
Il mondo e la Puglia dopo Covid 19
La pandemia che ha investito il pianeta non è certo paragonabile ad altre epidemie che lo hanno decimato in passato; eppure ha scosso le nostre certezze nel progresso della medicina, sulla stessa invulnerabilità di una grande comunità planetaria che si sentiva sicura di poter affrontare qualsiasi malattia e, in ultima analisi, qualsiasi emergenza. Invece è bastato un banale coronavirus, un upgrade della Sars (altri focolai analoghi c’erano stati nel 2002-2003, nel 2009-2010 e nel 2012, per non parlare dell’ebola nel 2014-2016 e del virus Hiv negli anni Ottanta, della paura dell’Aids vissuta come una peste dai risvolti morali e sessuali) a terrorizzare il mondo.
Nel passato c’erano stati, solo per fare qualche esempio, la peste antonina del 165-180 d.C., la peste nera del 1347-1351, il vaiolo del 1520 e le grandi epidemie di peste di manzoniana memoria e del XVIII secolo e della metà dell’800, per non parlare dell’influenza spagnola tra il 1917 e il 1920 che provocò 50 milioni di vittime su una popolazione che era meno di un terzo di quella attuale.
Peraltro – a voler ripercorrere una storia che molto spesso viene volutamente trascurata se non misconosciuta, forse anche per una paura sottesa che non ha abbandonato un’umanità che preferisce la distopia alla ricostruzione faticosa degli eventi – è sicuramente curioso che il primo vaccino, connesso al vaiolo, sia stato scoperto nel 1798 da un medico di campagna britannico: Edward Jenner (1749-1823); prima ancora della stessa scoperta del virus che è del 1906. A riprova di una scienza che difficilmente è programmabile con certezza di tempi.
Jenner aveva scoperto che i mungitori si immunizzavano essendo a contatto con le mucche che, come l’uomo potevano essere colpite dal vaiolo, ricavando appunto un “vaccino” (riferendosi alla malattia delle vacche). Nel maggio del 1796 iniettò del materiale preso da una pustola di vaiolo bovino contratto da una giovane donna, figlia di un contadino del posto, a un ragazzo di 8 anni, scoprendo come alcuni mesi dopo come questi fosse immune al contagio del vaiolo. L’ultimo caso conosciuto di vaiolo nel mondo è stato diagnosticato nel 1977 in Somalia. L’Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato ufficialmente eradicata questa malattia nel 1980. In Italia, la vaccinazione è stata sospesa nel 1977 e definitivamente abrogata nel 1981.
In fondo queste epidemie venivano vissute, almeno sino al secolo scorso, anche come una sorta di riequilibrio demografico, in parallelo con le guerre che non sono mai mancate. Ovviamente chi pagava il prezzo più alto erano le categorie più deboli, le fasce sociali meno protette ovvero povere. Questa norma si può dire che sia rimasta l’unica costante nei secoli, a riprova che la povertà è sicuramente la malattia più pericolosa, spesso letale.
E quel senso di oppressione e di morte, di paura ancestrale, confusa ma così reale, sino al secolo scorso si avvertiva non solo nei libri (la peste del ‘300 non è il tema ma la cornice del Decameron di Boccaccio, c’è la storia della colonna infame di Alessandro Manzoni, la maschera della morte rossa è tra i racconti di Edgar Allan Poe, il Diario dell’anno della peste è di Defoe, sino alla Peste di Camus, alla Diceria dell’untore di Gesualdo Bufalino e alla Nemesi di Philip Roth) ma anche agli albori del cinema Abel Gance con J’accuse, un film muto francese del 1919 poi rimontato nel 1922, disegna sullo sfondo, in maniera quasi infernale, da epidemia, gli orrori della prima guerra mondiale. https://youtu.be/SNDwVK7Gwlw
La paura dell’Aids e i suoi drammi sulle musiche dei Queen appaiono più recentemente al centro della coreografia del 1997 di Maurice Béjart, accostando con qualche forzatura Freddie Mercury a Mozart con Le presbytère n’a rien perdu de son charme, ni le jardin de son, lungo titolo da un romanzo di Gaston Leroux, un balletto che viene regolarmente replicato da oltre vent’anni con i costumi di Gianni Versace. https://www.youtube.com/watch?v=tcANb2VDWnI
In fondo la paura e quel senso di vuoto e di reclusione, d’impotenza, ma anche di rivalsa e rinascita che ne fanno seguito, sembrano intrecciarsi con la storia quotidiana di ognuno, con la storia potremmo dire sociale e, con tutte i vari particolarismi, planetaria: ogni volta sorpresi e attoniti, eppure proprio stupiti non dovremmo esserlo.
Chiacchierata sul futuro prossimo venturo
Roberto Vacca, ingegnere e matematico, nato nel 1927, pubblicò nel 1971 “Il Medioevo prossimo venturo” un libro che descrive uno scenario catastrofico: in estrema sintesi, attraverso una serie di analisi matematiche, ipotizzava una regressione della civiltà, proiettata verso un mondo dominato dalla povertà e dalle malattie, quindi percorso da lotte selvagge per la sopravvivenza. Di questo autore, snobbato allora dalla comunità scientifica, oltre al titolo, si può ricordare anche una frase totemica: “Solo attraverso la conoscenza la partecipazione può smettere di essere una formalità illusoria e può diventare un diritto inevitabile. Io credo che questa sia la sola via per la sopravvivenza e per la creazione di una società matura, controversa e libera”.
Che non fosse poi solo un isolato scrittore di fantascienza del filone apocalittico, lo dimostrano anche le analisi del club di Roma fondato nell’aprile del 1968 dall’imprenditore italiano Aurelio Peccei e dallo scienziato scozzese Alexander King, insieme a premi Nobel e leader politici. Particolare scalpore fece nel 1972 il Rapporto sui limiti dello sviluppo, meglio noto come Rapporto Meadows, che prediceva come la crescita economica non potesse essere infinita a causa della limitata disponibilità di risorse naturali, in particolare il petrolio, e degli effetti crescenti degli inquinanti nell’ecosistema. Giusto per fare un po’ di conti si tratta di circa 50 anni fa. Col tempo gli avvertimenti del club di Roma sono diventati, specie con l’affermarsi di quello che è stato definito turbocapitalismo, una sorta di voce di Cassandra che andava a malapena tollerata se non schernita.
Del resto, proprio nelle settimane di clausura più o meno volontaria e di impossibilità di acquisti in libreria (mentre i tabaccai sono aperti), pubblicazioni come “Spillover, L’evoluzione delle pandemie” di David Quammen, il quaderno dedicato ai virus dell’edizione italiana di Scientific American, o “Virus la grande sfida” del virologo Roberto Burioni, sono diventati dei veri e propri bestseller.
Ma veniamo a noi
Le avvisaglie c’erano già state alla fine del 2019: i segnali della fine di un mondo a guida occidentale, così come era stato sistemato alla fine della guerra fredda, erano apparsi chiari con la sempre maggiore presenza cinese, e del mondo asiatico in generale, nei processi di globalizzazione. Ma la crisi del covid 19 ha repentinamente accelerato questa fase di transizione con sviluppi ancora tutti da definire.
Le previsioni sono più o meno apocalittiche per l’economia mondiale; si tratta peraltro di stime ancora parziali a fronte di un lockdown che, mentre scriviamo, ancora si deve concludere. In ogni caso si tratterà di un conto salatissimo per le imprese e per i cittadini di mezzo mondo, e soprattutto per noi italiani. Si calcoli che secondo l’Istat: ogni 100 euro di prodotto interno (Pil) richiede l’attivazione di quasi 50 euro di attività industriale e 43 euro di servizi (assai meno in agricoltura che dipende molto di più dal fattore terra ma anche dall’andamento climatico).
- Prometeia prevede -1,6% (nel 2009 la recessione aveva determinato -0,4%); per l’Italia Prometeia stima un calo del 6,5%, una contrazione pari a quella del biennio 2008-2009, stimando che nel 2022 si sarà ancora sotto di 2 punti rispetto al 2019 e con un debito sovrano intorno al 150% (rispetto a circa 134% del Pil attuale);
- Nell’Eurozona secondo S&P Global rating il calo sarà del 2%;
- JPMorgan arriva a prevedere un calo del 10,5% nella prima metà dell’anno;
- L’agenzia di rating Fitch prevede per ora che il Pil dell’Italia scenda solo del 2% nel 2020;
- Secondo Goldman Sachs, il Pil dell’Italia crollerà dell’11,6% nel 2020 mentre gli interventi economici anti-coronavirus porterà il deficit sino al 10% del Pil con il conseguente incremento del debito ben oltre il 134%;
- Per l’Italia S&P Global punta su un -2,6%;
- Per Moody’s la contrazione cumulativa sarà del 4,5% nei primi due trimestri dell’anno, che dovrebbero essere i peggiori, allineandosi alle stime più prudenziali dei vari centri di ricerca;
- Secondo Cerved industry forecast, rischiamo di pagare alla crisi del coronavirus tra i 270 e i 650 miliardi di fatturato nel biennio 2020-21;
- Anche il Centro Studi di Confindustria stima una caduta del Pil nel primo trimestre del 2020 del 6%, con un brusco calo dei consumi delle famiglie (-6,8%), degli investimenti (-10,6%), dell’export ( -5,1%) e dell’occupazione (-2,5%);
- Sempre secondo il Centro Studi Confindustria ogni settimana di fermata ulteriore dell’attività produttiva costa un calo dell’0,75% di Pil.
Intanto possiamo fare una prima verifica dell’andamento economico del lockdown in Italia.

Praticamente tutte le previsioni, che fanno temere un crollo del Pil nazionale e della tenuta sociale, si traducono in un disastro: si pensi che nel 2019 il Pil nazionale è stato di circa 1.787,7 miliardi di euro (1.782,3 reali del 2018), ancora inferiore rispetto i livelli del 2007, mentre è stato quasi raggiunto il “rimbalzo” del 2011. Ne deriva che l’incremento medio del Pil annuale dalla crisi in poi è ancora lievemente negativo (circa 6 mld).

Senza addentrarsi in complesse analisi internazionali, va considerato il dato che, nonostante il contraccolpo dell’emergenza covid 19, la Cina potrebbe avere un vantaggio temporale dato dalla possibilità di un più rapido recupero dopo lo stop pressoché totale di febbraio-marzo e gli Stati Uniti – pur bloccati nel pantano della lotta interna al virus – possono garantire una potenza di fuoco notevole a sostegno delle proprie imprese, a fronte di un’Europa che sinora non è stata capace di dotarsi di una strategia unitaria, con divisioni tra Nord e Sud, mentre è sotto pressione dal punto di vista geo-politico. E in questo momento la tempestività d’azione è un farmaco salvavita.
Il virus sta, quindi, accelerando un processo in corso, processo sul quale i sovranisti hanno costruito il loro percorso politico: o si arriva presto a una Europa vera, con fisco, sanità, difesa e democrazia omogenei per tutti – e in tal senso è assurdo che si tolleri il recente caso ungherese con l’esproprio delle prerogative democratiche del parlamento – oppure dovremo arrenderci all’ipotesi di una alleanza con una superpotenza che ci faccia da garante – e in tal senso il termine alleanza è un blando eufemismo di una sostanziale subalternità e dipendenza, probabilmente non minore di quella che lamentiamo con l’asse franco-tedesco.
Del resto per dirla con Enrico Giovannini un prolungato lockdown impatta inevitabilmente non solo sul capitale economico, ma anche sul capitale umano (il personale che lavora, progetta, innova) e sul capitale sociale (interazione tra soggetti sul luogo di lavoro e nella società) Lavoce.info 7.4.2020
Intanto tutti parlano impropriamente di un piano Marshall dimenticando che l’European Recovery program, come si chiamava ufficialmente, garantì a una quindicina di paesi europei, in 4 anni, circa 13 mld di dollari (140 mld al valore attuale), con l’83% costituiti da donazioni e quindi a fondo perduto e il 13% da prestiti. Solo in Italia nel primo anno (1948-49) furono garantiti aiuti pari al 5% del Pil. E’ evidente che la situazione attuale è ben diversa, al di là che si faccia riferimento ad eurobond o al ricorso al Mes.
In estrema sintesi, né il governo italiano né i suoi cittadini hanno vinto alla lotteria: presto o tardi bisognerà fare i conti con il debito, magari non nell’immediatezza ma sicuramente non scaricando semplicemente i problemi sul futuro. L’azienda Italia, come ci piace chiamarla, ha un bilancio, con debiti e crediti. E la prima delle due poste pesa già moltissimo sui contribuenti.
A meno che l’Europa non faccia finalmente il salto e si ritrovi miracolosamente unita e cooperativa.
Questa è la sfida attuale, se non interviene la Banca Centrale Europea sterilizzando il debito, la situazione italiana si complicherà in maniera ancora più seria. E per il momento su questo volano gli stracci, come in quei rapporti mai decollati, in cui alla prima occasione di criticità ognuno rinfaccia inadempienze, e leggerezze all’altro partner, come sta avvenendo tra Italia e Olanda, per esempio.
Anche qui, oltre a ritrovarci con le lacrime agli occhi a cantare l’inno nazionale in tv alle finali dei mondiali di calcio, o in questi giorni sui balconi, ad applaudire alla nostra unità e ai nostri nuovi eroi, medici e infermieri, se esiste ancora una grande manifattura a minimo governo degli imprenditori italiani, questi potrebbero almeno pensare alla possibilità di spostare la sede legale di alcune grandi aziende italiane da Amsterdam a Milano, Madrid, Parigi o Bari (magari perché c’è il mare). I francesi forse lo farebbero: qualcosa, magari solo questo, possiamo impararla anche da loro.

I dati fanno emergere come proprio i Paesi più colpiti sinora, Italia e Spagna, siano quelli in cui minore sono le risorse messe in campo per l’emergenza economica (1,4% per l’Italia e 1,3% per la Spagna), certo non per volontà ma per carenza di risorse. A conferma che chi ha più risorse si cura meglio, o se volete, chi è più povero si cura meno bene o addirittura male. Intanto si discute di eurobond o Mes e il paziente rischia di stare sempre peggio.
È evidente che questa situazione, sicuramente negativa ma che non va comunque presa alla lettera nei suoi scenari anche più foschi, con nervi saldi e senza isterismi, impone una riflessione più complessiva sull’assetto economico planetario e, per quel che ci riguarda, nazionale e regionale. Dieci anni fa lo scoppio della crisi si innescò dalla finanza, oggi la natura dello choc è reale, più tangibile (blocchi alle attività produttive, quarantene, chiusura degli esercizi commerciali).
In questa prima fase sta colpendo in particolare i servizi, la fetta più importante del valore aggiunto nei paesi avanzati, con più occupati rispetto alla manifattura e dove le vendite perse difficilmente potranno essere recuperate, ma ormai ha investito pienamente anche la produzione industriale. La natura reale e globale di una crisi che parte dai servizi comporta effetti moltiplicativi molto pesanti e di lunga durata, anche in termini di scambi internazionali.
Per rimanere alla finanza, poco è cambiato nell’ammontare complessivo di investimenti in strumenti derivati che circolano a livello globale, dalla crisi del 2008. A giugno 2019 l’esposizione complessiva nozionale in derivati (ovvero titoli che vedono attribuire il loro valore in base a indici azionari, valutari, ecc.; nozionale è il valore dell’attività finanziaria cui è legato un contratto derivato) era pari a 120 trilioni di dollari, con un ammontare medio di scambi giornalieri pari a 14 trilioni.
Il che significa che, senza tenere conto degli scambi infragiornalieri, transazioni che si aprono e chiudono nell’arco della stessa giornata, ogni anno in media si muovono solo sui derivati, a livello mondiale, almeno 3mila trilioni di dollari (3 milioni di miliardi di dollari), una cifra pari a circa 50 volte il prodotto interno lordo globale.
Grazie ad algoritmi e automazioni, il 50-60% delle transazioni sui mercati finanziari si aprono e si chiudono in meno di 5 minuti.
Il peso della finanza sull’economia mondiale e sulla capacità di incidere dei singoli Stati, anche dei più potenti, è il nodo da sciogliere. Sarà ovvio, ma è bene sottolineare che la finanza è preponderante sull’economia reale, e talvolta anche sulla politica: con questa equazione è difficile pensare a come creare occupazione, stabilità, ricchezza diffusa, con una a popolazione mondiale che continua a crescere, sia pure più lentamente di quanto stimato in precedenza, dai circa 2 miliardi nel 1927 ai 6 miliardi della fine del secolo scorso, adesso siamo circa 7,7 miliardi, le proiezioni a 30 anni indicano che nel 2050 raggiungeremo i 9,7 miliardi.
Eppure – se le nazioni fossero compatte in una strategia comune – tanto ci sarebbe ancora da fare nelle fabbriche, nei cantieri, nell’economia reale: per esempio quella che oggi chiamiamo economia circolare.
Il neoliberismo, per dirla con il Nobel per l’economia Joseph Stglitz, “è stato un fallimento spettacolare” e “deve essere dichiarato morto e sepolto” , visto che “la crescita economica è inferiore che nel quarto di secolo dopo la Seconda Guerra Mondiale e per la maggior parte è andata a vantaggio di chi è in cima alla scala dei redditi”.
Secondo Stglitz le possibili risposte sono il nazionalismo di estrema destra, il riformismo di centro sinistra e la sinistra progressista, ovvero un “capitalismo progressista” in cui lo Stato investe dove il mercato non arriva, governa il mercato per impedire che singoli possano “arricchirsi sfruttando gli altri ed estraendo ricchezza dalla rendita piuttosto che cercare di crearla” e fa tutto il possibile per “recidere il collegamento tra potere economico e influenza politica”.
Detto così è chiaro e semplice, a volerlo attuare.
Sempre secondo Stiglitz non c’è una bacchetta magica “che permetta di rimediare ai danni causati dalla ricetta neoliberista degli ultimi decenni”. Ma un’agenda completa su queste linee può fare molto. Molto dipenderà dalla determinazione dei riformatori nel combattere problemi quali l’eccessivo potere di mercato e l’ineguaglianza delle classi sociali. Un’agenda completa deve puntare sull’educazione, la ricerca e le altre vere fonti di ricchezza. Deve proteggere l’ambiente e combattere il cambiamento climatico. E deve prevedere programmi pubblici che assicurino che a nessun cittadino vengano negati i requisiti base di una vita decente. Questi includono sicurezza economica, accesso al lavoro e a un reddito minimo, salute e un alloggio adeguato, una pensione e la qualità dell’istruzione per i figli.
Le alternative offerte dai nazionalisti e dai neoliberali garantiscono maggiore stagnazione, ineguaglianza, degrado ambientale, conflittualità politica che potenzialmente conducono a un esito che non vogliamo nemmeno immaginare” (Il Fatto Quotidiano 19.6.2019).
Il problema, a questo punto, è come salvare la finanza innanzi tutto da se stessa, reindirizzandola al suo scopo originario, al servizio dell’economia, dell’ambiente, della società.
Inoltre, come ben sanno i lavoratori del settore, si è accentuata quella che si potrebbe definire una sorta di omologazione bancaria, con uno spiccato processo di concentrazione.
Basti dire che nell’ultimo ventennio in Italia le banche sono passate da un migliaio e circa 500, e circa 500 comuni non hanno più uno sportello bancario, con il problema del difficile accesso al credito che è stato tutt’altro che superato (dalla crisi del 2008 il cosiddetto credit crunch non è mai veramente finito).
Lo stesso Draghi ha chiesto politiche coraggiose proponendo un nuovo protagonismo delle banche per garantire le risorse necessarie per l’economia reale.
Per Bari e la Puglia questo problema si accentua per la crisi della Popolare di Bari che, nel bene e nel male, negli anni ha garantito un sostegno al tessuto produttivo del territorio, con rischi di spinte al rientro dai fidi per molti correntisti.
In questo contesto, è fondamentale almeno frenare, se non bloccare totalmente, i fenomeni speculativi e garantire la liquidità (le risorse) a famiglie e imprese.
Senza addentrarsi in tecnicismi, di fronte c’è lo sforzo indispensabile del Governo di garantire le necessarie risorse a un Paese che rischia di crollare, economicamente e socialmente, sotto il peso della crisi; uno sforzo che comporta l’aumento del debito pubblico ma anche un incremento degli interessi che si dovranno pagare in futuro (già oggi mediamente paghiamo tra i 60-70 mld. di euro l’anno). Questo significa che le risorse non sono illimitate ma non possono essere risicate.
In primis però, pur sapendo che non è certo facile, va divisa l’assistenza dal sostegno alle imprese. Se l’assistenza (sanitaria e di sostentamento) va garantita a tutti, probabilmente non si può utilizzare un analogo parametro per il sostegno alla ripresa delle aziende. Ci sono imprese che già prima della crisi del covid 19 erano sull’orlo del tracollo e con scarsissime possibilità di rilancio, alcune hanno già portato i libri contabili in tribunale. Se le risorse finanziare – come è possibile che sia – dovessero essere erogate senza discrimine, avremmo il triplice danno di bruciare risorse preziose, di allungare l’agonia a soggetti ormai decotti e di sostenere una forma di concorrenza sleale che potrebbe essere perpetrata da chi, pur di sopravvivere, creerà caos sul mercato.
Cosa diversa per imprese in cui la difficoltà è transitoria e contingente, considerando anche che – come sistema – non possiamo permetterci di perdere quote importanti di una filiera, in quanto ciò renderebbe poco competitivo tutto il comparto: è quanto è accaduto, per esempio, nel settore del mobile imbottito, decimato probabilmente da un errore strategico di base: molte delle produzioni erano labour intensive, non coerenti con la struttura dei costi di un’impresa europea, e sono state spazzate via dalla competizione orientale (peraltro proprio mentre si continuava a finanziarne i cespiti).
Di tale falcidia sono state vittime anche le imprese che realizzavano prodotti di fascia più alta, quindi meno sensibili alla concorrenza di prezzo, poiché tutte quelle economie di dimensione e di sistema derivanti dal “distretto” erano venute meno. Questo principio vale anche, per esempio, per il turismo: sistema ferroviario, aeroporti, porti, e logistica in generale non potranno reggere a lungo e quindi fare da supporto essenziale, rispetto a un crollo dell’offerta, oltre che della domanda.
Quindi l’imperativo è mantenere in vita tutte le aziende sane. Il tutto a prescindere dalla necessaria assistenza per tutti i lavoratori, così come per quelli senza lavoro.
Anche per evitare che si perpetui la logica dell’evasione fiscale che alla fine, grazie a non sufficienti controlli e alla lunga sequela di condoni del passato, finisce per premiare proprio gli “imprenditori” meno meritevoli, penalizzando chi, invece, rispetta le regole e paga le tasse.
Secondo le stime dell’Istat, l’evasione in Italia ammonta a circa 191 mld l’anno, pari al 11,3% del Pil.
La quota maggiore dell’economia non osservata a livello territoriale è prodotta nel Mezzogiorno (30,9%) in cui prevalgono le componenti dovute all’impiego di lavoro irregolare (34,5%) e al restante sommerso economico (31,4%). Il peso delle sotto-dichiarazioni risulta, invece, maggiore nel Nord-ovest (28,2%). A livello regionale, Lombardia, Lazio e Campania contribuiscono per più di un terzo al totale nazionale (rispettivamente per il 17,0%,10,9% e 8,9%). In Puglia a fronte di un 19% di valore aggiunto non osservato si stima che l’8,4% sia riconducibile a sottodichiarazione e il 7,4% da lavoro irregolare. http://www.mef.gov.it/documenti-allegati/2019/Relazione_evasione_fiscale_e_contributiva_2019.pdf
Una specifica merita la questione delle piccole e medie imprese, che costituiscono il nerbo dell’economia nazionale; si calcola, infatti, che complessivamente circa il 30% sia decisamente a rischio default, non essendo in grado di resistere ad interruzioni prolungate: si pensi, solo a titolo di esempio, ai piccoli esercizi commerciali non alimentari. Secondo l’AD di OVS, uno dei più grossi player del comparto, le aziende del settore del commercio abbigliamento e accessori, con oltre 200mila lavoratori, sono quelle che, con le saracinesche abbassate, più subiscono i contraccolpi dell’emergenza.
Si tralascia qui un’analisi più propriamente sindacale dei problemi connessi al lavoro e all’assistenza delle condizioni più difficili spesso affidate al volontariato e alla buona volontà di chi si trova a gestire l’emergenza, su cui numerosi e puntuali sono stati gli interventi sindacali confederali e di categoria.
Di certo, in sintesi, occorre un maggiore controllo dei mercati di capitali, liquidità a sostegno della domanda privata e a garanzia della solvibilità dei sistemi bancari e produttivi.
Complessivamente si tratterà di verificare come sarà il nuovo stile di vita dopo mesi di clausura.
Ci sarà un arretramento sul versante dello smart working?
La socializzazione – bar e ristoranti ma anche cinema e teatri – sarà immediata e senza lunghi periodi di transizione (distanza tra le persone, mascherine, etc.)?
Si tornerà al passato nelle modalità di fare shopping e di viaggiare?
Ci sarà un incremento di fare sport in casa o si ritornerà tranquillamente nelle palestre?
Continuerà il boom degli anni scorsi per le crociere?
Sarà solo un’interruzione dello stile di vita o l’inizio di un modo di vivere completamente diverso con al centro l’isolamento?
Effetti che forse troveremo anche sulle nostre tavole, con un mutamento nelle nostre spese alimentari, come si avverte negli attuali carrelli della spesa: farina +57%, cibi pronti +51%, pasta +29%, latte +19% (dati Nielsen).
E per rimanere su consumi più locali, a Bari c’è addirittura un crollo delle vendite della mitica focaccia. Nel contempo si modifica lo storytelling, come dimostra buona parte della comunicazione che, con estrema rapidità e flessibilità, ha mutato concetti e immagini.
In particolare, un terreno su cui sarà difficile tornare indietro, con tutte le necessità d’intervento e d’investimento necessari, sarà quello della digitalizzazione di massa (a cominciare dall’esigenza di una rete unica), ormai anche gli anziani si sono convertiti a whatsapp e alle video chiamate, le riunioni – dai consigli di amministrazione delle multinational alle riunioni di condominio – si fanno su piattaforme come Skype o Zoom.
Fatto lo sforzo di apprendimento nei primi giorni, le tecnologie sono diventate sempre più di uso comune, un po’ come è già successo per internet.
Significa che bisognerà garantire infrastrutture adeguate, come ben sa chi non dispone della fibra, per evitare di rimanere esclusi, diventare sempre più periferici, il che vuol dire anche cambiare approccio ovvero una nuova grammatica e una nuova sintassi ma anche una nuova economia.
Il rischio è che questo mutamento possa spingere verso derive nazionalistiche e protezionistiche, in un rifiuto della globalizzazione che è lecito se significa costruire catene produttive meno rigide (per esempio con le mascherine che sembrano essere prodotte solo in Cina) e interdipendenze meno fragili, ma che diventano autolesionistiche se si cerca di ricostruire sistemi commerciali autarchici.
In questa logica saranno decisivi gli investimenti – che non potranno essere certamente solo nazionali e che in Italia già erano bassi prima del covid 19 – e una seria programmazione dei fabbisogni energetici (durante la crisi si è registrato un calo del 20% e, per motivi diversi, il crollo del prezzo del petrolio, mentre non è da sottovalutare il tracollo delle vendite auto, in Italia -85,4%) che oggettivamente andrebbero gestiti quanto meno in termini di macroregioni continentali.
Per la Puglia, oltre alle inadeguatezze delle gestione regionale – di opposizione e di governo – più attenta a stabilire condizioni di consenso che a ottimizzare l’intervento e nel coordinamento dell’azione in una fase così difficile, il problema principale è quello di costruire sin da ora le basi di un necessario e possibile rilancio, produttivo ed occupazionale, ricordando che già le condizioni pre-crisi attuale erano ancora in negativo rispetto a 20 anni fa, ovvero prima della crisi del 2008-2009.
E’ ancor più urgente oggi attivare un immediato e serrato confronto tra giunta regionale, parti sociali e rappresentanze istituzionali, utilizzando al meglio il tempo, prima ancora delle risorse, chiedendo a ciascuno di fare la sua parte per cercare di costruire una idea di sviluppo territoriale. Per quanto comprensibile nel breve periodo, non basterebbe rimescolare i sempre esigui fondi comunitari, cambiando le poste finanziarie, per risolvere un problema che rischia di essere devastante e che va affrontato con coraggio e coesione sociale.
In questo contesto, per esempio, si potrebbe seriamente pensare a quali interventi – in termini anche di investimento – sono necessari alla sanità, non liquidando il tema ai noti ritardi tra Nord e Sud del Paese, rilevando che fortunatamente la crisi è stata più violenta in aree dove è più efficiente la struttura sanitaria (Lombardia e Veneto) senza mai fare alcun ragionamento serio su come si è sviluppata la spesa sanitaria negli ultimi decenni e su come vada strutturata la sanità dei prossimi anni che non può più essere quella del passato.
Altro aspetto decisivo è quello del settore alimentare, a cominciare dall’agricoltura dove la questione dei lavoratori migranti s’intreccia direttamente con la stessa esistenza del comparto (specie per l’orticoltura e le lavorazioni meno specializzate), ma dove, nonostante proclami e dichiarazioni di principio, non si è mai affrontato il tema della modernizzazione: si pensi all’olivicoltura, dove si continuano a confondere le questioni paesaggistiche con quelle produttive, quando tutti sanno che la polverizzazione dell’offerta rende questa coltura non compatibile con la redditività dell’impresa.
Ma il discorso vale per tutti i comparti agricoli, con le annose questioni della commercializzazione e della logistica. Si può superare il discorso bucolico della qualità in astratto, assolutamente scollegata con il dato effettivo, con un’analisi per verificare come rendere economicamente compatibile per impresa e lavoratori, una produzione che peraltro si trova a dover fare i conti con cambiamenti climatici mai visti?
A fine 2019 nel settore agroalimentare, operavano quasi 79mila imprese, circa 70mila solo nell’agricoltura, di cui circa la metà in olivicoltura. Le aziende di trasformazione alimentare sono invece quasi 6mila, 1.981 nell’allevamento e 774 sono impegnate nella pesca e acquacoltura (con la seconda che ormai è un quarto della prima come numero di aziende). Rispetto al 2014, secondo gli ultimi dati Unioncamere Puglia, ci sono 612 aziende in meno nel settore delle colture arboree e un aumento delle industrie alimentari (+44) e delle bevande (+54).
Nel settore operano oltre 230mila addetti, un quinto del totale degli occupati nella regione. Rispetto ai dati del 2014, nel 2019 si contano oltre 500 addetti in più ma sono 1.394 i lavoratori in meno nelle campagne. Se l’allevamento sostanzialmente tiene (+37 lavoratori), la pesca perde 233 addetti, il che è un dato curioso a fronte di un aumento del numero di imprese, ma in ogni caso pone la questione della marineria pugliese.
Nel turismo, che è una voce importante nel Pil pugliese, pesa l’incertezza sulla possibilità stessa che vi sia una stagione nel 2020, le incertezze sui tempi influiscono in maniera devastante sulle possibilità di riavvio del settore.
Sono 26.045 le imprese pugliesi che operavano nel turismo a fine 2019, di cui 22.118 nei servizi di ristorazione e 3.927 in quelli di alloggio. Rispetto al 2014 si contano 1.879 imprese in più nella ristorazione e 1.683 nell’alloggio.
Nel settore operano 110.804 addetti, 93.827 nella ristorazione e 16.977 nell’alloggio.
Nel 2019 si contano 31.168 addetti in più nella ristorazione e 5.454 nei servizi di alloggio, con un incremento del 39,14% rispetto alla fotografia del 2014. In ogni impresa del settore mediamente operano 4,25 dipendenti, in linea con la tendenza nazionale. Si tratta di un settore che stando sempre ai dati Unioncamere Puglia ha fatto registrare negli ultimi due anni un aumento degli investimenti, e risultati comunque in positivo, dati che ovviamente non saranno replicabili nell’anno in corso.
C’è poi il problema della formazione, e insieme della ricerca, le due questioni sono intimamente connesse, specie nelle sue eccellenze, altrimenti staremo sempre a piangere la fuga dei cervelli e l’arretratezza delle strutture meridionali, un tema ancora più urgente se il tutto si collega all’innovazione e allo sviluppo delle tecnologie nelle scuole e nelle imprese.
Sono 93.467 le imprese pugliesi che operano nel commercio a fine 2019, di cui 65.408 nel dettaglio e 28.059 nell’ingrosso.
Rispetto al 2014 il settore, secondo i dati Unioncamere Puglia, si presenta molto più concentrato: vi lavorano più persone, ma in meno aziende. Si contano infatti 3.910 imprese in meno nel dettaglio (-5,64%) e 158 in meno nell’ingrosso (-0,56%), ma questo a fronte di dinamiche occupazionali nettamente antitetiche.
Nel comparto operano 200.306 addetti, 134.816 nel dettaglio e 65.490 nell’ingrosso. Si contano 7.120 addetti in più rispetto alla fotografia del 2014 (+3,69%, andamento simile sia nel dettaglio che nell’ingrosso).
In ogni impresa commerciale pugliese mediamente operano 2,14 dipendenti, dato inferiore alla media nazionale (2,60).
In tutte le città pugliesi opera una moltitudine di commercianti di vicinato, con 64.005 microimprese (meno di 2,5 mln di euro di fatturato e meno di 10 dipendenti). Le più strutturate salgono di un gradino, con fatturati che arrivano a 10 mln e meno di 50 dipendenti, divenendo così piccole aziende commerciali (1.288).
Ciò che avviene dopo rappresenta verosimilmente il territorio in cui si muovono i grandi player dell’intermediazione/distribuzione e anche la GDO propriamente detta: 93 medie imprese, con meno di 250 addetti e meno di 50 mln di fatturato (ma soprattutto 15 grandi aziende di distribuzione che superano i 50 mln di fatturato e i 250 dipendenti.
La GDO pugliese è un mondo articolato e con molte facce, che complessivamente conta 1.528 punti vendita e una superficie pari a più di 110 campi di calcio (1.254.630 mq).
Molto forte la presenza di ipermercati e minimarket, che hanno superfici per abitante più alte delle medie nazionali. Nella regione c’è quindi una GDO molto polarizzata, o più grande o più piccola rispetto al modello nazionale, con un “medio” che ha meno successo.
Nel 70% dei casi il commerciante pugliese sceglie la forma societaria dell’impresa individuale, nell’8% invece iscrive una società di persone. Il dato delle società di capitali (21%), ancorché in crescita ininterrotta da anni, è inferiore a quello di altri settori dell’economia pugliese.
Ciò significa che la metamorfosi verso forme societarie più strutturate e mature esiste, ma – GDO a parte, ovviamente – è più lenta che in altri comparti, ma assolutamente in linea con le medie italiane.
Sono 2.246 le imprese che operano nella meccatronica pugliese a fine 2019. Il 46% di queste opera nella meccanica, il 19% nella produzione di apparecchiature elettriche, il 18% nell’elettronica, il 6% nella componentistica auto e l’11% nella produzione di altri mezzi di trasporto, escluso auto.
Rispetto al 2014 nel comparto si contano 366 imprese in meno (-14,01% il confronto fra gli stock).
Una selezione darwiniana, sempre secondo Unioncamere Puglia, che non deve trarre in inganno, perché il settore mostra indicatori di performance migliori rispetto al periodo post-crisi 2007-13. In particolare, bilancio, export, forme societarie e classi di fatturato fanno pensare a una meccatronica nel complesso più competitiva, più strutturata e più proiettata all’estero.
Nell’analisi non viene considerata l’annosa questione Arcelor Mittal di Taranto che meriterebbe un’analisi a parte ma troppo lunga in questo contesto. Nel settore operano 18.125 addetti, 686 in meno del 2014 (decremento del 3,65%, in parte spiegabile col calo delle imprese).
Anche negli addetti è l’industria meccanica a dominare la scena (43% della meccatronica nel suo insieme), seguita dalla produzione di autoveicoli o loro parti (23%), da quella di apparecchiature elettriche (15%), elettroniche (10%) e di altri mezzi di trasporto (9%).
In ogni impresa meccatronica mediamente operano 8 dipendenti, un numero comprensibilmente più alto di tutti gli altri settori economici regionali indagati; particolarmente elevato il numero di dipendenti medi della produzione di componentistica auto, 30, mentre gli altri comparti hanno valori medi più bassi, fra i 4 e i 7 addetti.
Il dato più rilevante di questo settore, per Unioncamere Puglia, è l’eclettismo, ossia la presenza di tante differenti specializzazioni, dalla componentistica per aziende “finali” fino ai prodotti finiti, tali da farne un vero laboratorio di competenze.
Assumendo come parametro il numero di dipendenti, le imprese con maggior peso nell’industria meccanica sono quelle che costruiscono macchine per l’agricoltura, seguite da produttori di apparecchiature per la chimica e quindi per l’industria alimentare.
Facile pensare ad una funzione di servizio rispetto alle filiere agroalimentari e chimiche di Puglia. A seguire, sollevamento e movimentazione, refrigeratori, macchine per industria estrattiva ed edile, pompe e compressori, bruciatori e sistemi di riscaldamento.
Nella fabbricazione di autoveicoli o loro componenti, molto rilevante il peso delle carrozzerie (ovvero la produzione di scheletri e parti esterne di autoveicoli) e della componentistica auto. Nella fabbricazione di altri mezzi di trasporto si va invece dall’aerospazio alla cantieristica navale (imbarcazioni da diporto e navi), dal materiale ferro-tramviario alle biciclette.
I primi consigli regionali sono stati istituiti esattamente 50 anni fa.
Le Regioni sono strutture amministrative giovani, senza alcuna storia rispetto a quella millenaria dei Comuni, un bene culturale distintivo che ci siamo affrettati a cancellare forse troppo in fretta; eppure dagli enti regionali e da Bruxelles, più che da Roma, passano i destini economici della nostra comunità: molte delle risorse per la programmazione economica, sotto acronimi di tendenza come POR e PSR, sono cofinanziati e governati – con le tonnellate di burocrazia del caso – da Europa e Regioni.
Anche la spesa sanitaria è in gran parte governata da questi enti locali e l’emergenza Corona virus ci ha fatto almeno comprendere che questo sistema, così com’è, non può funzionare: se ci fosse stata una infezione con una più alta mortalità, invece del covid 19, saremmo stati a parlare d’altro o addirittura in silenzio.
E questo è il momento giusto per non dimenticare gli errori e i conflitti, e per farne tesoro: un virus non aspetta né i decreti, né le sentenze del Tar.
In questa fase, al di là di una programmazione puntuale in ogni aspetto, è necessario riavviare in qualche modo il processo economico che procede al minimo se non è del tutto fermo.
Il momento difficile, infatti, consente misure coraggiose, talvolta anche impopolari, ma che consentono interventi strutturali e di sistema, si pensi a quanto si può fare in agricoltura per modernizzare un comparto che da troppi anni attende un riassetto non più rinviabile sia sul versante produttivo che lavorativo, superando una subalternità sia alla trasformazione industriale che, soprattutto, alla commercializzazione peraltro non organizzata.
E in questo senso, per un’agricoltura moderna, servono soprattutto due cose: i giovani e l’acqua. L’età media dei nostri agricoltori farebbe impallidire gli ospiti di un qualsiasi ospizio per anziani, nonostante le provvidenze degli ultimi decenni per l’imprenditoria giovanile. Per risolvere il problema dell’acqua nei campi dobbiamo risanare le linee idriche e applicare le metodologie – che ci sono – per utilizzarla senza sprechi, anche nella consapevolezza che alcune colture idrovore non sono sostenibili ovunque.
Poi dobbiamo fare benchmarking; in parole povere basta copiare e magari fare meglio di chi lo ha già fatto. Non solo Israele. La Spagna, per esempio: basta andare in Almeria, dove producono le primizie per tutta l’Europa grazie a potenti dissalatori: abbiamo terra, vocazione e competenza, se è vero che riusciamo per alcune colture ad essere competitivi a livello internazionale e se è vero che ci sono centinaia di aziende florovivaistiche.
Inoltre c’è un mercato crescente, fatto di qualche miliardo di turisti che sceglierebbe tranquillamente di venire in Italia, in Puglia. E prima o poi arriverà.
E dovremmo farci trovare pronti: investendo in competenza nella ricezione, in logistica integrata, soprattutto in cultura: per essere all’altezza delle aspettative di chi viene e degli intermediari commerciali che scelgono le nostre mete, perché la ripresa non sarà solo lenta: altri competitors internazionali, ai quali negli anni scorsi abbiamo sottratto importanti quote di mercato per aspetti congiunturali, si stanno riorganizzando. E noi dovremo essere più bravi di loro, non solo più fortunati: i trulli e le spiagge non possono bastare per sempre.
E poi il manifatturiero, dalla meccanica al food di qualità, i comparti che ci fanno esportare prodotti a maggiore valore aggiunto, che trattengono dipendenti qualificati e li fanno crescere, con i dipendenti che fanno crescere a loro volta le aziende.
Non servono più né stabilimenti né troppi asili nido: abbiamo 370mila imprese in Puglia, e di queste, diverse decine di migliaia sono imprese altamente competitive, sane, che potrebbero crescere: concentriamoci di più su queste e meno sulle unità produttive che hanno il loro quartier generale in altre parti del mondo, tranne che per gli investimenti strategici, e tra cinque anni forse racconteremo una storia ancora migliore di quella che i dati positivi che si notano nelle pieghe delle statistiche ci hanno fatto immaginare.
La situazione è difficile, e per certi versi sarà peggio dei primi dopoguerra, perché non solo sarà scarsa l’offerta, ma anche la domanda, cosa che dopo i conflitti di solito non accade; per altri versi però, rispetto al dopoguerra degli anni ‘50, abbiamo dei vantaggi: la struttura delle imprese, pur provata da anni difficili, mostra una buona tenuta; siamo l’Italia, un paese da sognare, tra ai pochi che possano vantare uno storytelling.
In fondo, considerato che anche i nostri concorrenti hanno avuto la stessa crisi, possiamo dire con un po’ di ottimismo e di cinismo che in fin dei conti non ci manca nulla, non stiamo peggio di un altro dopoguerra, se non, forse per la consapevolezza sul dove e come agire, cosa peraltro difficile da fare, e forse l’entusiasmo che si spera di vedere sempre negli occhi degli imprenditori, e che, invece nonostante tutto c’era anche dopo i disastri della II guerra mondiale.
A fronte di questo scenario, il ruolo della Regione, seppure alla vigilia rimandata della scadenza elettorale, è assolutamente decisivo e non può essere ridotto a mera piattaforma di scontro tra partiti per la conquista del consenso.
Ogni ritardo in questa situazione non è solo un rallentamento ma rischia di perdere anche le non molte occasioni di ripresa, possibili con un livello di coesione sociale che invece questo ritardo rischia di compromettere.
Solo con una reale convergenza sociale, indispensabile in una fase comunque molto complessa, e con inevitabili sacrifici (anche perché nessuno regala niente), sarà possibile superare questa situazione che non è più di semplice transizione.
I tempi che già prima erano accelerati, dopo lo stop del lockdown, saranno ulteriormente velocizzati.
Da soli non si vince non può rimanere solo uno slogan.
Image credit: Jord Hammond
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