Questione di genere in magistratura

Questione di genere in magistratura

di Carla Marina Lendaro (Consigliera della Corte Appello di Trieste e presidente dell’A.D.M.I. – Associazione Donne Magistrato Italiane)

Disuguaglianze, giurisdizione e persistente questione “di genere”in Magistratura

  1. Introduzione
  2. Pregiudizio e sottorappresentazione di genere: un breve viaggio nella storia e nel tempo
  3. Donne e magistratura. L’accesso
  4. Donne e Magistratura, i primi anni e la crescita sino ad essere oggi le giudici oltre la metà
  5. Il Consiglio Superiore della Magistratura e la sottorapresentanza di genere
  6. L’associazionismo, le correnti e la loro degenerazione e l’esplodere a giugno 2019 della questione morale. La necessità di una nuova legge elettorale CSM
  7. Proposte allo studio per una nuova legge elettorale per l’Organo di Autogoverno
  8. Alla ricerca del definitivo superamento della sotto-rappresentanza di genere e degli stereotipi: un obiettivo irrinunciabile anche in Magistratura

Introduzione

I giuslavoristi conoscono il tema della discriminazione e sanno che il diritto del lavoro mira al riequilibrio di posizioni diseguali. Un tema vastissimo ed oltremodo irto di tante, troppe, questioni irrisolte. Le regole antidiscriminatorie sono parte della nostra stessa Carta Costituzionale e in particolare del suo art. 51 Cost., ma lo sono anche del diritto dell’Unione Europea e, non da ultimo, dello stesso diritto societario per effetto della legge Golfo-Mosca n.120 del 2011 per le società quotate in borsa

Per parlare di differenza di genere occorre partire dal dettato costituzionale che ben ci consente di riflettere sul genere, ma anche di utilizzare il genere per riflettere sulla Costituzione.
L’impianto della Carta Costituzionale è fortemente innovativo quanto alla “uguaglianza fra i sessi“. La nostra Costituzione, non va dimenticato, venne promulgata alla fine della guerra mondiale durante la quale, mentre gli uomini erano al fronte, le donne avevano permesso al Paese di andare avanti, donne cui tuttavia non erano riconosciuti diritti fondamentali. Fino alla fine della seconda guerra mondiale le donne non potevano votare, in buona parte non lavoravano o studiavano ed in famiglia erano sottoposte al marito, che dovevano seguire ed al quale erano soggette entro la famiglia patriarcale.

Il suffragio universale innegabilmente caratterizza le origini e le radici della nostra Carta costituzionale repubblicana.
Il voto ha, infatti, riconosciuto la piena cittadinanza politica delle donne, incorporando nel patto fondamentale i diritti politici delle stesse come diritti inviolabili.
Con il pieno ingresso delle donne nella sfera politica e il loro accesso nei luoghi della rappresentanza è stata resa possibile una democrazia consapevolmente declinata rispetto al genere, capace di riconoscere le differenze tra i sessi e di assumerle in modo non discriminatorio. La presenza delle donne nelle sedi della rappresentanza permette di influenzare la produzione delle leggi, che definiscono le condizioni delle donne e degli uomini.

La nostra Costituzione nomina la differenza in termini di sesso (direttamente nel principio fondamentale dell’art. 3 Cost.) e di genere nei numerosi articoli ove riconosce una posizione differente degli uomini e delle donne rispetto al lavoro e alla famiglia (in forma esplicita, negli art. 36, 37, 31, e, più indirettamente, negli articoli 29, 48 e 51 Cost.).
L’art. 51 Cost. primo comma, innovato dalla legge costituzionale 30 maggio 2003 n. 1, sancisce che cui tutti i cittadini di qualsivoglia sesso, uomini o donne che siano, possano accedere agli uffici pubblici ed alle cariche elettive in condizioni di “uguaglianza”, secondo i requisiti stabiliti dalla legge e significativamente prevede che “…A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini”, statuizione ricondotta dalla Corte Costituzionale al principio di “uguaglianza sostanziale” (cfr. C. Cost. n. 4 del 2010, infra).

In forza di tale norma sono divenute oggi, non solo ammissibili le azioni “positive” in materia elettorale, ma le medesime sono state dalla Corte di fatto sollecitate per affrontare e (finalmente) risolvere la sotto-rappresentanza di genere presente nelle istituzioni democratiche.
Con la riforma costituzionale del 2003 si è voluto fare delle pari opportunità l’obiettivo, da perseguire e conseguire con l’adozione di apposite misure statali.

Non si può, poi, non accennare brevemente al fatto che la successiva giurisprudenza costituzionale ha salvato le misure antidiscriminatorie introdotte con la legge per favorire l’elezione di donne nelle Assemblee elettive od ancora ricordare le pronunce della giurisprudenza amministrativa sulla composizione delle Giunte Regionali e degli Enti Locali, decisioni tutte con cui si è consolidata l’idea che la “assenza di donne” dagli organi medesimi costituisca non solo un vulnus costituzionale ma anche un elemento di malfunzionamento.

L’assenza o la sotto-rappresentazione del genere femminile negli organi decisionali è infatti contraria non solo al più basilare divieto di discriminazione ma anche all’interesse stesso di quegli organi, che si vedono privati della possibilità di decidere sulla base del confronto tra sensibilità, punti di vista e modi di pensare espressivi dei “due” fondamentali modi di essere della persona.

Il tema della “uguaglianza dei sessi”, ha ricordato il costituzionalista prof. Valerio Onida (Eguaglianza di genere in Magistratura, Pag. 26 e ss, collana di Diritto e Società openSpace, FrancoAngeli Editore 2017 file:-///C:/Users/carla.lendaro/Downloads/277- 99Z_Book%20Manuscript-1293-1-10-20180116%20(1).pdf): “…è bifronte: uguaglianza e differenza non significa soltanto eliminare le differenze ingiustificate, ma anche valorizzare le differenze in modo adeguato”.
L’illustre studioso, dopo avere rilevato che ora la questione essenzialmente viene affrontata quanto all’accesso ai pubblici uffici ed alle cariche elettive e dunque nell’ambito dell’art. 51 Cost., ha argutamente osservato che sarebbe davvero “impensabile” immaginare oggi, fra i requisiti per fare il magistrato, che possa esservi l’appartenenza al sesso maschile in quanto tale magistratura esprimerebbe una cultura maschilista e sarebbe pertanto meno adeguata alle esigenze della Società:

la differenza e la complementarità fra i generi sono una risorsa

e “…La rappresentanza migliore è quella che tiene conto delle differenze nel corpo che deve essere rappresentato…”, un CSM di soli (o quasi) uomini – come per lungo tempo è stato (infra) – non è positivo, non essendo in grado di rappresentare la “diversità” del corpo della magistratura e, dunque, anche la “diversità di genere”.

Il tema è innegabilmente “politico” inerendo al modo migliore e più completo di rappresentare il corpo della Magistratura. A rifletterci non è stato, infatti, un caso che solo per l’intervento della politica nei passati anni ottanta siano entrate a fare parte del Consiglio Superiore della Magistratura (Ombretta Fumagalli Carulli e Cecilia Assanti) e che solo nella consiliatura successiva vi sia stata la prima consigliera “togata”, Elena Paciotti, una donna che detiene anche un altro primato (mai più eguagliato), quello di essere diventata la prima e unica giudice ad oggi divenuta presidente dell’A.N.M. Associazione Nazionale Magistrati (cfr. infra).

Imparare a “riconoscere la differenza” è un’esigenza che risponde ai bisogni della Giustizia, un fattore di funzionamento ed una risorsa del sistema.
L’uguaglianza voluta dalla Costituzione non significa tuttavia solo eliminare le differenze in modo adeguato, è altro. Involge i valori stessi della democrazia e della crescita della Società. In uno Stato democratico “devono” potere partecipare uomini e donne.

Ciò è già stato dal legislatore previsto con le leggi n. 215 del 23.11.2012, recante disposizioni per promuovere il riequilibrio di genere nei Consigli e nelle Giunte degli Enti Locali e nei Consigli Regionali, o nella legge n. 65 del 22.04.2014 per le elezioni del Parlamento Europeo od ancora nella legge n. 20 del 15.02.2016 sull’equilibrio della rappresentanza fra uomini e donne nei Consigli Regionali ed anche dalla Legge elettorale n. 165 del 3.11.2017, che disciplina la rappresentanze di genere nelle liste per le elezioni della Camera e del Senato.

In diverso campo, quello societario, ancora una volta per volontà della politica si sono fatti passi avanti.
Con la legge n. 120/11 è stata prevista una profonda innovazione dell’ambito societario disponendosi che gli organi delle società ‘quotate in borsa’ (ove erano in scadenza il 12 agosto 2012) fossero rinnovati per un decennio (sino al 2021) con la “riserva della quota di almeno un quinto dei propri membri al genere sotto rappresentato“, a tal momento le donne. L’obiettivo perseguito dal legislatore con tale significativa “misura positiva” di riequilibrio è di consentire, per tale via, di potere dimostrare da parte del “genere” meno rappresentato di possedere, non solo la conoscenza della materia e dell’ambito settoriale, ma soprattutto l’attitudine (la quale, come sappiamo, si può verificare unicamente “sul campo”, dunque proprio dove le donne sino ad allora erano estraniate).

Il legislatore volutamente lo ha fatto permettendo, anzi imponendo, alle donne di entrare a fare parte dei Consigli di Amministrazione e di assumerne le responsabilità per affermare le proprie competenze.
La sua “scommessa” è stata quella che, al termine del decennio, nel nostro Paese si sarebbe stati in grado di contribuire alla creazione di valore e non si sarebbe avuto più bisogno di una legge per superare il tema del “genere”, essendo divenuto usuale candidare alle cariche sociali delle società semplicemente coloro che avessero le caratteristiche più adeguate per il ruolo da rivestire, indipendentemente dall’essere essi uomo o donna.

Il cambiamento auspicato dal legislatore vi è stato.

In questi otto anni la presenza femminile nei CdA è passata dalla percentuale dell’8% di presenze del 2009 a quella del 36% (dati aggiornati a giugno 2018), dunque uno su tre (una donna e tre uomini) ma tuttavia non vi è stato ancora l’effetto volano sperato.

E’ mancata analoga espansione di presenze femminili nelle società “non quotate” e sono ancora poche le società “quotate” ove la presenza numerica delle donne sia divenuta superiore al “minimo” imposto dalla legge Golfo-Mosca, soprattutto sono pochissime le presenze femminili nei “board” esecutivi delle società quotate (solo l’11,9% nel 2019) ed è oggettivamente risibile il loro numero nelle posizioni di vertice.

E ciò a prescindere dal considerare il gravissimo forte “gap” salariale esistente, che è stato posto in luce da recenti ed autorevoli ricerche di settore, ricordate, di recente, anche dalla stampa nazionale https://www.repubblica.it/economia/miojob/lavoro/2019/11/07/news/lavoro_gender_gap- 240287711, come già in precedenza nel 2018 in https://www.hr-link.it/borsa-le-donne-in-cda- pagate-sei-volte-di-meno/, e che ha fatto concludere l’Executive Compensation Outlook 2019, studio che analizza i compensi degli executive-manager e dei membri Board di società quotate in Borsa Italiana e realizzato da Badenoch + Clark Executive in collaborazione con l’Osservatorio JobPricing, che: “…Nonostante la crescita della presenza femminile nei board, in termini retributivi è ancora enorme il gender gap” https://www.badenochandclark.com/it-it/salary-guide/executive- compensation-outlook-2018/).

Il cammino delle donne è sempre stato caratterizzato da passi avanti e passi indietro, avanzando poi nonostante difficoltà od anche periodi di stasi.

Un recente esempio è quanto intervenuto in ottobre 2019 in Friuli Venezia Giulia con la mancata introduzione (come già in passato avvenuto ben altre due volte) nella legge elettorale regionale FVG del ‘doppio voto di genere’ (di fatto, una “mera” chance), che è presente nelle leggi regionali della stragrande maggioranza delle Regioni italiane (salvo quattro), con rinvio per il riesame della questione a lungo termine, a quasi un anno, nell’estate 2020 assieme alla ipotizzata revisione dell’intera legge elettorale FVG.

L’opposizione all’introduzione è avvenuta con motivazioni stereotipate, anche di alcune delle elette in Consiglio Regionale FVG (complessivamente sei su quarantasette componenti, circa il 15%), che hanno espresso ferma contrarietà all’introduzione di tale misura positiva reputandola non necessaria o comunque non voluta dalle donne, nonostante le autorevoli difformi dichiarazioni pubbliche di tantissime note figure femminili locali, del mondo dell’accademia e dell’imprenditoria, ovvero di associazioni e delle stesse rappresentanti dei CPO regionale o di quello comunale triestino.

Le donne devono “esserci” per potere “fare“. Debbono certamente possedere qualità e professionalità ma debbono imparare anche a “fare squadra” ed a lavorare assieme “in rete”, come sanno fare i componenti dell’opposto genere.

Il cammino delle donne comunque continuerà come già avvenuto n Europa, ove il superamento delle diseguaglianze ha raggiunto buoni livelli di avanzamento.
Secondo il Trattato dell’Unione Europea (art. 157TFUE ed anche art. 23 Carta Dir. Fondamentali), infatti, la “uguaglianza tra i generi” era l’obiettivo da perseguire da gli Stati membri e dagli stessi attuare con l’adozione di ogni possibile strumento di “riequilibrio”.
Nel 2000 il Parlamento Europeo (risoluzione B5-0180) ha sollecitato tutti gli Stati membri ad adoperarsi attivamente per conseguire una più equa presenza di donne e uomini in ogni istituzione indicando, quale sua minimale misura necessaria, quella di ‘almeno un terzo’ di donne presenti negli organismi istituzionali, affermando inoltre che la sotto-rappresentanza femminile nei settori chiave poteva essere riequilibrata con l’introduzione di ‘quote’ quali misura transitoria per conseguire lo scopo.

Non a caso il successivo 12 marzo 2003 il Comitato del Consiglio dei Ministri della Consiglio di Europa, nella “Recomandation on balanced partecipation of women and men in political and public decision-making” (cfr. Recomandation Rec (2003)3 ), ha invitato tutti gli Stati dell’Unione a raggiungere il 40 % di partecipazione femminile ‘anche’ con l’introduzione di specifiche misure “…volte a stimolare e sostenere la partecipazione femminile ai processi decisionali in ambito politico e pubblico“, esortandoli a riconoscere pubblicamente che la promozione dell’equilibrata “rappresentanza di donne e uomini”, oltre che di età e background diversi, rafforza ed arricchisce la democrazia.

In seguito, nella Comunicazione del Parlamento Europeo 21.10.2010, intitolata “Strategie per la parità tra uomini e donne per il periodo 2010-2015“, sono stati ribaditi i punti altresì affermati alla Conferenza Mondiale delle Donne di Pechino del 1995 quanto alle misure di accesso alle strutture di potere, processi decisionali e ruoli dirigenziali (punti G1-G2). I risultati conseguiti in quindici anni per effetto di questi incisivi interventi sono riportati nel rapporto 2017 Gender Equality della CommissioneConsiglioEuropeo (https://eeas.europa.eu/sites/eeas/files/2017_report_equality_ women_men_in_the_eu_en.pdf).

Per quanto qui di interesse emerge dalla lettura del rapporto che nella Magistratura europea solamente in pochi Stati è stato raggiunto lo standard minimo ipotizzato del 40% che era stato auspicato e che la ‘media’ europea dei Paesi-Membri si attesta su livelli più bassi: del 33% nelle Corti Supreme; del 28% negli organi di Autogoverno e del 51% negli uffici di primo grado.

Un dato che fa riflettere. Si consideri che in Italia, seppure le magistrate siano oggi più della metà della Magistratura essendo ora il 53,8% (n.5189 su 9612), nondimeno la presenza delle giudici è circa del 30% di presenze in Cassazione a cinquanta anni dall’ingresso in Magistratura nel 1963. Ed ancora che nella Suprema Corte nessuna donna è mai stata nominata Primo Presidente o Presidente Aggiunto ed ancora che solo il 5% delle magistrate è stata eletta a comporre il Consiglio Superiore della Magistratura (infra).
Un dato oggettivo che rende evidente il persistere della questione “di genere” in Magistratura.

Qui l’articolo completo in pdf : https://www.oralegalenews.it/pdf

L’articolo è pubblicato anche sulla rivista www.lavorodirittieuropa.it

Photo credit: Achim Scholty da Pixabay

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